“Siamo alla frutta”. Terra! presenta il nuovo rapporto.

Perché un cibo bello non è sempre buono per l’ambiente e l’agricoltura

Da un email di Luigi Giorgio

Roberto La Pira 14 Luglio 2021

proposte politiche a tutti gli attori coinvolti. In Italia, nell’ultimo anno, il valore della produzione ortofrutticola è stato pari a 11,4 miliardi di euro, il 23,2 per cento del totale della ricchezza generata dall’intero settore primario. Quasi la metà grazie alla produzione di frutta. Dietro questi numeri– si legge nel rapporto – si nascondono sforzi e criticità che, anno dopo anno, stanno mettendo in crisi la produzione agricola: crollo dei redditi e delle superfici coltivate, crescita del potere della grande distribuzione organizzata e i cambiamenti climatici.

Ma percorrendo le corsie dei supermercati, nessuno di questi problemi balza agli occhi: le cassette sono sempre piene di frutti perfetti ed omogenei, come se fosse la natura a produrli in serie e quando il prodotto nazionale di prima scelta non c’è, viene importato. La frutta che vediamo sugli scaffali risponde a rigidi standard e a norme europee di commercializzazione. A stabilire la “selezione all’ingresso” sul mercato di frutta e verdura, con disposizioni generali e specifiche, è il Regolamento UE 543/2011, poi modificato dal 428/2019.

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Fino al 2008, la norma stabiliva finanche la curvatura massima di cetrioli e carote, intervenendo su 26 prodotti ortofrutticoli.

Oggi vale solo per 10 di essi, tra i quali quelli analizzati nel rapporto. Se l’impianto generale del Regolamento impone che i prodotti siano interi, sani, puliti, privi di parassiti – agendo sulla tutela della salute dei consumatori e sulla commerciabilità – quello specifico agisce perfino sulla colorazione della buccia, sul calibro (il diametro) e sull’omogeneità dell’imballaggio, privilegiando l’attenzione alla forma estetica. Per differenziare i prodotti , le norme hanno introdotto le categorie merceologiche: “Extra” e “I” rappresentano la prima scelta, quella che troviamo più frequentemente, “II” è la seconda scelta, che non è affatto sinonimo di qualità inferiore come si tende a credere.

Tuttavia la II categoria non trova quasi mai spazio nei supermercati e viene venduta nei mercati ritenuti più poveri, come i paesi dell’Est Europa, quando non viene svenduta alle industrie di trasformazione per farne succhi di frutta. Le scelte di mercato della GDO determinano il futuro di migliaia di lavoratori e di un intero settore. Il rischio è che gli agricoltori, per vendere a prezzi stracciati i prodotti imperfetti, decidano di lasciarli sul terreno o, nella peggiore delle ipotesi, decidano di chiudere le aziende. La seconda scelta quindi sempre più spesso diventa scarto. Secondo i dati FAO, il 33% dell’intera produzione alimentare non viene consumata. In questi anni – si legge nel rapporto –in Italia e in altri paesi, la frutta “brutta ma buona” è stata oggetto di campagne di valorizzazione creative e spesso ben riuscite.

Tuttavia, l’inchiesta di Terra! vuole spostare l’attenzione dalle singole iniziative a un’azione di sistema di cui le istituzioni e la GDO devono farsi carico. A livello europeo è in corso la revisione delle norme sulla commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli, un’opportunità per mettere fine all’eccesso di regolamentazione che impedisce margini di manovra ai produttori, esposti alla crescente variabilità del clima. Ma anche la politica nazionale può adoperarsi per incentivare la commercializzazione di una quota maggiore di prodotti fuori calibro. Infine, la grande distribuzione dovrebbe cambiare le sue politiche di acquisto e prendere un serio impegno per aiutare l’agricoltura in tempi di crisi climatica.

Acquistando frutta fresca con lievi imperfezioni senza abbattere i prezzi, potrebbe tamponare la crisi economica del comparto, offrire prodotti comunque di qualità ai consumatori e fare una vera operazione culturale. Tuttavia oggi, a dispetto delle apparenti buone intenzioni elencate nella strategia Farm to Fork, l’estetica e l’apparenza dei prodotti freschi, in particolare per la frutta, sono ancora gli unici criteri con cui viene ​commercializzato un prodotto. A sostegno di questa tesi, ‘Siamo alla frutta’ porta un quadro articolato di dati e scenari relativi a quattro prodotti chiave della frutticoltura italiana: pere, kiwi, arance e mele. Il settore delle pere , che ha il suo cuore economico in Emilia-Romagna, è in forte crisi a causa della riduzione dei redditi e delle superfici. In Italia, dal 2000 a oggi c’è stata una riduzione da 42.000 a 30.000 ettari coltivati. Solo nella regione Emilia-Romagna, sono andati persi 6.000 ettari negli ultimi 15 anni.

Secondo i diversi operatori, le cause sono diverse e sono legate direttamente o indirettamente ai mutamenti climatici: gli inverni troppo caldi e le improvvise gelate; l’aumento delle specie invasive come la cimice asiatica; l’impossibilità di utilizzare alcune molecole che conservano a lungo i frutti e quindi la difficoltà di negoziare con i distributori; i rigidi capitolati della GDO relativi al calibro, che fanno aumentare gli scarti, riducendo la redditività. A questi, si aggiunge un problema cruciale: la scarsa capacità aggregativa dei produttori. Nonostante la tradizione cooperativistica della regione, la creazione del consorzio “Opera” non ha dato gli effetti sperati, riuscendo a raggruppare solo il 25 per cento degli agricoltori.

Anche le arance risentono della generale crisi che investe il settore, per quel che concerne il calo degli ettari e della produzione. Si è passati dai 107.000 ettari del 2000 agli 82.000 del 2019.

Nel ventennio, la produzione agrumicola è scesa da 3 milioni di tonnellate a 2,6 milioni di tonnellate. Una riduzione preoccupante, esacerbata dal virus della tristeza , particolarmente violento nelle province di Siracusa e Catania. I fattori ambientali hanno un peso innegabile, ma sono le pratiche di acquisto della GDO ad aver innescato la crisi cronica di questa filiera, esacerbata nel 2020-21. Durante questa annata, la produzione è stata abbondante, ma la siccità che ha colpito le regioni del Sud ha portato allo sviluppo di prodotti più piccoli del solito, poco apprezzati dai distributori.

La crisi del settore alberghiero e della ristorazione e la chiusura delle mense scolastiche – entrambi attribuibili alla pandemia – hanno reso difficile assorbire questi frutti più piccoli. Gran parte di essi è stata quindi destinata all’industria di trasformazione, per questo i redditi degli agricoltori sono calati. E nei supermercati quali arance sono state vendute? Quelle provenienti dal mercato estero, soprattutto spagnolo. Secondo ISMEA, le importazioni sono cresciute a un ritmo medio annuo doppio rispetto a quello delle esportazioni, rispettivamente 5 per cento e 2,7 per cento- e ciò ha determinato un saldo negativo della bilancia commerciale. A peggiorare la situazione, una filiera frammentata e litigiosa, nonostante l’esistenza di un distretto produttivo agrumi siciliano.

Una criticità che ha un forte impatto nel rapporto con gli industriali, con cui non esiste nessun accordo quadro che valorizzi l’arancia danneggiata o di piccolo calibro, che non trova mercato come prodotto fresco. L’Italia è diventata il terzo produttore mondiale di Kiwi dopo la Cina e la Nuova Zelanda – si legge nel rapporto – ma oggi anche questa produzione è in crisi. Dal 2014 al 2019 la produzione nazionale si è ridotta di quasi 100.000 tonnellate. Fattore scatenante, la moria dei kiwi, una patologia che porta ad un graduale deperimento fino alla morte della pianta, la cui origine è ancora oggetto d’indagine, ma che secondo uno studio del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), potrebbe essere causata dai cambiamenti climatici.

Ma la competizione tra produttori e la scarsa valorizzazione del prodotto, anche in questo caso, non aiutano a risollevarne le sorti. Oggi perfino il marchio IGP, attribuito al kiwi di Latina, resta poco conosciuto.​Oggi l’Italia è il secondo produttore di mele in Europa dopo la Polonia. Si tratta di una produzione stabile, che si attesta intorno ai 2 milioni di tonnellate, su una superficie di 53.000 ettari. A differenza delle altre filiere, quella delle mele sembra l’unica che negli anni sia riuscita a resistere alle oscillazioni della produzione e a stabilire un rapporto più equo con la GDO. Ad ospitare la filiera è il Nord-Est, con il Trentino-Alto Adige che vanta il 50 per cento della superficie coltivata e il 68 per cento della produzione. Che il comparto funzioni è visibile anche dal valore delle esportazioni, che in Italia arriva a 800 milioni di euro, mentre le importazioni raggiungono appena i 50 milioni di euro.

La peculiarità che caratterizza la produzione di mele è, senza dubbio, la capacità aggregativa, che garantisce ai produttori di stabilire il prezzo insieme alla grande distribuzione, in un negoziato paritario. La massima espressione di questo aspetto si trova nel consorzio Melinda. Con le sue 16 cooperative, Melinda gestisce l’intera commercializzazione dei produttori affiliati. La conservazione dei prodotti fino a 14 mesi è garantita dalle celle ipogee, dei veri frigoriferi naturali scavati nelle cavità della roccia Dolomia. E grazie al marchio, i produttori riescono a negoziare con la GDO da una posizione di forza. Una posizione che si è rivelata utile, al punto da convincere i distributori ad accettare mele di seconda e di terza categoria, danneggiate dalla grandine e di piccolo calibro. È l’esempio di Melasì, la “gemella difettosa” di Melinda, che presenta difetti estetici e che, nonostante questo, è riuscita ad arrivare nelle corsie dei supermercati. Per il rapporto completo clicca qui​

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