Il 70% delle terre agricole è in mano a un 1% di grandi aziende

Dal blog https://valori.it/

Andrea Barolini 31.12.2020

Un rapporto dell’International Land Coalition spiega che l’1% delle aziende controlla il 70% delle terre coltivate in tutto il mondo

L’1% delle aziende controlla il 70% delle terre agricole del mondo intero. Con pesanti conseguenze in termini di disuguaglianze, di rischi ambientali e climatici e per i diritti dei piccoli contadini. A spiegarlo è un rapporto elaborato dall’International Land Coalition (ILC), alleanza mondiale che comprende membri della società civile, organizzazioni di agricoltori, agenzie delle Nazioni Unite, Ong e istituti di ricerca.

Il 50% più povero della popolazione rurale controlla solo il 3% delle terre

Lo studio, realizzato in collaborazione con l’organizzazione non governativa Oxfam, fornisce una serie di dati allarmanti. Ad esempio, l’80% delle terre agricole è di proprietà di piccoli coltivatori. Si tratta però di parcelle molto ristrette, in media di meno di due ettari. I cui raccolti, generalmente, sono esclusi dalle grandi catene alimentari mondiali. Queste ultime restano così controllate da un pugno di grandi aziende.

Tutto ciò si riflette anche sulla società rurale: il 10% più ricco di coloro che abita in campagna si accaparra il 60% del valore delle terre agricole. Si tratta spesso di individui che nella vita non si dedicano unicamente alla coltivazione. Mentre il 50% più povero deve accontentarsi solo del 3%. Benché, in questo caso, si tratti di persone i cui redditi dipendono direttamente dai raccolti.

Il 50% più povero della popolazione rurale controlla solo il 3% del valore delle terre © GaudiLab/iStockPhoto

Le disuguaglianze agricole misurate sulla base del Coefficiente di Gini

Il rapporto dell’ILC – intitolato “Land inequality at the heart of unequal societies” – spiega quindi che, in termini geografici, il fenomeno riguarda l’intero Pianeta. Ma è in particolare l’America Latina a presentare le disuguaglianze più marcate. Queste ultime sono state misurate attraverso il Coefficiente di Gini applicato alle terre agricole. Un indicatore che va da 0 (caso di perfettamente equa distribuzione delle terre) a 1 (caso limite nel quale un solo individuo ne possiede la totalità). Ebbene, nel continente sudamericano il valore è pari a 0,75. Ben al di sopra di quello dell’America settentrionale (0,65) e dell’Africa (0,55).

Nuove prospettive

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«Abbiamo adottato un nuovo modo di misurare le disuguaglianze agricole, utilizzando un metodo che va al di là dei censimenti», ha spiegato Ward Anseeuw, tra gli autori del rapporto. Quest’ultimo traccia un quadro che, in questo senso, appare come un’onda lunga dell’epoca coloniale. Numerose nazioni un tempo controllate da Paesi del Nord del mondo, infatti, presentano disuguaglianze particolarmente marcate. È il caso non solo di alcuni Stati dell’America Latina, ma anche, ad esempio, del Sudafrica.

Il peso della finanza sulla concentrazione delle terre in poche mani

D’altra parte, era proprio sulla ripartizione disuguale delle terre che si basava l’accumulo della ricchezza da parte di pochi all’epoca coloniale. Un rapporto del 2016 di Oxfam, non a caso, spiegava che in 15 nazioni sudamericane in media le proprietà terriere sono di oltre 2mila ettari. Qualcosa come 4mila campi di calcio. Con un picco in Argentina, dove la media supera i 22mila ettari.

Ma tali concentrazioni non dipendono unicamente da ragioni storiche. A pesare è anche il mondo della finanza. Il rapporto dell’ILC spiega infatti che, da tempo, numerosi investitori hanno puntato sulle terre come asset finanziari. Soprattutto negli ultimi 20 anni, e soprattutto in Africa e Asia. Soltanto nel 2018, sono state effettuate circa mille grandi compravendite di terre agricole. Per un totale di 26,7 milioni di ettari, secondo quanto riportato dal quotidiano economico francese Les Echos. Il 42% dei quali ha riguardato parcelle presenti in nazioni africane.

Ma non è tutto. La concentrazione delle terre in poche mani comporta anche uno squilibrio in termini di modalità di sfruttamento delle stesse. La presenza di poche grandi agroindustrie e istituti finanziari fa infatti sì che la logica sia quella di massimizzare il ritorno sugli investimenti. Basandosi su economie di scala e sul controllo di tutte catene di valore, a partire da quelle dei semi.

«Rischi per la stabilità e la sostenibilità delle nostre società»

Tutto ciò «mina la stabilità e lo sviluppo di società sostenibili», ha aggiunto Anseeuw. Secondo il quale «i nostri risultati modificano radicalmente la comprensione della portata e delle conseguenze profonde delle disuguaglianze agricole nel mondo. Provando che il problema è più grave di quanto immaginiamo».

Una situazione che rischia di mettere in pericolo gli obiettivi legati all’agricoltura sostenibile. E, con essi, anche il calo delle emissioni di gas ad effetto serra atteso dal settore. Ma che pone problemi anche in materia di diritti dei popoli autoctoni e dei piccoli contadini, rischi legati alla deforestazione, alla gestione dell’acqua e alla perdita di biodiversità.

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