«La mia Nba»

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Kareem Abdul-Jabbar 27 Luglio 2021

Kareem Abdul-Jabbar scrive su Jacobin sul rapporto tra basket e società statunitense. A partire dalla vittoria di quest’anno dei Milwaukee Bucks, la sua prima squadra

I Milwaukee Bucks hanno vinto il campionato Nba 2020-21 e non potrei essere più felice per il successo della mia ex squadra. È particolarmente gratificante per me perché questo è il loro primo successo dal 1971, quando giocai per i Bucks e vincemmo il campionato Nba.

Sebbene vincere sia eccitante, appagante e tutto quello che potete immaginare, sono consapevole anche che, nel 1971 o nel 2021, una vittoria di un campionato Nba è più di una semplice squadra che innalza un trofeo d’oro scintillante. Si tratta anche di un riflesso dello spirito del tempo del paese coi suoi tumulti culturali, sociali e politici.

Perché il basket è diverso da tutti gli altri tornei sportivi nell’incarnare la coscienza sociale statunitense? Forse perché l’83,1% dei giocatori e il 60% dei tifosi non sono bianchi, il che lo rende l’unico grande sport nordamericano in cui la maggior parte dei tifosi non è bianca. Questa diversità potrebbe rendere giocatori di basket e tifosi più sensibili all’urgenza e alle conseguenze delle battaglie sulla giustizia sociale ed economica.

Nel 2020, la vittoria delle finali Nba dei Lakers è arrivata durante una pandemia nazionale, le elezioni nazionali più controverse della storia recente e il più grande movimento di protesta nella storia degli Stati uniti. Tra il 26 maggio e il 22 giugno 2020, fino a 26 milioni di statunitensi hanno manifestato a sostegno di Black Lives Matter in oltre 4.700 eventi. Allo stesso tempo, a milioni erano malati e centinaia di migliaia stavano morendo di Covid-19. E la stessa democrazia sembrava più fragile che mai quando l’amministrazione in carica ha tentato di minare il diritto di voto, colpire gli immigrati e mettere in pericolo la salute degli statunitensi.

Quando i Lakers hanno vinto gara 6, l’11 ottobre, è sembrato il trionfo della perseveranza e dell’ingegnosità statunitensi perché l’Nba aveva manovrato con successo una comunità atletica sotto vetro per rendere possibile la stagione di basket. La maggior parte di noi era in isolamento nelle nostre case, quindi guardare gli atleti d’élite esibirsi ci ha ricordato la resilienza del corpo umano. È stata anche una vittoria per gli atleti che sono stati supportati per essersi schierati dal momento che la Nba ha abbracciato la giustizia sociale consentendo ai giocatori di esprimere messaggi sulle maglie, inginocchiarsi per l’inno nazionale e portare «Black lives matter» sul parquet. Nonostante gli oppositori, il commissario Nba Adam Silver ha detto che non c’erano dati che indicassero che i tifosi si stessero ritirando a causa dell’atteggiamento consapevole della Lega. Quindi, quando abbiamo festeggiato la vittoria dei Lakers lo scorso ottobre, ci interessava qualcosa che andava oltre l’esito finale della gara. Stavamo abbracciando la speranza.

Le finali Nba di quest’anno si sono svolte in un’America diversa rispetto all’anno scorso. Le vaccinazioni hanno permesso al paese di aprirsi di più, le proteste del Black lives matter sono svanite, il governo è più stabile. Il clima sembra dire che bisogna rimanere perfettamente immobili e trattenere il respiro collettivo nel timore che qualsiasi mossa improvvisa possa far ripartire il tumulto.
Non è che non abbiamo problemi: la variante Delta sta minacciando una quarta ondata di pandemia e gli stati di tutto il paese stanno approvando leggi che limitano i diritti degli elettori, i diritti Lgbt e i diritti delle donne. Ma siamo esausti. Quest’anno ci inginocchiamo, non per protesta, ma per riprendere fiato e raccogliere le forze.

La vittoria contro ogni previsione dei Milwaukee Bucks nelle finali è un momento di ispirazione che potrebbe essere proprio quello di cui avevamo bisogno per ricaricarci e impegnarci a ricostruire il paese, anche contro ogni previsione, mentre i reazionari e fan di Trump lo abbattono.

I Bucks campioni per la prima volta

Nel 1971, eravamo nel bel mezzo delle lotte per i diritti civili. La guerra del Vietnam aveva diviso profondamente il paese. C’erano state proteste contro la guerra, contro il razzismo, contro il sessismo. L’anno prima, la Guardia Nazionale dell’Ohio aveva sparato a morte a quattro studenti che protestavano e ne aveva feriti altri nove. Un mese prima delle nostre finali, i Weather Underground avevano fatto esplodere una bomba nel bagno degli uomini del Campidoglio degli Stati uniti. E abbiamo giocato a basket.

Com’è stato giocare a basket durante tutta questa agitazione civile? Sembrava che stessimo aiutando a tenere il coperchio chiuso, per dare alle persone qualcosa per cui tifare piuttosto che semplicemente protestare. Non era per minimizzare il giusto bisogno di quelle proteste – avevo partecipato io stesso ad alcune – ma per ricordare a tutti che la vita era un equilibrio di gioia e dolore e che era nostro compito portare un po’ di gioia.

Ero particolarmente determinato a portare la gioia alla gente di Milwaukee. L’anno prima avevamo perso una partita importante contro i New York Knicks, e dopo mi sentivo triste. Era la mia stagione da esordiente, quindi presi le cose un po’ più duramente.

Kareem Abdul-Jabbar nel 1971 e nel 2021 col sul compagno Oscar Robertson. (Photo courtesy of the author / Iconomy)

La squadra salì sul nostro aereo e atterrò a Milwaukee intorno all’1.30 del mattino. Ci siamo sentiti sconfitti e stanchi quando siamo scesi dall’aereo solo per trovare una folla di duecento tifosi che ci acclamavano, agitando cartelli che dicevano «L’anno prossimo!». La vista di loro che applaudivano con entusiasmo mentre scendevamo dall’aereo, nonostante avessimo perso, ci ha ispirato a batterci nella successiva stagione.

I cinici che pensano che giochiamo solo per denaro non capiscono la dinamica simbiotica tra squadre e tifosi, la responsabilità che sentiamo nei loro confronti. Senza di loro, il gioco riguarda l’ego; con loro, si tratta di comunità.

Il nostro cammino verso il campionato quell’anno fu liscio e diretto come il volo di una freccia. Eravamo il Dream Team: io, Oscar Robertson, Bob Dandridge, Jon McGlocklin, Bob Boozer, Greg Smith e Lucius Allen. Abbiamo concluso la stagione con quattordici vittorie in più della seconda. Siamo arrivati primi in punti a partita, assist a partita, percentuale di canestri dal campo, punteggio offensivo e punteggio difensivo.

Ci aspettavamo di giocare con i Knicks, cosa che speravo perché sapevo che Willis Reed non avrebbe avuto la possibilità di contenermi. Ma i Baltimore Bullets avevano vinto il loro girone e li abbiamo affrontati. Nelle finali contro i Bullets, non siamo mai stati sotto tra i quarti o all’intervallo e li abbiamo spazzati via in quattro partite. Era solo il terzo anno del franchise [lega privata in cui non è possibile retrocedere, NdT], nonché il primo campionato della Western Conference dal 1958. Avevamo fatto la storia da molti punti di vista.

I Bucks non sono stati in grado di ripetere la loro vittoria negli anni successivi. In parte, ciò era dovuto alla sostituzione di Greg Smith con grandi attaccanti le cui dimensioni non hanno mai compensato il talento di Greg. Nel 1974, abbiamo avuto un’altra possibilità, perdendo le finali in sette partite contro i Boston Celtics. È stata l’ultima volta che i Bucks sono stati in finale fino al 2021.

Poco dopo, ho deciso che era tempo per me di guardare altrove per giocare. A Milwaukee è stato fantastico e speravo di aver ripagato i tifosi per il loro supporto con un campionato e molte partite emozionanti. Ma volevo vivere in una città più grande che fosse più culturalmente ed etnicamente variegata. E volevo essere in grado di espandere il mio gioco, vedere di cosa ero capace con altri giocatori. Ero ben consapevole di quanto fosse breve la vita di un giocatore Nba e volevo essere il più attivo possibile nel forgiare la mia carriera.

Ho detto al proprietario Wes Pavalon che volevo andarmene e non avrebbe potuto essere più comprensivo. Consapevole che mi restava solo un anno di contratto prima di diventare un free agent, fece un accordo con i Los Angeles Lakers. Ero felice, lui era felice, i Lakers erano felici.
Ma le cose potrebbero non essere state così cordiali se non per il mio compagno di squadra dei Bucks Oscar Robertson. Nel 1970, mentre era presidente della National Basketball Players Association (Nbpa), Oscar fece causa all’Nba per libero arbitrio. Ciò avrebbe consentito agli atleti di giocare per le squadre che volevano e di mettere i loro servizi sul mercato. Fino a quando la causa non fu risolta nel 1976, due anni dopo il ritiro di Oscar, i giocatori erano fondamentalmente servitori a contratto delle loro squadre.

I proprietari che traggono profitto a spese degli atleti che rischiano la loro salute e la loro carriera hanno sempre usato il tema del fair play a loro favore. La questione ha continuato ad evolversi da allora, ma ha ancora molta strada da fare prima che i giocatori siano completamente liberi di scegliere le loro squadre. Il sistema draft limita ancora la libera scelta dei giocatori con il pretesto di equilibrare il campionato.

Il campionato Nba del 1971 si svolgeva mentre gli Usa stavano cambiando: da nazione che seguiva ciecamente i suoi leader, a terra delle libertà individuali e collettive. L’Nba è cambiata con lei. Ma man mano che gli Stati uniti cercano di evolversi per diventare una democrazia più inclusiva, gli sport procedono di pari passo con la società. Le finali Nba saranno sempre qualcosa di più di una battaglia tra due squadre: saranno una pietra miliare per un paese in cammino per essere una casa migliore per tutti.

*Kareem Abdul-Jabbar è il miglior marcatore di tutti i tempi della storia della Nba. Durante le sue venti stagioni in campionato, ha vinto sei scudetti e titoli Mvp, il premio per il miglior giocatore della stagione. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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