Qualcosa si muove nello scenario italiano

40.000 persone si sono abbracciate ai dipendenti della GKN di Campi Bisenzio a Firenze sabato 18

E’ l’opposizione reale rimasta in questo paese dove la politica sta tutta da una parte sola: quella del liberismo sfrenato.

Vale la pena ragionare sui fatti .

Chi possiede la GKN? Fra i maggiori azionisti ci sono Capital Research & Management, una società che fa parte di un conglomerato finanziario – Capital Group – di 67 aziende e Select Equity Group, società finanziaria che vanta un portafoglio di 30 mld di dollari. Sempre tra gli azionisti, troviamo anche Vanguard Group e BlackRock, due dei più grandi fondi finanziari al mondo. Ognuna di queste società è posseduta e ne possiede altre, rendendo l’assetto proprietario ultimativo un labirinto inesplorabile, complesso e opaco.

Così quando un manager in qualche ufficio globale sperduto vede altre opportunità di investimento non esita un minuto a mandare attraverso un sms e un email l’avviso: da domani tutti a casa, non servite più a questa azienda(che pur era in attivo e con commesse).

Ai propugnatori del “prima le imprese”, del profitto ad ogni costo, questa è l’estremizzazione di una situazione concreta data dal sistema del capitalismo finanziario globale, per cui non c’è governo nazionale che tenga, le sue regole valgono sopra tutto.

Si fa meno anche della stessa ragione della tipologia produttiva, non importa cosa costruisci.

La vecchia fabbrica fordista fatta di manodopera e strumentazioni è venduta come carta straccia in nome di scelte globali di mercato, attraverso contrattazioni invisibili internazionali.

Le ragioni di quei circa 500 dipendenti non contano nulla.

Oggi siamo ad uno stadio elevato di finanziarizzazione produttiva nel mondo. Cosa significa?

Che le ragioni di produrre o no una determinata merce non hanno radici sui territori, negli interessi di una popolazione, ma sono determinati da elementi incontrollabili di listini di borsa, di interessi forzati che con l’industria hanno poco a che fare.

Le banche e le quotazioni in borsa hanno creato mostri che si reggono su algoritmi e mercati che mirano solo ed esclusivamente al profitto delle varie società che le compongono, mentre il legame con un piano generale di produzione industriale può essere spento dal mattino alla sera.

I partiti tutti oggi presenti in parlamento hanno avallato questo sistema come terminali amministrativi di questa volontà superiore, dove il capitale deve per forza vincere, creando ostacoli burocratici, frenando leggi utili, distribuendo risorse ai soliti noti.

Lo hanno fatto con la lenta privatizzazione e smantellamento relativo della sanità, con l’energia, continuando mentre parlano di rinnovabili, a elargire fondi alle fossili e chiudendo incentivi al 2022, non mettendo un freno alla svendita del patrimonio di quella che una volta era la settima potenza industriale e manifatturiera, con asset importanti nazionali venduti a gruppi finanziari stranieri e spesso senza un padrone identificabile, se non negli uffici di qualche banca.

Le principali società di gestione dell’acqua pubblica (alla faccia di un referendum popolare esemplare) sono di gruppi come Hera, Iren, H2O, ecc che gestiscono ormai il 70-80 % dell’acqua “pubblica”in molte città italiane, quotati in borsa. ARERA che è la società che dovrebbe controllare queste società a sua volta da pubblica è stata trasformata in privata con un unico criterio: gestire il profitto attraverso il controllo delle bollette.

Significa che dipendi da quei maneggi finanziari, tutto legale e ammesso, ma senza possibilità di contrasto e alla faccia dell’acqua bene comune che nessuno può davvero garantire rimanga tae nel tempo.

Quindi il filo rosso che lega la GKN a tutta la nazione, che non è un caso separato, ma molto consueto ormai, dice che la politica mente sapendo di mentire, che non è interesse dei cittadini essere governati da un sistema nemico dei territori e delle esigenze pubbliche.

Che per quelle scelte nel PNRR di Draghi e dei suoi sodali ci sono in ballo molte risorse , ma già tutte destinate alla perpetuazione di questo sistema.

La storia dell’Ilva di Taranto parla per tutti, nessun progetto industriale e nessuna vera opposizione, trattata come un caso sindacale(anche lì da una società quotata in borsa estera).

Le persone della GKN (con alcune figure interne del Consiglio di Fabbrica come giganti), hanno saltato la politica e sono andati a parlare direttamente alla gente, non solo alle istituzioni o ai sindacati e la manifestazione del 18 è l’inizio di un percorso di lotta che può anche darsi non vinca, ma segna un cambiamento epocale, contro l’ipocrisia dei partiti e di questo governo di “competenti”

Hanno posto non solo il loro problema come specifico di un territorio, ma come frutto del risultato di un metodo che scava da tempo dentro alla vita sociale del nostro paese, ma non solo.

Si interrogano su quale società vogliamo, di quale prospettiva si può parlare alzando il tiro che stringe in una morsa territori e industria, lavoro e benessere sociale, regole e sicurezza sociale.

Questa società non garantisce più sicurezza ai cittadini e il caso GKN è solo uno dei tanti succeduti nel tempo e a cui fare l’abitudine è negativo, perdente.

Serve che ognuno singolarmente si fermi a riflettere, mentre i media ed i partiti ci vogliono stringere in una guerra fra poveri su discorsi limitati di green pass o vaccini, mentre l’ipocrisia dei partiti non serve neppure più come mitigazione della violenza del capitalismo finanziario.

Non ci sono scorciatoie, “buone pratiche”, buonismo venduto a gogò che tenga a freno questo sistema transnazionale dove il nemico diventano i cittadini, dove le merci sono l’altare sacrificale degli interessi dei singoli.

Costruiamo comunità, troviamo punti comuni di difesa, riprendiamo in mano l’opposizione con questo buon esempio di pratica politica della GKN, in ogni territorio ce n’è una e va difesa!

Non c’è solo da difendere il lavoro in tutte le sue forme, ma di dare un senso ad una società a misura d’uomo(in senso largo ovvio), serve andare oltre la sindacalizzazione di un conflitto, ai meandri di contratto specifici, serve ritornare a fare opposizione al sistema.

Qui o ci si salva tutti insieme o non si risolve nessun conflitto.

Partire dai territori e verificare quali interessi hanno al loro interno, uscire dalle logiche di un mercato globale dove vincono solo sempre quelli che decidono al di sopra delle nostre teste.

Questo vuol dire ragionare su cosa ci serve produrre e quale fine ha e come si armonizza con l’ambiente e la società.

Poco serve parlare di antifascismo se poi ci licenziano con un sms e nessuno muove una paglia, anzi mantiene la propria posizione in silenzio per paura di entrare nel tritacarne sociale del mercato.

Gianni Gatti

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