Abitare il territorio

Dal blog https://comune-info.net/

Marvi Maggio 09 Ottobre 2021

Convenzioni, istituzioni, media negli ultimi anni hanno spesso utilizzato la parola partecipazione a proposito della trasformazione dei territori. In realtà nelle pratiche a cui si allude si affrontano soltanto temi generici e quasi sempre il numero di persone coinvolte è irrisorio. Il diritto alla città e all’abitare viene di fatto oscurato per proteggere la presunta irrinunciabilità dello sviluppo economico.

Per questo c’è bisogno di avviare percorsi di ri-territorializzazione (alcuni parlano di bio-regionalismo urbano), e nello stesso tempo, perché questo possa avvenire, è necessario modificare i processi decisionali con forme di democrazia partecipativa attivata da esperienze di carattere autogestito, come del resto già avviene in diversi movimenti urbani autonomi. Alla partecipazione come capacità delle comunità territoriali di ampliare i confini del possibile e come pratica di appropriazione del tempo e dello spazio è dedicato Conoscenza, partecipazione e libertà, ebook – scaricabile gratuitamente – scritto da Marvi Maggio ed edito da perUnaltracittà. Di seguito un paragrafo

Gli abitanti e i cittadini attivi che, singolarmente o riuniti in associazioni, comitati, movimenti, rivendicano il diritto di contribuire alle decisioni riguadanti il territorio in cui vivono per salvaguardare il patrimonio territoriale come bene comune, esprimono una domanda di nuove forme di democrazia partecipativa, strutturali e non contingenti, e pongono la questione del rovesciamento della radice stessa dei problemi territoriali che mettono al centro della loro iniziativa.

Ciò che appare come un evento locale distruttivo è il prodotto di logiche di sviluppo economico fondate sulla produzione di profitto e di politiche di governo i cui processi totali si muovono a scale territoriali la cui estensione si può articolare dal locale al globale. Ci si deve quindi chiedere quali siano gli elementi costitutivi e strutturali che connotano l’organizzazione e il funzionamento dei territori, quali siano le logiche della loro produzione e riproduzione. Non si modifica il prodotto senza modificare le cause, non si elimina il sintomo senza sconfiggere la malattia, non si trasforma l’oggetto senza trasformare il processo che lo ha prodotto e lo produce incessantemente.

Gli abitanti a cui ci riferiamo interpretano il patrimonio territoriale come bene comune di cui difendono il valore d’uso e di esistenza (Magnaghi, 1998, 2014). In questa loro veste si differenziano e si contrappongono ai portatori di interessi economici di investimento finanziario e immobiliare e alle politiche neo-liberiste. Il valore d’uso si riferisce alla molteplicità degli utilizzi come risorsa del bene, mentre il valore di esistenza si riferisce al suo valore assoluto, per il solo fatto di esistere: l’utilizzo che se ne fa deve consentirne e garantirne la riproduzione. Il concetto di bene comune richiama la proprietà comune dell’intera collettività del bene, non riducibile né alla logica privata né alla logica pubblica, e il diritto di fruirne da parte di tutti.

Foto di Per un’altra città

Le tecniche di partecipazione pubblica si stanno diffondendo ma non rispodono automaticamente alle questioni poste dai comitati e abitanti a cui facciamo riferimento (Maggio, 2020b). Le norme comunitarie come la Convenzione di Aarhus del 1998 e ratificata nel 2001, la valutazione su piani e programmi, la convenzione sul paesaggio, hanno reso obbligatoria la partecipazione della popolazione per le decisioni che riguardano ambiente, territorio, paesaggio, producendo corrispondenti normative regionali e statali e la nascita di numerose attuazioni.

Le ragioni sociali e ambientali hanno in potenza un nuovo sostegno, in un contesto in cui le ragioni economiche dello sviluppo finalizzato alla produzione di profitto, trovano già da tempo fondamento in norme neoliberiste stratificate e rinnovate nel tempo e nella capacità di attivare potenti lobby. Tuttavia, per attutire la temuta portata sociale innovativa dei disposti normativi, sono proliferate tecniche partecipative congegnate per ottemperare alle norme guardando in primo luogo all’immagine e non a rendere effettiva la partecipazione degli abitanti.

Le tecniche di partecipazione pubblica alle decisioni riguardanti le trasformazioni del territorio sono diventate sempre più tecnocratiche e formali invece che sostanziali (INU, 2014). In una logica efficentista servono per discutere e arrivare a dei risultati rapidi condensati in percentuali e grafici: non importa che vengano affrontati temi generici e al massimo si tratti di obiettivi invece che di scelte e decisioni, né il fatto che intervenga un numero irrisorio di persone o che i temi più spinosi siano esclusi dalla discussione.

In queste pratiche appaiono chiare le contraddizioni insite nella partecipazione degli abitanti attuata dalle amministrazioni pubbliche. Costruiscono un contesto controllato e circoscritto all’interno del quale agire senza assumere le contraddizioni insite nelle interrelazioni con il contesto politico e territoriale come elementi cruciali da affrontare: conflitto fra valore d’uso e di scambio, fra domanda abitativa e investimento immobiliare e finanziario, differenze di reddito e di ricchezza in crescita, accresciute e riprodotte dal mercato immobiliare (Maggio, 2014b, 2020a).

La storia della costante contrapposizione, dal dopoguerra, fra blocco fondiario e interessi sociali alla casa e ai servizi, riconfigurata oggi in quella fra investimenti immobiliari della finanza locale e internazionale e diritto alla città, abitare, spazio pubblico, servizi, viene oscurata, per promuovere la presunta irrinunciabilità dello sviluppo economico come condizione della riproduzione sociale, talvolta configurata come domanda dal basso, manipolata. Così facendo la razionalità economica dei processi di produzione dell’urbanizzazione e gli interessi economici che li sostengono perdono il loro significato interno alla produzione capitalista e diventano una opinione fra le altre, con pari dignità e non interessi di classe materializzati sul territorio.

Facile elencarli come una proposta degli abitanti, nascondendo che la proposta viene da note associazioni di interessi proprietari e imprenditoriali.

La contraddizione è insita nella concettualizzazione di chi partecipa. Si parla di abitanti e di popolazione, per non usare i termini di classe sociale o gruppo sociale che richiamerebbero una specifica contrapposizione di interessi diventata indicibile. In una logica di pensiero unico e di there is not alternative, nominare le classi è escluso e in questo modo vengono sfumati e nascosti gli interessi insiti nelle classi e presenti nelle nostre società.

Si nominano le età, i generi, la provenienza geografica, ma non le differenze sociali o le diverse opinioni politiche. Probabilmente perché il neoliberismo e lo sviluppo economico capitalista come condizione della riproduzione sociale sono ormai condivisi dai maggiori schieramenti politici, come l’idea neoliberista che ognuno sia responsabile per sé. Eppure la popolazione non è un tutto unico: esistono le classi, esistono gli interessi economici, le scelte politiche e le visioni di quale rapporto fra territorio e società debba instaurarsi.

Una ovvietà che viene oscurata da numerose forme di partecipazione: chi partecipa non deve avere opinioni precostituite, ma se le deve formare nel campo controllato dai facilitatori; i ruoli sociali nel contesto generale sono irrilevanti, tutti devono 9 potersi esprimere ma non si contrastano i rapporti di potere esistenti; i temi più caldi posti da comitati e associazioni di abitanti, non vengono trattati (INU, 2014; Maggio 2014b, 2020a); le proposte di “semplificare” la normativa urbanistica e pianificatoria per favorire lo sviluppo economico, aumentando l’edificabilità e le destinazioni possibili, tipicamente richieste dei costruttori e degli immobiliaristi, vengono riproposte come risultato della partecipazione e assunte con entusiasmo da certi amministratori.

Ascoli Piceno, foto di Antonio Citti

La tesi che sostengo è che per rispondere alle istanze di comitati e abitanti che promuovono il ruolo di bene comune del patrimonio territoriale sia necessario modificare i meccanismi economici che producono l’incessante trasformazione territoriale nei suoi effetti materiali e immateriali, mettendo in discussione collettivamente le leggi di sviluppo economico spaziale e temporale del capitale, le trasformazioni territoriali prodotte dal mercato immobiliare e finanziario, il funzionamento della pubblica amministrazione e della rappresentanza politica.

Si tratta in altre parole di attivare il progetto di ri-territorializzazione avanzato dal bio-regionalismo urbano (Magnaghi2014, 2016): assumere una razionalità sociale e ambientale che a partire dalle specificità dei territori costruisce forme di produzione e riproduzione il cui scopo è il benessere e la felicità degli abitanti e non la produzione di profitto in cambio della dissipazione della natura non umana e dell’alienazione della natura umana. E contemporaneamente, perché questo possa avvenire, è necessario modificare radicalmente il processo decisionale introducendo forme di democrazia partecipativa attraverso l’attivazione di strutture organizzative di carattere autogestito, già utilizzate da numerosi movimenti urbani autonomi (Brenner et al., 2012).

La democrazia partecipativa dei luoghi, diffusa e molteplice, è la risposta locale e specifica a una domanda generale di autogoverno. Si tratta di rifondare l’organizzazione collettiva della vita quotidiana e della riproduzione sociale costruendo nuove forme della libertà e di fondare l’economia sulla risposta ai bisogni sociali e non sulla produzione di profitti: è necessario costruire una economia non capitalista. La concretezza del territorio è posta al centro della trasformazione.

La bioregione urbana concettualizzata da Alberto Magnaghi è uno strumento conoscitivo e progettuale che risponde alle relazioni multiscalari di area vasta e alla urbanizzazione pervasiva e diffusa, in termini di riequilibrio fra insediamento umano e ambiente e di creazione di nuova urbanità. Mentre il riequilibrio richiede di creare una nuova economia non capitalista, visto che lo squilibrio è stato prodotto attivamente proprio da lui e per ragioni che riiedono nella sua natura più intrinseca e strutturale, cioè la produzione di profitto fondata sullo sfruttamento dissipativo e alienante della natura umana e non umana, la nuova urbanità richiama la risposta ai bisogni sociali: quelli essenziali di tutti, e quindi non solo di chi è solvibile come nel capitalismo, ma anche la risposta ai bisogni di felicità, intesa anche come effetto di rapporti sociali soddisfacenti, fondati sulla giustizia sociale e l’uguaglianza (Maggio, 2014b, 2014c).

Si tratta di reintrodurre la razionalità sociale laddove campeggia quella economica del capitalismo nelle sue varie espressioni locali. Significa mettere al primo posto la creazione di valore d’uso, nel rispetto del valore di esistenza del territorio, in base a processi produttivi che siano strutturalmente capaci di consentire la riproduzione del patrimonio territoriale: non una improbabile sostenibilità in termini di impatto accettabile, ma una coevoluzione, una vita in comune nel rispetto della natura non umana.

Nella bioregione urbana sono presenti una pluralità di centri urbani e rurali, organizzati in sistemi reticolari e non gerarchici di città connessi con il proprio territorio rurale. I sistemi idrogeomorfologici e ambientali complessi e differenziati si relazionano in forme coevolutive e sinergiche con il sistema insediativo urbano e agroforestale. (Magnaghi, 2014, p. 10). Lo scopo della bioregione urbana è il benessere degli abitanti, quindi la risposta alle esigenze sociali, che il capitalismo non è in grado di fornire alla totalità della popolazione. La prospettiva di una ri-territorializzazione, cioè della costruzione progressiva di un nuovo rapporto sinergico fra insediamento umano e ambiente come proposta dal bioregionalismo urbano (Magnaghi, 2014; 2016), richiede di modificare i processi sociali ed economici che presiedono la trasformazione territoriale.

La bioregione urbana si attua per parti e il progetto di territorio ha una doppia valenza: costruire l’alternativa a partire dallo stato presente e misurare la distanza dall’oggi. La trasformazione riguarderà necessariamente tutte le sfere dell’agire sociale: le tecnologie e le forme organizzative, la relazione con la natura, le concezioni intellettuali sul mondo, le relazioni sociali, la riproduzione della vita quotidiana e della specie, l’organizzazione istituzionale e amministrativa, i sistemi di produzione e i processi lavorativi, la produzione del mondo in cui viviamo in termini di seconda natura (Harvey, 2012).

La bioregione urbana è un sistema territoriale locale, connesso e in rapporto con tutti gli altri, che richiede forme di autogoverno finalizzate all’autosostenibilità del sistema e al benessere degli abitanti. La costruzione del progetto territoriale si basa sulle energie nate dalle contraddizioni e sui soggetti che ne sono portatori.

Gli attori sociali che vanno in questa direzione sono attivi da tempo. Fra di loro si annoverano proprio quei comitati e gruppi che intendono salvaguardare il patrimonio territoriale come bene comune. Già nel 2000 una ricerca sulla città insorgente a Firenze, nell’ambito della ricerca PRIN 1998 «Per uno sviluppo locale autosostenibile: teorie, metodi ed esperienze», coordinatore nazionale Alberto Magnaghi, offriva il quadro di questo tipo di componenti della trasformazione sociale (Paba, 2002; Maggio, 2005a, 2005b).


Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.