Il retrobottega del mercato

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Vincenzo Scalia 14 Ottobre 2021

Il ricorso al diritto penale per governare i conflitti, molto evocato in questi anni, ha radici antiche: alla base c’è l’idea che il capitalismo consenta a chiunque la «scelta razionale» che conduce al massimo guadagno individuale

Se si dà una scorsa ai media, balza all’occhio come i racconti relativi a uomini e donne di successo, in grado di costruire fortune dal nulla, o le saghe delle dinastie dei tycoon nostrani e internazionali, fanno il paio con storie di delitti efferati che hanno come protagonisti criminali incalliti. La prigione è sempre l’esito finale di queste storie. La tv generalista, giornali e riviste a larga diffusione, la letteratura, alternano il successo economico con l’efferatezza criminale. Alcuni anni fa, la Library of Congress statunitense, realizzò un sondaggio relativo ai libri più popolari presi in prestito dai lettori.

Risultò che il 90% leggeva crime stories. Il fascino per la criminalità è speculare a quello per le persone di successo. Due ambiti apparentemente incompatibili, che eppure si implicano reciprocamente. Balzac, per esempio, affermava che dietro una grande fortuna c’è un grande crimine, frase non a caso utilizzata da Mario Puzo come epigrafe per Il Padrino. Mercato e criminalità, sin dall’inizio, si implicano reciprocamente, connotandosi come facce della stessa medaglia. 

L’affermazione del capitalismo come sistema economico egemone, si è verificata simmetricamente alla diffusione del paradigma della «scelta razionale». Gli esseri umani sono stati declinati come homini oeconomici, vale a dire come individui astratti dalle reti relazionali e dagli habitus culturali dentro cui si svolge la loro esistenza, per essere inquadrati come esseri astorici, astratti, che agiscono sulla spinta del calcolo razionale dei costi e dei benefici. In altre parole, ogni scelta si connota come una decisione individuale, e viene compiuta nella misura in cui offre agli attori che la effettuano la possibilità di ottenere il massimo guadagno individuale e di contenere i costi. 

La diffusione del paradigma della «scelta razionale», comporta delle conseguenze significative, sia per l’analisi della società, sia per la sua percezione. In primo luogo, tutte le relazioni umane vengono inquadrate all’interno del paradigma del mercato, col nudo interesse, come già notava Marx nel Manifesto del Partito Comunista, elevato a unità di misura delle relazioni umane.

Ogni scambio tra individui sarebbe sempre funzionale, e finalizzato al conseguimento di soddisfazioni reciproche, sbarrando così la strada a ogni altra attitudine come l’empatia, la solidarietà, la vocazione, il sacrificio. In secondo luogo, il paradigma dell’homo economicus, si connota per la sua apparente democraticità. Se le interazioni sono improntate alla «scelta razionale», qualunque essere umano, indipendentemente dal sesso, dalla razza, dalla classe sociale d’origine, è in grado di introiettarlo e di applicarlo, e di trarne conseguentemente vantaggio. Ne consegue il dissolvimento delle relazioni feudali, basate sugli status ascritti, in favore di uno schema economico e sociale più fluido, che rimescola tutti gli equilibri pre-esistenti e catalizza la spinta modernizzatrice apportata dal capitalismo. 

Dall’altro lato, gli sconvolgimenti provocati dall’affermarsi progressivo del capitalismo, finiscono per sfociare inevitabilmente in conflitti sociali e politici di diversa intensità, dovuti alla nascita e alla riproduzione di nuove diseguaglianze sociali, al movimento interno ed esterno della popolazione (vedasi le migrazioni), al ridisegno della struttura di potere. La molla dell’agire razionale, infatti, risiede nell’egoismo competitivo, ovvero nella capacità dei cosiddetti spiriti animali di cui parla Adam Smith di raggiungere il successo economico.

La competizione, però, si connota come un gioco a somma zero, dove l’affermazione di un imprenditore comporta il fallimento di un altro, nonché il dissolvimento o la subordinazione di quelle professionalità, come quelle artigiane e contadine, non subordinate alla razionalità di mercato. In altre parole, si apre la questione sociale, all’interno della quale la questione criminale si ritaglia uno spazio significativo. Bernard Harcourt, nel suo ultimo lavoro, L’illusione del libero mercato. Il sistema penale e il mito dell’ordina naturale (Neri Pozza, Milano 2021), analizza approfonditamente la dialettica tra stato e mercato, regole e penalità, che caratterizza la modernità. Il libro di Harcourt fornisce alcuni spunti validi di riflessione attorno al rapporto tra stato e mercato, regole e autoregolamentazione, normalità e devianza. Già Emile Durkheim, ne La divisione del lavoro sociale (Edizioni di Comunità, Milano, 2000), aveva spiegato come la società si regga su un intreccio di valori condivisi, al di fuori da cui si crea lo spazio della devianza.

Di conseguenza la criminalità finisce per essere un correlato naturale di ogni aggregato umano, in quanto tutte le società tracciano un confine tra lecito e illecito, normale e patologico, sanzionati formalmente attraverso la distinzione tra legalità e illegalità. Alla fine di questo processo, da un lato si struttura lo spazio della devianza e della criminalità, dall’altro lato la violazione di regole, norme e leggi rappresenta un fatto normale di ogni entità sovraindividuale, poiché l’istituzione di meccanismi formali e procedure comporta inevitabilmente la loro violazione, nonché l’implementazione degli sforzi preventivi e repressivi. 

Lo schema durkheimiano si applica anche alla società capitalistica, portando allo svolgimento di specifiche contraddizioni rispetto al rapporto tra Stato e mercato, tra la necessità di regole e la presunta autoregolamentazione, al’interno delle quali si svolge la vicenda della penalità moderna. Michel Foucault (Sicurezza, Territorio, Popolazione,Feltrinelli, Milano 2008), inquadrava queste dinamiche all’interno del passaggio dal paradigma disciplinare, ovvero dello Stato che sinotticamente pianifica tutto dall’alto, a quello della governamentalità, ovvero della governance intesa come un insieme di pratiche di controllo sociale dirette verso alcuni individui e gruppi sociali ritenuti «a rischio».

Harcourt ci mostra come sin dagli albori del capitalismo, autori come François Quesnay e Cesare Beccaria sviscerarono la contraddizione tra regole e autoregolamentazione, evocando il ruolo positivo della polizia, allora inteso come intervento attivo dello Stato, al fine di assicurare lo sviluppo dell’economia di mercato. È in Beccaria (Dei delitti e delle pene,Mondadori, Milano 2015) che questa contraddizione emerge in tutta la sua evidenza: da un lato, gli individui sono dotati della razionalità di mercato, che consente loro di agire in modo tale da massimizzare i benefici sia personali che collettivi, una volta liberati dagli abusi e dagli orpelli dell’Ancien Regime. Dall’altro lato, lo stesso Beccaria non può fare a meno di ammettere che lo schema costi/benefici viene utilizzato solo da una parte della popolazione, e che il suo utilizzo portato alle estreme conseguenze può portare alla violazione delle regole condivise tra gli attori di mercato.

Ad esempio truffare il compratore può arrecare notevole vantaggio in termini di guadagno e di compressione dei costi al venditore. I reati contro la proprietà consentono l’appropriazione di vaste quantità di beni materiali, aggirando i rischi insiti nell’avvio di un’attività privata e la fatica derivante dal lavorare. Beccaria connota queste attività devianti o criminali come un abuso di libertà, in quanto costituiscono contemporaneamente sia l’utilizzo pieno della razionalità strumentale del mercato che la violazione della sfera di libertà degli altri attori razionali che operano nell’arena dell’iniziativa privata. In un contesto di calcolo dei costi e dei benefici, ecco che la pena si caratterizza come una sorta di risarcimento, parametrato in base al rapporto tra l’eccesso di libertà utilizzato e il danno provocato. Non a caso Pasukanis, ne La teoria generale del diritto ed il marxismo (De Donato, Bari 1975) mette in evidenza il carattere tariffario delle pene, vero e proprio equivalente generale dello scambio penale tra il reo e le istituzioni statuali. 

Sulla falsariga del lavoro di Cesare Beccaria, si sviluppa il lavoro di Jeremy Bentham (Introduzione ai principi della legislazione, Utet, Torino 2013), che accentua la centralità dell’agire utilitaristico nei comportamenti umani. Il calcolo tra costi  e benefici, per quanto portato naturale degli attori individuali e sociali, sotto la molla dell’egoismo degenera inevitabilmente in comportamenti che violano le norme fondamentali del vivere associato, rendendo ancora una volta necessario l’intervento correttivo dello Stato.

Ancora una volta, esplode la contraddizione tra l’autoregolamentazione dei comportamenti umani e le spinte centrifughe che in realtà l’eccessivo individualismo comporta. Il mercato, in altre parole, non riesce a funzionare senza l’intervento dello Stato. Da liberale, Bentham avvia il percorso dell’intervento statuale nell’economia e nella società, sia dal punto di vista della prevenzione dei conflitti che sotto l’aspetto della loro repressione. Sul versante preventivo, si rende necessario il varo di politiche pubbliche che migliorino le condizioni abitative, fisiche e relazionali di una vasta parte della popolazione, magari socializzandola alla razionalità del mercato, da cui la pubblica istruzione, la sanità, gli alloggi pubblici. 

Sotto l’aspetto repressivo, Jeremy Bentham elabora e propone il modello del Panopticon, ovvero del carcere improntato a una razionalità sinottica, in cui i detenuti sono guardati senza vedere il loro guardiano, e le loro spinte centrifughe nei confronti della razionalità capitalistica vengono neutralizzate e convogliate verso un agire più conforme alle esigenze della società di mercato. Non è casuale, come nota Dario Melossi (Stato, controllo sociale e devianza,Bruno Mondadori, Milano 2003), che negli Usa, nel periodo a cavallo tra i primi dell’Ottocento e la prima metà del ventesimo secolo, i tassi più alti di carcerazione riguardarono individui appartenenti alle ultime ondate migratorie.

Il carcere diventa una vera e propria palestra di socializzazione ai valori dominanti della nuova società. La repressione riguarda però anche l’istituzione dei corpi di polizia, la modernizzazione dell’esercito, la creazione delle istituzioni totali: questi apparati non servono solo a soffocare ogni manifestazione di eterodossia rispetto al paradigma dominante, ma anche a inoculare la razionalità di mercato nel corpo sociale. Si tratta, in altre parole, del progetto di evizione degli anormali di cui parla Henri Lefevbre (Lo Stato,De Donato, Bari 1978), e che verrà delineato più compiutamente da Cesare Lombroso (L’uomo delinquente,Bompiani, Milano 2000). Dallo scontro tra il progetto normalizzatore portato avanti dai gruppi sociali dominanti e le lotte del movimento operaio, delle donne, degli schiavi, dei migranti, nasce e si sviluppa quel welfare state che durerà fino agli anni Ottanta del Novecento. 

Da allora, sotto la spinta ideologica dei Chicago Boys, e l’avallo politico di Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Augusto Pinochet e Deng Xiaoping (David Harvey, Breve storia del neoliberismo,Il Saggiatore, Milano 2008), prende quota l’ideologia neoliberista, che rispetto al liberalismo classico pur enfatizzando ulteriormente la centralità dell’agire utilitaristico in ogni aggregato umano espunge dal suo orizzonte la dimensione dei diritti civili che pure aveva caratterizzato il progetto illuminista (Marco D’Eramo, Dominio,Feltrinelli, Milano 2020).

In un contesto sociale precario come quello contemporaneo, caratterizzato dalla dialettica estrema tra inclusione ed esclusione, l’istituzione carceraria finisce per essere quella discarica sociale destinata a raccogliere gli individui e i gruppi sociali marginali, come migranti, rom, sex workers, tossicodipendenti, che suscitano le inquietudini dei gruppi sociali affluenti, in realtà minacciati anche loro dai costanti sussulti di un’economia sottoposta a continue scosse da speculazioni e crisi finanziarie. 

Il carcere finisce per diventare un luogo dove realizzare l’esclusione permanente delle classi pericolose, attraverso il dispiegamento di un apparato repressivo che ha intercettato le risorse tolte al welfare state (Loic Wacquant, Punire i poveri,Deriveapprodi, Roma 2007). Lo Stato ancora una volta viene evocato per supportare un mercato che dietro il belletto dell’autoregolamentazione degli attori razionali, nasconde contraddizioni e conflitti sociali sempre più acuti e dirimenti, rischiando di creare le crisi anomiche di cui parlava Durkheim. È proprio da queste ultime che discendono i movimenti populisti attuali, che non a caso evocano un uso ipertrofico della penalità per governare le conflittualità sociali esistenti, alimentando il populismo penale. 

In realtà il neoliberismo finisce per sussumere anche la sfera penale e statuale. Non a caso, negli Usa in misura maggiore e anche nel Regno Unito, da trent’anni fiorisce il business penitenziario (Nils Christie, Il business penitenziario,Eleuthera, Milano, 1996): interi comparti dell’apparato penale vengono privatizzati. Prigioni, personale penitenziario, e tutto l’indotto economico che vi gravita intorno, vengono affidati all’iniziativa di soggetti privati, generando un fiorente settore di mercato, che negli Usa fornisce lavoro all’1% della popolazione attiva.

Il crimine paga, anche perché contribuisce attivamente alla creazione e allo sviluppo di attività mediatiche, accademiche, di intrattenimento, e alla costruzione di carriere politiche (Richard Quinney, Class, State and Crime,Sage, London 1980). Per i soggetti irriducibili alla razionalità di mercato, il neoliberismo dominante prevede l’istituzione di spazi opachi, come gli hotspots, i Cie (Immigration Removal Centres in inglese), Guantanamo, Abu Ghraib, le extraordinary rendition, che, in nome della sicurezza di uno Stato, legittimano la violazione dei principi di innocenza fino e prova contraria e dell’habeas corpus, ovvero del diritto all’incolumità fisica e a conoscere con esattezza i crimini di cui si è accusati. 

Deve esserci una via d’uscita da qui, direbbe Bob Dylan. Se c’è, va cercata districando questo abbraccio mortale tra Stato e mercato, che produce marginalità, repressione e violenza. 

*Vincenzo Scalia è Professore Associato di Sociologia della Devianza all’Università di Firenze. Si occupa di carceri, polizia, criminalità organizzata, minori. Ha insegnato in Italia, UK, America Latina. Suoi lavori sono tradotti in quattro lingue. 

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