Il futuro è un posto del cappero

dal blog https://jacobinitalia.it/

Simona Baldanzi 20 Novembre 2021

«Castelli fortezza a difendere i potenti e le frecce sono state sempre scagliate contro di noi. Bisogna ribaltare».  Un racconto di Simona Baldanzi

Corcianesi, la Leona ha suonato forte. Il comitato di Liberazione lo ha finalmente confermato. La terra è nostra, depurata e ossigenata e dopo un regime che tutto consumava, dominava e ci distraeva in nome del cieco profitto adesso torniamo a respirare. La barbarie di una fine del mondo inquinato ed esaurito è cessata e possiamo tornare a pensare al futuro nuovo, umile, in un rinnovato equilibrio con le specie animali e vegetali. Sono stati estirpati gli elementi di distruzione che per anni ci hanno privato di immaginare un mondo diverso. Abbiamo trasformato polvere e cemento e agenti inquinanti in humus fertile. Le brigate della semina hanno agito in maniera capillare su tutto il paese. Manifestate perciò composti il vostro giubilo per la nuova alba di libertà, portate grati il vostro saluto alle tute acetate che hanno combattuto vittoriosamente per la Liberazione del mondo, gridate la vostra ammirazione e la vostra riconoscenza alle gloriose campionesse della disobbedienza eroica fino a ogni sacrificio. Ma dopo, diamoci da fare a mantenere il nuovo ordinamento verde con operosità e disciplina e senso di comunanza che abbiamo imparato in questi anni difficili. La calamità del surriscaldamento globale può sempre tornare e noi dobbiamo insistere a piantare, curare radici e varietà. Teniamo alto il gonfalone e le nostre frecce inseminatrici e gli irati sfruttatori avidi del pianeta non torneranno.  

Maria d’estate saliva al borgo al mattino presto e incontrava sempre un signore con l’innaffiatoio verde che le dava il buongiorno. Le piaceva sentire lo sgocciolio dai vasi pendenti dalle finestre o da quelli a presidiare gli usci. Quella mattina di agosto aveva approfittato del passaggio del vicino. I figli erano in vacanza e doveva farsi stampare da un’amica il green pass. Aveva guardato con sospetto quel quadro in bianco e nero con le strane stanghette, un labirinto. La sua amica glielo aveva spiegato come funziona e che ormai il qr-code lo si trova dappertutto. Chissà se anche le pietre di Corciano, a guardarle nei disegni che fanno, seguendo le linee delle fughe, pietre così pulite, perfette, ordinate e a inquadrarle con la fotocamera del cellulare ti rimandano a qualche storia, spiegazione, intuizione. Non lo articolava così il pensiero, Maria. Sembrava più simile al volo delle rondini, cambiava traiettoria, sfiorava una connessione. Si chiedeva perché non ha mai visto una rondine a terra che so, a passeggiare, a guardarsi intorno. Le rondini non si fermano mai. Hanno il vestito dei signori, ma l’indole operaia. 

Seduta al bar col green pass stampato in borsa, bevendo un caffè e seguendo uno di quegli uccelli in frac, aveva letto «piazza dei caduti». I caduti sono sempre quelli delle guerre e mai sul lavoro. Dovevamo diventare migliori con questa peste del virus e invece che rondini eleganti e operose, mosche siamo, scacciate, schiacciate o sempre a svolazzare sulla merda.  

Maria non lavorava più da decenni. Operaia in camice verde acqua con cartellino n.2021. La fabbrica dell’abbigliamento sportivo era smantellata da tempo ormai con fiere di vendite fra Usa e Giappone, con tagli e delocalizzazioni in Turchia, Cina, Madagascar. Quel lavoro tramontato come il sole. In realtà quel marchio non era proprio un sole, ma una mezza pallina da tennis rossa e arancione. A lei faceva venire in mente un’arancia da spremere. 

Sul giornale un grosso titolo, gli occhiali per leggere i dettagli, una storia di una fabbrica di componenti auto proprietaria di un fondo di investimenti inglesi e del suo collettivo. Una storia dalla provincia di Firenze, una storia di oggi ma simile alla sua fatta di licenziamenti, delocalizzazioni, fine dei giochi.  

Questi lavoratori erano entrati in assemblea permanente, avevano coinvolto l’intera comunità a sostenerli e avevano presidiato la fabbrica. Dicevano che se sfondano là, sfondano dappertutto e chiamavano alla lotta finché ce ne sarà. Avevano assunto il motto della Liberazione fiorentina, insorgiamo.  

Ma chi li segue? Si chiedeva Maria. Fa un caldo asfissiante che butta giù, lei ha sempre le gambe gonfie che non vanno più. Resistere un minuto in più del padrone, si è sempre detto. Ma le rivoluzioni non si fanno d’agosto. Cadono persino le stelle.  

Quando aveva sistemato le pagine spiegazzate del quotidiano, stirato con le mani le pieghe della gonna e premuto sulle cosce per darsi la forza per rialzarsi, Maria aveva incontrato gli occhi verdi smeraldo di una giovane donna esile, con dei boccoli biondi e una pelle lattiginosa.  

«Lei soffre di vene varicose, cattiva circolazione e gambe pesanti vero?» 

«Lei è abituata a rivolgersi così alle anziane?» 

«No, è che ne soffro anch’io e siccome ho risolto, le volevo consigliare…» 

«Almeno si presenti» 

«Mi scusi. Sono Chiara» 

«Io Maria e ne ho provate di tutte guardi» 

«Anche queste?»

La ragazza col volto di un putto del quadro del Perugino si era alzata la lunga gonna e aveva mostrato delle calze verdi autoreggenti.  

«Non sono le solite calze. Sono di finissimo cashmere e altri filati potentissimi che non creano disagio, neppure fanno caldo. Comprime e fa tornare le gambe come nuove. Adesso mi sono fatta anche dei tubolari per le braccia. Sa mi alleno con le frecce, mi danno una grande stabilità ed energia e…» 

«Ma le vende lei?» 

«No, no» 

«Le fa lei?» 

«No» 

«E allora che c’è dietro?» 

«Guardi facciamo così che la sento titubante» la ragazza fruga nello zaino e tira fuori un pacchetto verde «queste gliele regalo. Le mette stanotte e domani mi dice come va». 

Maria non aveva fatto caso all’etichetta. Sotto uno sfacciato Made in Italy, c’era scritto, piccolissimo come nei bugiardini, filato divino.  

Completamente nuda davanti allo specchio Maria aveva indossato le autoreggenti. Seguiva i solchi delle rughe, le pieghe del corpo che ricadevano, guardava le gambe come aspettasse un incantesimo. Provava ad alzarsi sulle punte come una ballerina per ricadere goffamente coi talloni a terra. Mise la camicia da notte e andò a letto ancora più scettica.  

Nel sonno aveva le gambe leggerissime tanto da tuffarsi nelle nuvole mentre piccoli putti biondi la prendevano per i piedi e da lì tendevano archi e lanciavano frecce.  

Il sogno non se lo ricordò. Al risveglio aveva però un pensiero nuovo. Una sensazione mai provata prima e priva di senso. Io non sono mortale. Io non muoio.  

Maria si era messa in cammino di buonora. Voleva salire al borgo, cercare la ragazza putto. Il signore con l’innaffiatoio verde aveva un po’ sgranato gli occhi quando al consueto buongiorno lei aveva risposto proprio così, io non muoio. Chiara stava lì lungo il muretto di viale dei Mandorli in pantaloncini corti, autoreggenti verdi e tubolari alle braccia, angelica e frizzante. Gli occhi si facevano più acquosi quando aderivano alla traiettoria delle frecce. Le spingeva lontanissime verso la cava, oltre, qualcuna pareva persino arrivare sul Monte Acuto, quel dente da animale preistorico.  

Maria non credeva ai suoi occhi e non credeva alle sue gambe. «Come sta? Che mi dice di queste calze?» chiede Chiara abbassando l’arco. «Bene, cammino davvero bene, non sono affaticate, gonfie, camminerei ancora tanto, però…» 

«Cosa c’è che non le torna?» 

«Che faccio strani pensieri» 

«Tipo?» 

«Ora non mi prenda in giro eh, ma… mi sento immortale. Io penso che non muoio» 

«Un’energia nuova?» 

«Sì, no. Non è solo quello. È che sento concretamente di avere un futuro. Un futuro infinito» 

«Lo dice preoccupata. Non è una bella sensazione?» 

«No. Io credevo di finire. Se non si finisce mai che succede?». 

Le due donne avevano parlato a lungo camminando lungo le mura. Chiara era impegnata nella Pro Loco, studiava storia dell’arte e la passione per il tiro con l’arco la accompagnava fin da piccina.  

Nei film western che guardava col padre lei sognava di trottare con gli indiani. «Un giorno mia nonna mi trovò che stringevo il collo a una gallina. Volevo staccarle le piume per farmi da sola le frecce». 

Maria le parlò della pensione, dei figli, dell’orto che aveva imparato a curare da quando era morto suo marito. «Non avrei mai creduto di emozionarmi per un cavolo».  

Dalle piume ai cavoli si trovarono a parlare del rapporto dell’Onu sull’allarme per l’ambiente, degli incendi che stavano divorando il mondo. Condividevano visioni e preoccupazioni.  

Chiara aveva guardato sul cellulare i video su quella fabbrica da cui dicevano di insorgere. Sirene delle ambulanze in solidarietà, cene dei volontari, concerti, manifestazioni, striscioni, cori, discorsi dal piazzale e dal palco. Un operaio aveva parlato della Liberazione e della lotta di quella fabbrica. Diceva che non era un atto singolo, ma un processo, un divenire che deve prendere nuove forme.  

Camminavano fra gli archi, le bandiere, i pergolati di vite, i gradini, le inferriate, i portoni. Che forme potevano prendere? Quale incastro giusto creare? Come frenare la devastazione? 

Le due donne si erano fermate alla fontana vicino al monumento ai caduti. Si erano schizzate come bambine. Si erano lavate il viso e poi sedute sulla panchina. Davanti a loro l’imponente muro a fianco della tozza torre.  «Capperi» disse Chiara come presa da una visione mistica. 

Maria non aveva capito. 

«Le vedi là le fronde verdi, i corposi capelli di donna su corpi di pietra avvizziti?». 

Maria non sapeva se stesse citando una poesia o se farneticasse. Poi capì che parlava proprio dei capperi.  

«Castelli fortezza a difendere i potenti e le frecce sono state sempre scagliate contro di noi. Bisogna ribaltare». 

Chiara aveva un piano, un processo in divenire proprio come richiesto dagli operai insorgenti. C’è da imbastire alleanze, coinvolgere giovani e anziani, trovare altre tiratrici con l’arco, diffondere quest’idea. Maria se lo fece spiegare più volte nei minimi dettagli. Più chiedeva e più si faceva seria in volto.  

Che fregatura sentirsi immortale. Ora doveva fare di tutto per proteggere quel futuro che prima non esisteva.  

Cosa era successo dunque in quei lunghi e intensi anni a partire dall’Insorgiamo lanciato a Firenze, risuonato nel Borgo di Corciano e diffuso nel paese? Quale battaglia avevano condotto prevalentemente le donne arciere e le moltiplicatrici di semi? Come avevano liberato dalla cappa di smog intere aree?  

Tendere l’arco, puntare e colpire. Frecce e semi lanciati dai castelli, dai borghi, dai monti, dalle colline, dal cuore dell’Umbria verso tutto il paese. Avevano studiato il territorio, la biodiversità, le specie. Avevano pianificato come, cosa e dove piantare per incidere, per spaccare, per diffondere. Piante e alberi e poi sì, fave, cavoli e capperi. Capperi a fronde sui muri, coperte per raffreddare le roventi pietre.  

Se le fave degli uomini non smettono di inquinare sono cavoli amari. Il futuro è un posto del cappero. Aveva scritto Chiara in uno dei volantini. Maria, dallo scampanio della Leona per la Liberazione Verde, si era sentita di nuovo mortale. Era orgogliosa del lavoro fatto e non provava una soddisfazione così dall’agosto dell’86. Alla televisione vide Mei Cova e Antibo, gli atleti italiani dei 10.000 metri, ricevere le medaglie degli europei indossando la tuta acetata azzurra. Le tute cucite da lei e dalle altre operaie riempivano il podio e lo schermo.  

Chiara e Maria avevano recuperato il modello grazie a Tiziana che lo aveva disegnato allora. Poi avevano riunito i tessuti acetati abbandonati in un vecchio magazzino e convinto un bel po’ di sarte a cucirle. 

A distanza di decenni questa storia ha la sua mitologia. Nelle notti intorno a  San Lorenzo se si vedono scie verdi luminose sono le ragazze putti in tuta acetata che lanciano calze di cashmere. Segno che in atmosfera c’è ancora odor di futuro. 

*Simona Baldanzi è nata a Firenze e vive nel Mugello. È autrice tra l’altro di Figlia di una vestaglia blu (Fazi, 2006, Alegre 2019), Il Mugello è una trapunta di terra (Laterza, 2014), Maldifiume (Ediciclo, 2016), Corpo Appennino (Ediciclo 2021), Pietra Pane e il mondo che c’è (Rrose Selavy 2021).

*Il racconto è stato scritto in occasione della residenza di scrittori per il Corciano Festival.

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