Oltre le retoriche sulle aree interne: ricominciare il discorso a partire dalle pratiche d’uso dei territori alti

Dal blog http://effimera.org/o

di Davide Olori

La tematica delle cosiddette “aree interne” sta riscuotendo un progressivo successo a partire da alcune nicchie culturali e istituzionali (De Rossi, 2018), arrivando all’accademia, alla governance e perfino al dibattito pubblico. Una carica di crescente interesse,[1] che dal contesto urbano muove alle aree remote della penisola, dettata da una molteplicità di domande. Per facilità, tra le tante, potremmo ridurla a: i) estetizzazione dell’autentico, ii) fallimenti della modalità urbana, iii) crescente domanda di natural experience (Brevini, 2013). Questo interesse espansivo incontra in maniera fortunata il cosiddetto vuoto delle terre alte. Le quali tra patrimonio abbandonato, dissesto idro-geologico, grandi terremoti e le altre questioni di degrado ambientale ripropongono puntualmente l’urgenza di un confronto con le responsabilità collettive del Paese (Varotto, 2020).

Questa relazione tra “domanda di selvatico/autentico/natura” e questioni irrisolte, riaffiora nel dibattito con veemenza ciclica, come a seguire il trend storico che ha interessato la montagna (Ciuffetti, 2019): nei momenti di crisi, in maniera elastica, le aree in quota tornavano a ospitare attenzioni, vite vissute e traiettorie di sviluppo, per poi – nei periodi di crescita a valle, nonché di crisi a monte – tornare a svuotarsi. Una dinamica amplificata durante la recente occasione pandemica[2] dalla digitalizzazione di alcuni comparti lavorativi e didattici, nonché agorafobia sociale e distanziamento (Battistelli, Galantino, 2020).

La recente riscossa della montagna non si fonda tanto sulla riuscita di modelli alternativi, quanto sulla crisi di quello urbano (Pellegrino, 2016)[3]. In maniera proporzionale, all’aumentare della difficoltà del contesto noto, crescono le possibilità di immaginare sul vuoto (Viazzo, Zanini, 2014). Alcuni sostengono, per esempio dal contesto alpino francese (Cognard, 2006), che sia proprio lo spazio lasciato libero a permettere le penetrazioni di neo-popolatori; ma limitarsi a questa angolazione non permette di fare i conti con le ragioni che hanno prodotto le difficoltà del mondo rurale italiano. Le asperità di cinquant’anni di aumento delle disuguaglianze sembrano semplicemente sparire, lasciando spazio a un piano liscio da re-immaginare. A mio parere si tratta di un deserto del tutto strumentale, che serve a leggere i processi di degrado delle terre alte come una ineluttabile tendenza “naturale” verso la tabula rasa. E chi trae giovamento dall’interpretazione dell’abbandono come un segmento di una strategia? Solo chi è interessato – e ha gli strumenti per farlo- a immaginare (Appadurai, 2012) come riempire quel “vuoto”.

Al contrario io credo la realtà montana sia ancora viva e densa delle eredità complesse di un passato che stenta a terminare, e che scivola via da almeno vent’anni goccia a goccia: è quello che si legge provando a osservare i dati sul ritmo lentamente ma costantemente decrescente delle aziende agricole medio-piccole, dei flussi dei fondi PAC, delle residenze continuative… Questioni che, pur dentro a una parabola discendente, esistono nel presente: eppure, nonostante queste evidenze, i problemi delle aree montane (spopolamento, invecchiamento e impoverimento) riscuotono sempre meno successo. Sia in termini analitici, di studi, che di governance: mancano sempre di più le letture capaci di intuire le cause dei problemi e magari proporre plausibili inversioni di segno. Il patrimonio immobiliare abbandonato, paralizzato dalla frazionata proprietà privata; l’agricoltura residuale, presidio ecologico, schiacciata dai meccanismi della PAC a favore delle aziende di pianura; la contrazione della capacità di spesa pubblica per il welfare territoriale; il peggioramento dei servizi di base; la mafia dei pascoli, lo sfruttamento del legnatico e le altre pratiche estrattive etc. sono ampiamente sottostimati nella letteratura e nel dibattito, a favore di una sovrastimata attenzione nei confronti di best-practices e target-group di “ritornanti” (richiedenti asilo o smart-young agricolture a seconda del periodo).

Rifiutare l’analisi del presente, esito degli inesorabili rapporti di forza e delle asimmetrie di potere (tra centro e periferia, tra capitale e lavoro, tra profitto ed equilibrio ecologico), significa contribuire a costruire i presupposti per processi decisionali top-down, sordi al sapere locale e distanti dal place-based caro alle scienze territorialiste (Osti, Jachia, 2020). Uno spazio etereo e fantasioso, che lascia ampi margini di rincorsa per le grandi progettualità: si aprono così gli scenari per le best practices dei casi pilota (la cui catarsi è il Piano Borghi[4]) individuate dagli studi sociologici, per le strategie target-based proposte da studi di archi-star e fondazioni industriali, per le politiche pubbliche dedicate agli innovatori sociali, etc.  Edificare la retorica della tabula rasa (certificata), è il presupposto per la condizione ideale prodromica alla costruzione di scenari futuribili, fitti di interpretazioni e risposte ai problemi puntualmente esogene al contesto della montagna (Reolon, 2016).

Del resto i centri di ricerca, le politiche pubbliche, gli investimenti privati, i dipartimenti universitari che si rivolgono alle “aree interne” muovono -nella maggior parte dei casi- da ambiti urbani, e sono quindi alimentati da risorse e retoriche urbane.  Post-terremoto, post-pandemia, la soluzione è sempre più spesso un Patto, un Manifesto, un Piano, una Strategia, una sperimentazione ex-novo, che mal si relaziona con le precedenti e con i livelli superiori della pianificazione e della governance. Nei migliori dei casi, trascura processi di soggettivazione e attivazione locali al massimo spingendoli a diventare esempio di best-practice un attimo prima di sussumerli nei processi di economia dell’arricchimento (Boltanski, Esquerre 2017).

Nei peggiori, invece, si cala su contesti i quali non sembra aspettino altro che gli sia indicata la strada dello Sviluppo, apparentemente senza nessuna stridente frizione (Tsing, 2005). Ecco perché, se si vuole tornare a ragionare con criterio di abitare le aree cosiddette marginali, diventa centrale il tema dell’uso (sopra il valore di scambio) e delle pratiche d’uso ben oltre le categorie residenziali. Di nuovo il caso dell’accelerazione post-sisma diventa paradigmatico: per tornare a rendere abitati/abitabili i luoghi non basta l’etichetta dei residenti, servono abitanti. Coscienti di abitare territori fragili, dove la presenza umana è tollerata e sostenibile solo a costo di una continua ricerca dell’equilibrio ecologico. E se è necessario pensare a un rinnovato equilibrio umanità-ambiente non si può trascurare l’interrogativo circa quali siano le attività umane imprescindibili nei contesti fragili (Tarpino, 2016), e da qui quale sia la sostenibilità degli indotti economici: si tratta di invertire il sistema di priorità dell’organizzazione sociale, salvaguardando principi assiomatici della civiltà rurale. Come la durabilità del bene sopra il suo sfruttamento, la riproducibilità dell’equilibrio sulla necessità. Partire quindi dagli interrogativi aperti sul presente dell’insistenza antropica con gli ambienti naturali: quali sono le presenze umane e le attività sostenibili in quota? Quanto pesa la dismissione dell’agricoltura di sussistenza su biodiversità e dissesto? Quali sono le variabili che compromettono l’assetto agro-silvo-pastorale?

Interrogativi che i brani della sezione ‘economie’ del volume Sulle Tracce dell’Appennino che cambia contribuiscono ad alimentare: dalle conseguenze sulle aziende zootecniche terremotate, fino al ruolo ecologico del lavoro collettivo rurale svolto dalle Comunanze d’Appennino, passando per la critica dell’indotto generato dal processo di intensificazione dei flussi turistici nel post-sisma, le autrici  e gli autori provano a centrare l’obiettivo di mettere a fuoco le criticità che sedimentano i problemi di fondo dell’abitare la montagna senza sfuggire al confronto tra scienze umane e scienze della vita.

Domande che, se affrontate – dai responsabili sì, ma ancor più collettivamente -, condurrebbero ad aprire riflessioni più profonde tra cui l’accesso ai beni comuni, la ri-organizzazione dell’economia fondamentale, il riconoscimento del lavoro ecologico e di quegli aspetti della natura che non partecipano direttamente al profitto: attività umane e animali che pure contribuiscono alla salvaguardia del mondo in cui viviamo. Senza scadere nelle misurazioni econometriche, ma facendo riferimento ai paradigmi di una vita degna e nel pieno dei suoi godimenti. E partire dalla centralità delle comunità locali, dei saperi di chi c’è, differenziando le soluzioni sulla base del contesto locale. Per superare finalmente l’ostacolo del colonialismo interno e pensare allo sviluppo come uno strumento per migliorare la vita di tutte e tutti.

NB: l’articolo è un adattamento di un testo presente nel libro Sulle Tracce dell’Appennino che cambia, (a cura di) Emidio di Treviri, il Bene Comune: Isernia, 2021

BIBLIOGRAFIA

Arjun Appadurai, Modernità in polvere, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012.

Fabrizio Battistelli, Maria Grazia Galantino, Sociologia e politica del coronavirus. Tra opinioni e paure, Franco Angeli, Milano 2020.

Franco Brevini, L’invenzione della natura selvaggia, Bollati Boringhieri, Torino 2013.

Luc Boltansky e Arnaud Esquerre, Enrichissement. Une critique de la marchandise, , Paris, Gallimard, coll. « NRF essais », 2017

Augusto Ciuffetti, Appennino. Economie, culture e spazi sociali dal Medioevo all’età contemporanea, Carocci, Roma 2020.
F. Cognard, 2006.– «Le rôle des recompositions sociodémographiques dans les nouvelles dynamiques rurales : l’exemple du Diois», in Méditerranée, 107, pp. 5-12.
Antonio De Rossi (a cura di), Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, Donzelli, Roma 2018.
Giorgio Osti, Elena Jachia (a cura di) “AttivAree. Un disegno di rinascita delle aree interne” il Mulino, Bologna, 2020
Sergio Reolon, Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose, Curcu & Genovese Ass., 2016.

Antonella Tarpino, Il paesaggio fragile. L’Italia vista dai margini, Einaudi, Torino 2016.

Anna L. Tsing, Friction: An Ethnography of Global Connection, Princeton University Press, Princeton 2005.

Mauro Varotto, Montagne di Mezzo. Una nuova geografia, Einaudi, Torino 2020.

Pier Paolo Viazzo, Roberta Clara Zanini, Approfittare del vuoto? Prospettive antropologiche su neo-popolamento e spazi di creatività culturale in area alpina, in Nouveaux habitants. Dynamiques de repeuplement en zone de montagne, 2014, 102-3, https://doi.org/10.4000/rga.2476 (20/11/2020).

NOTE

[1] La Strategia Nazionale per le Aree Interne, una invenzione sperimentale dell’allora Ministero della Coesione Fabrizio Barca, è stata resa politica strutturale alla fine del 2020, costituendosi come un’importante novità nelle politiche di coesione territoriale del Paese.

[2] Durante i mesi forzati nei costretti appartamenti di città, sono fiorite le posizioni da cui cantare le magnifiche sorti per ripartire dai “5000 borghi abbandonati” (AirBnB) a patto di portarci “fibra ottica e interni adeguati a una vita smart” (Studio Boeri).

[3] Similarmente a come il successo del modello southworking (Treccani) si fonda sulla respingenza delle città metropolitane del centro-nord durante i mesi di lockdown del 2020-21 e non su una improvvisa attrattività del mercato del lavoro meridionale.

[4] Scrive Fioretti “[…] Questa non è una strategia, è una risposta all’emergenza. scompare la rete – l’associazione tra Comuni – e scompaiono anche gli abitanti in favore dei turisti, scompare la realtà e trionfa la rappresentazione.” (www.orticalab.it/Rilanciare-i-borghi-italiani-Un)

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