Livorno, l’incendio nella raffineria Eni

dalla pg FB di Marco Zuanetti 01/12/2021

Livorno, l’incendio nella raffineria Eni è solo la punta dell’icebergIeri, poco dopo le 14, è divampato un incendio nella raffineria Eni di Stagno, tra i comuni di Livorno e Collesalvetti. Una colonna di fumo nero si è levata poco dopo un’esplosione, le cui cause sono in via di accertamento. Non si registrano feriti e l’allarme che invitava a “non uscire di casa” è rientrato. Nel giro di un paio d’ore, infatti, le fiamme sono state domate e – come ha rassicurato la Protezione Civile di Livorno – «la situazione è tornata alla normalità».

Se si può definire tale. L’incendio avvenuto nell’impianto “forno hot oil” in manutenzione, difatti, è solo la punta dell’iceberg, l’epilogo nefasto di una gestione negligente del territorio. Quest’ultima non ne è la causa, ma fa da sfondo ad un quadro critico in cui la salute pubblica è all’ultimo posto. Le fiamme sono state sì domate, ma quel che hanno liberato avrà delle conseguenze, esattamente come l’inquinamento cronico dell’intero settore in cui ricade la raffineria del Cane a sei zampe.

L’area in questione non è una zona industriale qualunque: inclusa nei Siti di Interesse Nazionale (SIN), fa infatti parte delle 42 aree più inquinate d’Italia. In questo caso specifico, a causa della concomitante attività di più industrie, sia nelle acque che nel suolo, le concentrazioni di idrocarburi quali il benzene, cancerogeno certo per l’uomo, sono oltre ogni limite di legge. Lo aveva già denunciato, non molto tempo fa, l’unità investigativa di Greenpeace dopo aver visionato diversi documenti relativi al sito.

Da questi sono emersi picchi di 2.350 microgrammi/litro (μg/l) di benzene nelle acque sotterranee, quando il limite di legge è di 1 μg/l. Mentre le ultime analisi del 2019 hanno segnalato superamenti fino a 162 μg/l. Ma che l’area fosse particolarmente inquinata non è affatto cosa nuova. Nel 2003, l’allora Ministero dell’Ambiente ne aveva evidenziato il perimetro al cui interno, oltre alla raffineria Eni, sono tutt’ora comprese anche la centrale termoelettrica Enel, lo Stabilimento di produzione lubrificanti e le aree dismesse denominate ex Italoil, ex Deposito Interno AgipPetroli e Stabilimento GPL.

E chi più ne ha più ne metta. Decenni delle pù svariate attività industriali concentrate in un singolo sito avrebbero mai potuto avere impatti trascurabili? Questa è forse la domanda che bisognava porsi a monte.

Ma ora, alla luce dell’errore commesso, è necessario chiedersi: perché non si sta rimediando?

La zona industriale Livorno-Collesalvetti, tra le più critiche in Europa, attende una bonifica da anni. L’iter è partito nel 2003, quasi 20 anni fa, ma nulla di concreto è stato fatto. La multinazionale petrolifera – la cui pertinenza sul sito è pari al 95% – continua a tamponare l’inquinamento con misure di contenimento previste dalla legge ma tutt’altro che risolutive. E anziché individuare le cause effettive del diffuso inquinamento e avviare una bonifica degna di questo nome, la Regione ha perfino approvato un accordo che autorizza un nuovo impianto potenzialmente in grado di compromettere ulteriormente l’area. Eni e Regione Toscana, nel 2019, hanno infatti siglato un accordo per la realizzazione di un nuovo impianto destinato a bruciare ogni anno fino a 200 mila tonnellate di plastica non riciclabile e combustibile solido secondario.

Nel mentre, da almeno due decenni, lo studio Sentieri del Ministero della Salute evidenzia come a Livorno si registrino «eccessi della mortalità per tutti i tumori in entrambi i generi». Se attorno alla raffineria Eni si facesse lo stesso studio realizzato per i quartieri accanto all’Ilva – ha infatti ribadito la Onlus Medicina Democratica – «si potrebbero scoprire delle problematiche che farebbero diventare Livorno la nuova Taranto». L’importante però è che l’incendio sia stato spento.

Quel che ha liberato, in fondo, è solo una goccia in un vaso già fin troppo colmo. La normalità è stata ripristinata: d’altronde, pecunia non olet

.[di Simone Valeri]

1 Comment

  1. Quello che mi fa più rabbia è che Giani, il Presidente della regione, nonostante le proteste dei cittadini e abitanti limitrofi, disse in campagna elettorale che l’impianto ” destinato a bruciare ogni anno fino a 200 mila tonnellate di plastica non riciclabile e combustibile solido secondario. ” l’avrebbe fatto fare anche a costo di venire con i carri armati in città. Una volta ascoltata questa minaccia, mi dissi che si era bruciato da solo…invece? Invece indovina dov’è che ha ricevuto più voti?
    A Stagno, proprio dove non avrebbe dovuto prendere neppure un voto!!!

    Con quello stabilimento c’è odio e amore. Odio perchè si sa quanto male fa, e amore perchè da’ lavoro a molte persone. A Livorno non esiste più una fabbrica… per questo quando sentono che c’è aria di chiusura, le persone accettano di tutto pur di non perdere il lavoro. E’ tutto molto triste…

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