Le radici d’Europa marciscono nei boschi dell’est

Dalla rete di resistenza internazionale,

di Marco Zuanetti

Concessioni abnormi a Polonia, Lituania, Lettonia sull’asilo. Però si può dire “buon Natale”C’è un’Europa che in nome del ‘politically correct’ si preoccupa di sfornare un documento, seppure a uso interno della Commissione europea, dove il Natale non si può nemmeno nominare per non offendere le altre religioni. Che finezza.

C’è un’altra Europa, spesso opposta alla prima, sovranista e nazionalista, presente in Italia, in Francia e negli Stati dell’est, che in questi giorni si è infuriata per il suddetto documento e ora canta vittoria perché la Commissione Ue l’ha ritirato. Ecco, incredibilmente, di fronte al dramma dei migranti ammassati al confine tra Polonia e Bielorussia, queste due ‘Europe’ si saldano: stanno proprio bene insieme.La riprova sta nelle misure “straordinarie” ed “eccezionali” presentate oggi dai commissari europei Margaritis Schinas e Ylva Johansson. In sostanza, per i prossimi sei mesi (prorogabili), Polonia, Lituania, Lettonia – i tre paesi dell’est maggiormente interessati agli arrivi dalla Bielorussia e ai ricatti di Lukashenko – potranno impiegare anche 4 settimane per la registrazione delle domande di asilo.

Al momento la regola è di 3-10 giorni. Da una manciata di giorni a un mese: avete capito bene. Nel frattempo, i diretti interessati resterebbero ad aspettare nei centri allestiti o da allestire lungo il confine. Ma c’è di più.La procedura di asilo completa, compreso l’appello, potrà durare anche 16 settimane. In sostanza, da qui alla primavera prossima questi disperati, se non rimpatriati, potrebbero restare nel limbo dei boschi dell’est, in rifugi che – per quanto debbano essere riscaldati e attrezzati, si preoccupa di scrivere la Commissione – non potranno mai essere un riparo vero al gelo invernale di quei luoghi.

Altro che Natale e le linee guida di Bruxelles. Altro che formalità, qui freddo e fame sono sostanza.È una concessione abnorme. E per di più arriva dopo che, dall’inizio della crisi, Bruxelles ha sempre chiuso un occhio su quello che tutte i diplomatici in città sanno. Vale a dire il fatto che il governo di Varsavia pratica i respingimenti illegali. La polizia polacca ferma e rimanda indietro anche chi riesce a mettere piede sul suolo polacco.

Chi riesce a passare la frontiera, avrebbe diritto a chiedere asilo, secondo le regole europee. Invece gli viene negato, senza che sul posto ci sia nessuno cui chiedere aiuto, senza che ci siano occhi ad accendere una luce nel buio.Non solo la Polonia non ha chiesto il soccorso di Frontex o dell’Easo, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera e l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo che intervengono solo su richiesta degli Stati. La Polonia non consente a ong e media di avere accesso alla ‘zona rossa’ al confine con la Bielorussa pur essendo scaduto lo stato di emergenza: non potendolo rinnovare, il Parlamento di Varsavia ha approvato una nuova legge sulla gestione delle frontiere per mantenere gli stessi divieti.Su tutto questo Bruxelles non reagisce.

La crisi dei migranti ha messo in stand-by la querelle sul rispetto dello stato di diritto e l’erogazione dei fondi del Next Generation Eu, con l’effetto che i soldi della Polonia restano bloccati pur in assenza di decisione. Ma su quel maledetto confine lo stato di diritto è evidentemente già morto, sciolto nella saldatura tra le due ‘Europe’: quella laica del ‘politically correct’ e dei tentativi di entrare in sintonia con la modernità, quella sovranista che brandisce i valori cristiani come clave.

Ma che ne sanno i profughi intrappolati al gelo dei boschi dell’est.

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