Mulo contro mulo

Dal blog https://comune-info.net/

Enrico Euli 13 Dicembre 2021

Sono tanti ma poco visibili coloro che trovano irritante l’uso politico del vaccino, “vax” o “no vax” (per quello che possono significare queste espressioni) e il loro dialogo tra muli. Ma sono tanti anche coloro che rifiutano prima di tutto l’ipocrisia di chi dall’alto impone misure spesso irragionevoli, orientate soltanto dal profitto e dal consumo. “Vorrei che si affrontassero le questioni che stanno a monte della pandemia – scrive Enrico Euli -, anziché proseguire a spargere false illusioni e mitomaniche speranze in panacee di tutti i mali…”

Ragli del mulo A:

É una piccola cosa, che è di grande aiuto per tutti. Non costa nulla.É giusto così, dobbiamo essere responsabili verso gli altri.Ma come mai non ci sono i controlli in strada o sui bus?Dovremmo andare a prenderli in casa coi carabinieri (Bassetti, primario infettivologo, 7.12.21). Non dobbiamo vendergli i biglietti, ancor prima di farli salire o no sui mezzi (Giovannini, ministro dei Trasporti, 8.12.21).Obblighiamoli a vaccinarsi con la forza, perché dobbiamo tutelarci da chi ci minaccia senza vaccino.

Ragli del mulo B:

Il covid non esiste, è una semplice influenza.É solo un complotto creato da Big Pharma e dall’establishment.É un attacco alla libertà personale, alla democrazia, alla vita.Non è giusto, devo tutelare me stesso e la mia salute.Ma avete visto quanti controlli?Assediamoli a casa loro, abbiamo i loro indirizzi!Non ci vacciniamo, perché dobbiamo tutelarci da chi ci minaccia con il vaccino.

Non mi ritrovo nel mulo contro mulo. Mi rivaccinerò: perché penso che sia utile per la mia (ed altrui) salute. E perché sono contrario all’uso politico del vaccino, chiunque lo faccia, vax o no vax. Ma il Green pass e il suo obbligo, tanto più se “rafforzato”, rafforza la mia contrarietà nei suoi confronti. E resto contrario a gran parte delle misure e delle logiche sottostanti alle imposizioni irragionevoli e ipocrite di chi ci governa (governato com’è soltanto da valori di profitto e consumo).

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Vorrei che usassimo le mascherine all’aperto solo se ci sono molte persone insieme e se si parla con qualcuno da vicino e a lungo.

Vorrei che si prendessero misure più gravi non al semplice aumentare dei contagi, ma soltanto se crescono esponenzialmente gravità dei casi, ricoveri e mortalità.

Vorrei che fossero rivaccinate solo le persone più fragili, non certo adulti – né tanto meno bambini o ragazzini – sani.

Vorrei che anziché insistere sui soli vaccini, utilizzassimo le risorse per le cure territoriali e domestiche, per le terapie verso chi comunque si ammala (che sia vaccinato o meno).

Vorrei che destinassimo risorse alla salute e all’efficienza dei servizi e dei mezzi pubblici, delle scuole e degli ambienti chiusi in genere.

Vorrei tornare a incontrare in presenza gli studenti, senza quote o permessi d’accesso.

Vorrei che le persone (soprattutto se vaccinate) preferissero correre il piccolo rischio di contagiarsi al grande rischio di smetterla di salutare qualcuno con baci e abbracci affettuosi.

Vorrei che si affrontassero le questioni che stanno a monte della pandemia, anziché proseguire a spargere false illusioni e mitomaniche speranze in panacee di tutti i mali.

Vorrei ripoliticizzare la politica e non proseguire a politicizzare la salute, la vita privata o lo sport.

Niente di tutto questo accade e accadrà, nonostante promesse, critiche e proposte. Se la situazione è grave, bisogna vaccinarsi per uscirne. Se non è grave, bisogna vaccinarsi perché non lo diventi. Messa così, è un’uscita di emergenza senza uscite. C’è solo da restare in attesa della variante Omega, quella della fine del mondo (a proposito: avete visto “Don’t look up“?). Ecco perché mi viene talvolta da simpatizzare con le forme ludiche di protesta e disobbedienza dei renitenti: mettersi un braccio di silicone, fare la fila solo per rallentare i vaccinandi, regalare green pass falsi a Natale, organizzare car sharing autogestiti su Telegram. Le trovo comunque più creative e divertenti della solita solfa alla vaccinara che ci fanno sorbire da ormai più di un anno su giornali e tv. Ma, in generale, mi sento distante dal loro mondo, così come non mi sento nel mondo di chi è certo di sapere e di saper risolvere: mi sento, con gli uni e con gli altri, come se fossi sempre in esilio.

Scrive Walter Benjamin in Infanzia berlinese intorno al millenovecento:

Nel 1932, mentre ero all’estero, iniziai a rendermi conto che presto avrei dovuto dire addio per molto tempo, forse per sempre, alla città in cui ero nato. Nella mia vita interiore avevo più volte sperimentato come fosse salutare il metodo della vaccinazione; lo seguii anche in questa occasione e intenzionalmente feci emergere in me le immagini – quelle dell’infanzia – che in esilio sono solite risvegliare più intensamente la nostalgia di casa. La sensazione della nostalgia non doveva però imporsi sullo spirito come il vaccino non deve imporsi su un corpo sano…

É una sensazione d’esilio che mi deprime, mi rattrista, mi fa piangere. La mattina mi sveglio ansioso, timoroso, denso d’angoscia sottile, come una piccola Cassandra. E non c’è vaccino che mi possa salvare da questo.


Enrico Euli è ricercatore alla Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari. Ha pubblicato vari testi, l’ultimo è Fare il morto per Sensibili alle foglie. I suoi articoli nell’Archivio di Comune sono leggibili qui

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