Quanto costano il ricovero e le cure di un non vaccinato? «Quattromila euro al giorno»

N.di R. – Pubblico questo articolo anche se non condivido l’impostazione solo come contributo di informazione, poichè una rilevante parte dei centri ospedalieri (vedi San Paolo di Savona) ha trasformato reparti normali in centri antiCovid per una scelta di convenienza economica, non politica dato che il rimborso che fa lo stato è molto conveniente rispetto la cura di normali prescrizioni mediche. Così si continua con i tagli dei posti e della sanità pubblica, di fatto diventando un problema per i milioni di cittadini cui serve assistenza fuori dal tema Covid.

Dal blog https://www.open.online/

20 GENNAIO 2022 – di Alessandro D’Amato

Il prezzo del ricovero in rianimazione di un non immunizzato. Il problema dei farmaci che non si trovano. E le stime sul Sistema Sanitario Nazionale

Quanto costa curare un No vax? Mentre cominciano a scarseggiare i farmaci utilizzati contro Covid-19 e metà dei preparati finisce nella cura ai non vaccinati, c’è chi fa i conti in tasca alle terapie intensive e ai reparti ordinari degli ospedali. Per scoprire che oggi il ricovero in rianimazione di un non immunizzato arriva a costare fino a 4 mila euro al giorno. E la distinzione non è casuale, visto che nei vaccinati che finiscono in nosocomio il decorso della malattia è invece più breve e benigno (e quindi meno costoso). «Usiamo molte risorse per i non vaccinati, completamente esposti al virus – dice oggi a La Stampa il dottor Sergio Livigni, coordinatore dell’area sanitaria ospedaliera del Dirmei e direttore del dipartimento Dea Asl Città di Torino -: monoclonali, antivirali, antinfiammatori. Va da sé che dobbiamo trattare tutti, senza eccezioni».

Il prezzo di un ricovero

Il ricovero di un non immunizzato in rianimazione costa fino a 4 mila euro al giorno, spiega Livigni. Ma è una cifra variabile in base a una sommatoria di fattori: «Se si tratta di intubarlo, o di ricorrere alla Ecmo, la circolazione extracorporea, i costi lievitano in misura sensibile». Per chi è immunizzato invece «il decorso è più breve e benigno, rari i ricoveri in terapia intensiva». Dei 142 ricoverati nelle terapie intensive piemontesi oltre il 70%, dunque più di 100 – è senza vaccino. Il loro costo, calcola il quotidiano, si aggira intorno ai 450 mila euro al giorno. Per la sola regione Piemonte, s’intende. Mentre scarseggiano anche i medicinali: Sotrovimab, l’unico anticorpo monoclonale che agisce contro Omicron, arriva con il contagocce.

Altrimenti ci sono gli antivirali, che comunque non hanno valore preventivo e vanno somministrati entro pochi giorni dalla comparsa dei sintomi: «La prima indicazione è sempre il Sotrovimab, le seconda è il Remdesivir, per i profili a basso-medio rischio prescriviamo il Molnupiravir», dicono i dottori piemontesi. Da ultimo, si lavora a un anticorpo monoclonale con impiego preventivo, alla pari dei vaccini, che aprirebbe nuove prospettive. Un altro contributo arriverà dal vaccino aggiornato che Pfizer sta mettendo a punto contro Omicron: «In tutti i casi, nel prossimo futuro si tratterà di capire in chi e come questa variante può fare danni. Sarà l’elemento condizionante».

Il prezzo indiretto

Nell’ottobre scorso anche Altems, ovvero l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) dell’Università Cattolica, aveva calcolato il costo dei ricoveri dei non vaccinati ricoverati per il Sistema Sanitario Nazionale. Il prezzo giornaliero di un ricovero in area medica si stimava in 709 euro, quello in terapia intensiva in 1.680. In totale, il no al vaccino costava fino a 70 milioni di euro al mese. 

Alessandro Vergallo, presidente di Aaroi-Emac, a cui fanno capo i medici anestesisti e rianimatori, aveva stimato che la spesa corre a causa di costi diretti e indiretti: «C’è un costo di default, che è una sommatoria di logistica, reparti che fanno da supporto, personale, numero di posti letto occupati. In linea generale possiamo calcolare circa mille euro a paziente al giorno. Ma parliamo solo di costi diretti, riferiti a un sistema sanitario non in affanno. Poi ci sono quelli indiretti, dovuti a rallentamenti, trasferimenti, attivazione di nuovi posti letto, aumento delle liste d’attesa».

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