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28 Aprile 2026 Dario Lucisano
I media la definiscono la “strana coppia”, dipingendola come un’inaspettata alleanza per liberare Israele da Netanyahu; la coalizione tra la Nuova Destra di Naftali Bennet e i centristi di Yesh Atid guidati da Yair Lapid, tuttavia, non ha proprio niente di “strano”. Attualmente all’opposizione, Bennett e Lapid hanno annunciato la nascita della nuova lista comparendo spalla a spalla in una conferenza stampa ripresa gloriosamente dalla stampa italiana. Il sodalizio tra i due leader si chiamerà Yachad (Insieme), e sarà guidato proprio dal leader di destra Bennett; nulla di nuovo sotto il Sole, visto che questi medesimi politici e i rispettivi partiti furono alla guida dell’esecutivo del 2021, il cosiddetto “governo del cambiamento” che diede avvio all’operazione Break the Wave in Cisgiordania, in cui Israele uccise oltre 150 palestinesi. Sia Bennet che Lapid hanno sempre appoggiato la campagna israeliana a Gaza e promettono di «non cedere un centimetro di terre al nemico», così da compiere «l’atto più sionista e più patriottico di sempre».
L’alleanza tra Bennett e Lapid è stata annunciata dai medesimi leader la sera del 26 aprile. «Sono felice di informarvi che stasera, insieme al mio amico Yair Lapid, sto compiendo l’atto più sionista e più patriottico che abbiamo mai compiuto, per il nostro Paese», sono state le prime parole di Bennett, che guiderà la coalizione. Nel suo annuncio, il capo del partito Nuova Destra loda il proprio rivale politico e il lavoro svolto con lui nel precedente esecutivo: Bennet e Lapid hanno governato insieme tra il 2021 e il 2022, in quello che è stato definito “governo del cambiamento”. L’esecutivo teneva insieme diversi partiti, e tra i vari era sostenuto anche da Ra’am, la Lista Araba Unita; quello di Bennett e Lapid fu il primo governo della storia di Israele a ricevere sostegno da un partito arabo e l’unico a spodestare – seppure per breve tempo – il premier Netanyahu negli ultimi 17 anni. L’alleanza prevedeva un sistema di rotazione automatico e giuridicamente vincolante per la carica di primo ministro: tra il 2021 e il 2023 il governo avrebbe dovuto essere guidato da Bennett e successivamente da Lapid. A causa delle divergenze dovute all’ampia coalizione, tuttavia, la rotazione ebbe luogo nel 2022, e poco dopo il governo si sciolse, lasciando nuovamente spazio a Netanyahu, insediatosi con l’attuale esecutivo.
Non è ancora chiaro se la nuova coalizione Yachad seguirà il medesimo principio della rotazione. Quello che è certo è che questa volta l’alleanza non vedrà la partecipazione di partiti arabi, e che sarà orientata verso la destra sionista. Obiettivi dichiarati di Yachad sono quelli di istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, limitare il mandato di primo ministro a otto anni, estendere la leva obbligatoria anche agli ultra-ortodossi Haredi, e «proteggere le terre del nostro Paese», senza «cedere un centimetro al nemico». Il programma completo della nuova coalizione non è ancora noto, ma alla luce di tutto è molto improbabile che – in caso di una loro vittoria – la situazione dei palestinesi muterebbe: Lapid ha sempre usato la questione palestinese come argomento politico, predicando a voce di volere perseguire la soluzione dei due Stati senza mai realmente dialogare con i rappresentanti palestinesi. Durante il suo governo con Bennett, Israele mise la questione palestinese sotto il proverbiale tappetto, e piuttosto lanciò l’operazione Break the Wave in risposta ad attacchi contro la popolazione israeliana, la maggior parte dei quali condotti da membri di gruppi ben lontani dalla resistenza palestinese – come l’ISIS. Negli ultimi due anni e mezzo, Lapid si è schierato sin dall’inizio a favore delle operazioni militari israeliane a Gaza, e ha contestato i mandati d’arresto della CPI contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
Bennett, invece, è sempre stato su sua stessa ammissione contrario alla formazione di uno Stato palestinese e alla concessione di terre alla Palestina. Nel 2018, il leader della Nuova Destra si scagliò contro le politiche del governo Netanyahu definendole troppo morbide nei confronti dei palestinesi: «Dobbiamo distruggere le case dei terroristi. Non contarle, distruggerle». Il medesimo anno, Bennett propose la dottrina definita “shoot to kill”, per gestire i palestinesi di Gaza: «Se fossi ministro della Difesa», commentava allora, «non permetterei ai terroristi di attraversare il confine da Gaza ogni giorno. E se lo facessero, dovremmo sparare per uccidere»; Bennet è anche un sostenitore dei coloni, di politiche per rinsaldare l’identità ebraica del Paese e di misure per rafforzare l’esercito e il settore della sicurezza, e si è sempre schierato contro la collaborazione con l’ANP.

Dario Lucisano
Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.