Walter Bonatti e la sfida al mostro di ghiaccio

Dal blog https://www.montagna.tv

Gian Luca Gasca 30 Gennaio 2021

Vittoria invernale sulla nord delle Grandes Jorasses

All’alba del 23 gennaio 1963 Walter Bonatti controllò il barometro, come ormai era solito fare da settimane. La schiarita tanto attesa era finalmente arrivata, anche i bollettini parlavano di qualche giorno dalla meteo serena. Walter aveva dedicato mesi alla meticolosa preparazione dell’avventura che l’avrebbe portato sullo sperone Walker, sulla nord delle Grandes Jorasses, in invernale. Un progetto coltivato per sedici anni. “È dal 17 agosto del 1949 – racconta Bonatti al giornalista di Epoca Ricciotti Lazzero –, quando venni a Courmayeur con Andrea Oggioni e altri due amici. Quella parete tetra e ghiacciata, su cui non splende mai il sole, neanche d’estate, mi aveva stregato”. Quando Riccardo Cassin era riuscito superarla, passando per lo sperone Walker, in estate, era apparso quasi un miracolo. Bonatti ci era riuscito diciannovenne, in due giorni, portandosi quasi al limite. “Non ero sicuro che mi sarei salvato” raccontava.

La preparazione

La preparazione fu meticolosa. A partire dal mese di novembre si impegnò con l’amico Cosimo Zappelli, che poi avrebbe affrontato la salita con lui, in un impegnativo allenamento. Camminate di otto o dodici ore; arrampicate senza guanti, sotto le sferzanti temperature invernali. Un esercizio necessario per abituarsi a saggiare le rocce con i polpastrelli, le sporgenze gelide che trafiggevano la pelle ricoprendo le mani di grumi di sangue. Allenamenti con le pelli, traversate nella neve fresca, notti in tenda sotto la parete. Una routine dura a cui si aggiungeva il meticoloso studio della parete. I due dovevano fare attenzione a non essere visti, si vestivano da sciatori fingendo di fare gite a scopo fotografico. Poi, una volta rimasti soli, si cambiavano per vestire i panni degli alpinisti. Al rientro si faceva il contrario e prima di tornare in città, a Courmayeur, si sarebbero nuovamente travestiti. Bonatti e Zappelli sapevano di essere “controllati” e dovevano passare inosservati per non far insospettire gli altri contendenti alla prima invernale della Walker. Da Ginevra avevamo Michel Vaucher; da Monaco di Baviera, Toni Hiebeler; Da Grindenwald, Hilti von Allmen; da Chamonix, René Desmaison; da Parigi, Pierre Mazeaud. Tra i migliori scalatori del periodo era in corso una serrata competizione a chi fosse stato i primo a riuscire sulla nord.

Deciso a un tentativo il 21 dicembre Bonatti salì fin nei pressi delle rovine del rifugio Leschaux, dove nascose provviste e materiali utili alla salita, poi si scatenò la bufera. In attesa che il tempo andasse calmandosi il ragazzo ormai trentenne continuò ad allenarsi e a controllare meticolosamente ognuno dei singoli materiali scelti per la scalata. Non voleva dimenticare nulla. Per decisione degli stessi alpinisti i due non portarono né radio né razzi di segnalazione, vollero compiere l’impresa alla stessa maniera di Cassin con la differenza che sarebbe stato inverno. Servirono settimane perché il Monte Bianco tornasse praticabile, per lungo tempo rimase avvolto dalla bufera. Il 22 gennaio poi, ecco il cielo calmarsi e restituire agli ambiziosi la vista della montagna. Era tempo di fare lo zaino e partire, in sordina. Prima però una rapida corsa ad Aosta, dal dentista, per curare un ascesso al povero Zappelli, poi via sulla montagna. Nel primo pomeriggio erano già in funivia diretti a Punta Helbronner, poi con gli sci fino al deposito di materiale e da qui, in una decina di ore, raggiunsero la nord delle Grandes Jorasses. Si prepararono per una notte fredda, con il termometro a meno 20 gradi, quindi caddero nel piacevole sonno della fatica.

Qualche ora prima dell’alba del 24 gennaio già erano in movimento. Smontarono il bivacco, mangiarono l’arrosto e il pollo disossato che avevano con sé, quindi alzarono lo sguardo alla parete.

La salita

Una delle ultime grandi imprese alpinistiche di Bonatti stava per compiersi, infatti lo scalatore bergamasco già ventilava il suo ritiro dal mondo dell’alpinismo estremo. “Per me, sulle montagne, non c’è più nulla. Mi resta solo questa, ormai” commentava.

Il 24 gennaio se ne andò in un andirivieni tra il loro bivacco e la parete, il carico del materiale era troppo pesante per riuscire a portarlo in un’unica tirata. A sera furono finalmente ai piedi della crepaccia terminale, pronti ad attaccare la parete. La seconda notte di bivacco passò lenta e insonne, il vento sferzava ululando attraverso la tenda. Prima dell’alba i due scalatori furono già pronti per iniziare la dura arrampicata. Preparato e diviso il materiale tra due zaini e una grossa sacca, da appendere alla corda e tirare su a forza di braccia, approcciarono la via. Poco dopo le 8.30 del 25 gennaio Bonatti conficcò il primo chiodo nella parete e prese a gradinare il ghiaccio mentre il gelo mordeva i loro corpi irrigidendoli nei movimenti. Salirono monotoni e soli su un’enorme e difficile parete. Una linea ancora sconosciuta, in inverno. Lontani dalla civiltà, lontanissimi dalle comodità si ritrovarono più volte a osservare i puntini degli sci lignei ai piedi della parete, unica altra forma umana sull’ombroso versante nord delle Grandes Jorasses. Quando il buio li colse si trovavano a circa 3200 metri, poco oltre l’inizio del grande scivolo di ghiaccio, pronti a bivaccare su due modeste sporgenze. Il gelo era atroce e il cielo stellato. Nella notte qualcosa cambiò e sottili strati di nuvole si addensarono nel cielo. Al mattino i due scalatori avrebbero osservato una variazione di pressione sul barometro che avevano con se. Nulla di preoccupante, sul momento.

A mezzogiorno di sabato ecco che dal cielo si sprigionò la forza delle tempesta. La bufera li avvolse mentre erano in salita verso la Fessura Allain, prima tra le difficoltà della via. Chiusi nei sacchi da bivacco, fermi su un terrazzino, attesero il calmarsi della natura. Con l’andare delle ore la mente di Bonatti si proiettò verso la rinuncia, sapeva che avrebbe presto dovuto prendere questa decisione, ma preferì attendere prima di esporla concretamente al compagno. Così andò il giorno e poi la notte. La domenica mattina non fu da meno: vento sferzante, neve violenta e temperature di parecchi gradi sotto lo zero poi, al pomeriggio, il mondo intorno a loro iniziò a calmarsi. Il cielo tornò a farsi chiaro e l’umore dei due più allegro e positivo.

Tre giorni

Passata la bufera Bonatti e Zappelli presero una decisione drastica e lasciarono la grande sacca in parete. Li rallentava troppo e, dopo la brutta esperienza, volevano scalare agili per risolvere il problema della nord. Così presero cibo per tre giorni e continuarono la salita all’alba di lunedì 28 gennaio. Ancora 900 i metri di parete, ma prima di pensare alla cima bisognava affrontare la Fessura Allain. Si scalava a mani nude, costringendo la pelle al contatto con la roccia gelida. Due ore di arrampicata goffa e impacciata, intrisa di dolori, che gli permise di superare questo tratto per poi concedersi un momento di calma prima di darsi alle nuove difficoltà. Via, su per il grande diedro e ancora avanti per delle lisce e levigate placche ricoperte di ghiaccio reso duro dalle rigide temperature. A pomeriggio eccoli davanti alla più dura delle difficoltà: il pendolo che permise ai primi salitori di evitare una liscia e strapiombante muraglia rocciosa. Passato questo punto a 3600 metri, e ritirata la corda della pendolata, tornare indietro sarebbe stato impossibile. Ora l’unica via di fuga sarebbe stata la vetta.

Una nuova giornata portò con se altre nuvole e vento forte. Bonatti e Zappelli dovevano sbrigarsi se volevano uscire vittoriosi dalla salita. Scalarono il più rapidamente possibile e nel giro di poche ore affrontarono le Placche Nere, la Cresta a Dorso di Mulo, il Nevaio Superiore e il Camino Rosso. Nel mentre la tempesta si fece sempre più forte. In breve il termometro scese a -35 gradi, non potevano pensare di bivaccare prima di aver vinto le ultime difficoltà, altrimenti non sarebbero più stati in grado di continuare. Proseguirono la scalata fino al buio più scuro quindi bivaccarono appesi a un chiodo. Fu una notte eterna, la più dura di tutte. Si trovavano di poco oltre quota quattromila, immersi in un freddo pungente che gli impedì di chiudere occhio. Forse non volevano chiudere occhio, intimoriti dal rischio di un congelamento se non di conseguenze più gravi.

130 i metri che li separavano dalla vetta al terzo giorno dall’abbandono della sacca. Continuarono a scalare tra le nuvole e la tempesta superando le ultime difficoltà che ancora li separavano dalla cornice nevosa di vetta. “Quasi ad occhi chiusi, con le palpebre incollate dal ghiaccio, alzo a piccozza e la conficco al di sopra della cresta. Un attimo dopo mi rotolo dall’alta parte: sono sulla vetta delle Grandes Jorasses”. Qualche minuto dopo anche Zappelli raggiunse la cima e i due poterono stringersi in un abbraccio liberatorio.

La discesa

Pochi istanti in vetta, giusto il tempo di scattarsi un paio di foto sotto la bufera sferzante, poi giù rapidi verso valle. I rischi erano tutt’altro che lontani: la visibilità era azzerata, i versanti potevano scaricare da un momento all’altro. Dovevano essere leggeri, veloci e prestare attenzione a ogni singolo passaggio per non smarrirsi nel bianco. Perdendo quota gli elementi si quietarono permettendo ai due scalatori di tirare il fiato e riprendersi. Qualche esitazione li colse all’altezza del canalone Whymper, dove le valanghe avrebbero potuto travolgerli, ma tutto andò liscio. Ancora avanti nella neve che li cingeva fino alla vita e poi giù verso la Val Ferret, finalmente liberi dai pericoli e con in tasca la prima invernale alla temibile nord delle Grandes Jorasses.

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