Comunità e conversione ecologica

Dal blog https://comune-info.net/

Guido Viale 30 Gennaio 2022

Chi può avviare processi di conversione ecologica? Certo non i governi nazionali né gli imprenditori (con i loro pericolosissimi progetti di geoingegneria), ma neanche le agenzie internazionali, incapaci di opporsi agli interessi del Big business. Gli attori su cui ricade quella responsabilità, secondo Guido Viale, devono ancora costituirsi: sono le comunità territoriali. Anche gli schemi tradizionali delle imprese autogestite non sono più sufficienti, c’è il rischio di mettere in concorrenza le maestranze di ogni azienda. Coinvolgere il territorio vuol dire mettere insieme i lavoratori, le associazioni professionali, civiche e ambientaliste, i sindacati, le parrocchie, i governi locali, le scuole e le Università, ma anche le reti professionali che vanno al di là dei confini di un territorio

Salvare la vita del nostro pianeta e migliorare la condizione umana vuol dire prendersi cura della Terra. Questa prospettiva oggi ha un nome (anche se può averne molti altri): papa Francesco la chiama ecologia integrale. È l’unione indissolubile tra la giustizia sociale, che persegue un riequilibrio tra le condizioni di vita di tutti gli esseri umani, e la giustizia ambientale, il rispetto degli equilibri ecologici che consentono alla vita di tutto il pianeta di riprodursi e da cui, tra l’altro, dipendono anche le condizioni che rendono possibile la sopravvivenza della specie umana.

Il programma per perseguire giorno per giorno le finalità generali dell’ecologia integrale si chiama conversione ecologica.

Costituirsi in comunità

Per realizzare la conversione ecologica occorre che ciascuno si prenda cura del territorio in cui vive, dell’impresa in cui lavora, dell’ambiente in cui opera: non da solo – ovviamente – ma condividendo progetti, lotte e sforzi con chi gli sta accanto, sia fisicamente, sia perché partecipa di una stessa rete di relazioni. Questo può comportare l’appartenenza contemporanea di ciascuno di noi a molte “comunità” – aggregazioni di interessi e progetti – diverse; il che evita che si formino comunità chiuse ripiegate su se stesse. Ma quelle comunità occorre in gran parte costituirle partendo da zero, o poco più; e contribuire a radicarle – a radicarci – in ogni territorio. L’obiettivo è un processo generale di “deglobalizzazione”, opposto a quello che ha consegnato le chiavi della vita di miliardi di uomini a un pugno (l’1 per cento? Molti meno!) di persone che controllano la finanza mondiale; senza rinunciare però ai vantaggi che la globalizzazione ha reso possibili: innanzitutto la circolazione dell’informazione, della cultura, della ricerca scientifica. Poi, in forme meno drammatiche di quelle che caratterizzano le odierne migrazioni, e meno superficiali di quelle promosse dal turismo, una più libera circolazione delle persone ovunque vogliano andare. Ma anche una circolazione più sobria di quei materiali e di quelle merci che non si possono produrre a livello locale e che sono essenziali a una vita decente che non rinunci a utilizzare i progressi della tecnica. Questo programma chiede di rendere ciascun territorio – i cui confini variano e possono essere molto diversi da un caso all’altro – più autonomo possibile – sia in campo energetico che alimentare e produttivo – da forniture esterne: quelle che le crisi future possono rendere sempre più incerte.

Valorizzare le risorse locali

La promozione di comunità territoriali il più possibile economicamente autonome, anche se collegate in rete con molte altre, è l’unico modo per lavorare seriamente all’adattamento alle condizioni difficili del nostro domani. Per questo occorre valorizzare tutte le risorse locali – comprese quelle professionali, ma anche intellettuali e spirituali, spesso nascoste, perché mai messe all’opera – di coloro che abitano in ogni territorio. Radicarsi non significa isolarsi, perché le informazioni, le idee e la cultura potranno e dovranno continuare a viaggiare lungo la rete e molte cose non potranno essere realizzate in loco, nemmeno quando si renderà necessario recuperare a fondo quei materiali e quei prodotti dismessi che oggi trattiamo come scarti e con cui soffochiamo terra, mare e cielo.

Ma la globalizzazione, quella che ha portato tante produzioni e molto lavoro in altri paesi, alla ricerca di salari più bassi, di diritti umani ancora più ridotti dei nostri e di difese ambientali inesistenti, quella deve fin d’ora invertire direzione.

Chi può realizzare la conversione ecologica

Se ci sforziamo di guardare al futuro con realismo dobbiamo ammettere che ci sono settori e produzioni destinate a scomparire o a ridimensionarsi drasticamente; e produzioni e attività che hanno invece bisogno di essere potenziate, o addirittura create o reinventate, perché saranno indispensabili a una vita decente in condizioni di maggiori difficoltà ambientali. Di questi settori, di queste produzioni e di queste attività non esiste un elenco: i nostri governanti, che pure si dichiarano impegnati nella “transizione ecologica” (hanno persino istituito un ministero con questo nome per fingere di realizzarla), non hanno mai provveduto a redigerlo; e non hanno la cultura per farlo: temono l’inimicizia  dei potenti che li hanno sostenuti finora, e che sarebbero danneggiati dalla chiusura di determinati settori; ma temono anche l’impopolarità che ne scaturirebbe se dovessero confessare che tutto quello che hanno fatto finora è sbagliato e che da oggi bisogna imboccare un’altra strada.

Ma i lavoratori e le lavoratrici, i disoccupati e la gente comune non hanno questo timore; hanno ben poche responsabilità per ciò che è stato fatto e imposto loro finora e hanno tutto l’interesse ad affrontare nel migliore dei modi il proprio futuro, quello dei propri figli e delle generazioni future. Ma chi potrà realizzare questa svolta? Certo non gli attuali governi e il ceto politico che li esprime. Sono stati informati per tempo (da almeno cinquant’anni) dei rischi che corre il pianeta Terra e, insieme a esso, la sopravvivenza stessa della specie umana; hanno preferito mettere al centro dell’attenzione le prospettive immediate dei governi e dei partiti di cui fanno parte, autoconvincendosi che in qualche modo le cose non sarebbero poi così gravi come gli scienziati del clima non si stancavano di spiegare. Continueranno su questa strada, magari fingendo di imboccarne di nuove mano a mano che i pericoli si faranno più visibili e più prossimi, ma senza una visione di un futuro possibile che faccia loro da bussola.

Niente ci possiamo aspettare neanche da manager e imprenditori, in gran parte succubi del mondo della finanza, cioè di pochissimi centri di potere mondiale i cui membri ritengono di potersi comunque sottrarre, con il loro potere e con il loro denaro, al disastro che incombe sul resto dell’umanità. Ma che sono anche convinti – e lo dichiarano apertamente – di avere i mezzi per attivare delle soluzioni di contrasto ai cambiamenti climatici fondati sulla cosiddetta geoingegneria: trasformazioni fisiche e chimiche di tutto il pianeta, atmosfera, oceani, ghiacciai, sottosuolo, che dovrebbero rallentarne il riscaldamento senza interrompere lo sfruttamento dei combustibili fossili. Si tratta di soluzioni che mettono a rischio tutta umanità, perché potrebbero trascinare l’intero pianeta verso un’alterazione definitiva degli equilibri delicati che hanno permesso alla vita e all’evoluzione di svilupparsi nel corso di centinaia di milioni di anni.

Le istituzioni internazionali sono quelle che si sono finora dimostrate più attente ai rischi di ordine generale; ma quando dagli allarmi si passa alle pratiche ordinarie delle varie agenzie, come quelle che fanno capo alla Banca Mondiale, o all’Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO), o all’Unep (Agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dell’ambiente) o all’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), gli interessi immediati del Big business finiscono inevitabilmente per prevalere; anche perché spesso il finanziamento dei progetti promossi da quelle agenzie dipende dalle grandi corporation o dalle fondazioni “filantropiche” (“benefiche”) degli uomini più ricchi del mondo. In questo quadro pensare che una singola impresa, grande o piccola e il suo management siano in grado di imboccare una strada diversa è impensabile.

Unici attori, le comunità

Il fatto è che gli attori su cui ricade la responsabilità di invertire rotta e imboccare con decisione la strada della conversione ecologica devono ancora costituirsi: sono le comunità territoriali, i cui membri più attivi, confrontandosi e valutando assieme le potenzialità offerte dalle risorse del territorio e dalle competenze umane presenti, o mobilitabili attraverso le reti in cui ciascuno è inserito, devono adoperarsi per mettere a punto dei progetti di riconversione. Per questo è necessario costruire degli ambiti in cui valorizzare, insieme alle competenze e all’esperienza delle maestranze, il vissuto di chi ha subito le conseguenze di produzioni mortifere o nocive e i saperi di chi, per studi o per collocazione professionale, è in condizioni di contribuire alla messa a punto di un disegno generale di riconversione di determinati impianti o di un determinato territorio. Agricoltura e industria alimentare di prossimità, generazione energetica da fonti rinnovabili – e, quindi, produzione, installazione e manutenzione di impianti eolici, fotovoltaici e simili – mobilità condivisa – e, quindi, treni, bus, van e veicoli da condividere: la cosiddetta mobilità flessibile – edilizia ecologica e relativa impiantistica, manutenzione e riparazione in tutti i campi – che richiedono un grande impiego di manodopera competente e coinvolta – sono sicuramente i settori che fin da oggi meritano una attenzione particolare a livello locale.

La responsabilità di promuovere nuovi e diversi indirizzi per le attività produttive non può ricadere solo sulle spalle delle maestranze di ogni singola fabbrica, impianto o impresa, secondo gli schemi tradizionali dell’autogestione o del “controllo operaio”.

È un compito troppo gravoso, che finirebbe comunque per mettere in concorrenza le maestranze di ogni azienda con quelle di tutte le altre impegnate nelle stesse produzioni o nelle stesse attività. Coinvolgere il territorio vuol dire attivare non solo i lavoratori azienda per azienda, ma tutte le strutture organizzate di una comunità: associazioni professionali, civiche e ambientaliste, sindacati, parrocchie, diocesi, governi locali, scuole e Università; ma soprattutto le reti professionali che vanno al di là dei confini di un territorio e che possono garantire che questo processo non si svolga nell’isolamento e non dia luogo a forme pericolose di competizione: quello che deve interessarci non è la competizione ma l’emulazione, lo sforzo per far meglio e aprire anche agli altri una strada che conviene a tutti; cooperando. In prospettiva, si tratta di riprendere il progetto delle “coalizioni sociali” che la Fiom aveva lanciato – senza poi darvi seguito – qualche anno fa e che oggi, in molti discorsi, ricompare con il nome di sindacato di comunità. Un’aggregazione del genere, mentre costruisce un fronte comune di lotta per imporre un’alternativa al degrado ambientale, sociale e occupazionale del territorio, prefigura in qualche modo le modalità e le strutture di gestione di una società diversa, federalista e democratica. Una democrazia in cui la partecipazione popolare non si ferma alle porte delle fabbriche e degli uffici o nelle sale d’aspetto degli enti pubblici, ma ne prende in mano le sorti: unica vera alternativa allo strapotere padronale nell’impresa capitalistica e a quello burocratico nell’impresa statale “socialista”

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