Sanremo. Tappeti e greenwashing

Dal blog https://comune-info.net/i

Andrea Turco

04 Febbraio 2022

Il teatro Ariston è un luogo perfetto per lo show più in voga del momento: il greenwashing. Nella cittadina ligure di Sanremo il cane a sei zampe promuove Plenitude, la nuova società che integra rinnovabili, vendita al dettaglio e mobilità elettrica e che sarà quotata in Borsa tra un mese. Il tappeto rosso del festival è diventato verde. Una scelta contestata dal mondo ambientalista. La Rai ha scelto di non svelare l’entità della sponsorizzazione

Zdravko Wikimedia Commons; Author: Zdravko Petrov

“Perché Eni è Eni”. E resta tale anche se cambia nome e logo. Si potrebbe parafrasare così la scelta del Festival di Sanremo di affidarsi al cane a sei zampe – con l’abito della neonata società Plenitude – per sponsorizzare la rassegna musicale che si conlude stasera sulla Rai. A sollevare l’inopportunità della scelta è stata Greenpeace, seguita da diversi commentatori e attivisti.

La multinazionale energetica sponsorizza costantemente kermesse e grandi eventi, dalla nazionale di calcio che ha vinto gli Europei 2021 al concerto del primo maggio a Roma. Questa volta, però, a far rumore è la protesta compatta del mondo ambientalista di fronte alla notizia che Eni, in sostituzione di Tim, è lo sponsor principale dell’edizione 2022 di Sanremo. Un cambiamento che si era già notato negli scorsi giorni persino in uno dei simboli del festival della canzone italiana: all’ingresso del teatro Ariston non c’è più il caratteristico tappeto rosso ma un “green carpet”, realizzato con un mix di erba vera e sintetica. A spiegare la scelta è l’assessore al Turismo di Sanremo, Giuseppe Faraldi: “Il colore verde, rispetto a quello rosso degli anni passati, si riallaccia alla politica ambientale dell’unico sponsor del Festival di quest’anno, Eni, che promuove le energie rinnovabili”.

Insomma, il cane a sei zampe approfitta dell’audience da record del Festival per mettere in bella mostra il suo abito nuovo: il cane nero a sei zampe che sputa fuoco lascia il posto, nel logo nuovo di conio di Plenitude, a un cane verde sovrastato da un sole che dal verde sfuma verso il giallo. Eni arriva a Sanremo per far conoscere Plenitude, la società che integra rinnovabili, vendita al dettaglio (tipo le offerte di gas e luce) e mobilità elettrica (soprattutto le stazioni di ricarica). La nuova compagnia di Eni sarà quotata in Borsa tra un mese, e dovrebbe immettere sul mercato una quota che è stata stimata tra il 20 e il 30% del capitale. Se da una parte, come annunciato a novembre 2021, “la società punta a essere finanziariamente indipendente da Eni ponendosi ambiziosi obiettivi”, dall’altra Plenitude “punta a una crescita guidata da un piano di investimenti medi annui da 1,8 miliardi di euro nel periodo 2022-2025, concentrati soprattutto sulle attività rinnovabili che attrarranno oltre l’80% della spesa complessiva”.

Tuttavia, pur sollecitata dal quotidiano Domani, la Rai ha deciso di non rendere noto l’ammontare della sponsorizzazione a sei zampe. È stato comunque promesso che durante il Festival ci sarà un “processo per analizzare, per la prima volta, l’impatto dell’evento in termini di consumi ed emissioni di CO2 correlate all’organizzazione e allo svolgimento dell’evento stesso, attraverso strumenti innovativi” che in ogni caso non sono stati specificati. Oltre alle canzoni, dunque, ci sarà da valutare anche qualcos’altro.

Foto: Mauro Grigollo tratta dal blog Economiacircolare.com

Da cosa è alimentata la fiamma del cane a sei zampe?

Con il nuovo cane scaldato dal sole e la neonata società, Eni tenta di rinnovare l’immagine e separare i settori di business. Ma, bilanci alla mano, il marchio originale, realizzato negli anni ‘50 per promuovere la benzina Supercortemaggiore e il metano Agipgas, appare ancora il più aderente alla realtà. Secondo il Piano Strategico 2021-2024, la crescita nella produzione di idrocarburi continuerà fino al 2024, con una media annuale del 4%, superiore perfino alla media prevista nel piano precedente, relativo al periodo 2019-2025.

Con la crisi energetica, il ministero della Transizione Ecologica guidato da Roberto Cingolani punta a raddoppiare la produzione italiana di gas, per arrivare a 8-10 miliardi di metri cubi di metano. La principale beneficiaria di questa scelta sarebbe Eni, così come delineato da Cingolani a dicembre in vista della chiusura del PiTESAI, il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee. Basti pensare che nel Piano un solo giacimento – denominato Argo-Cassiopea, situato nelle costa siciliana tra Gela e Licata e gestito da Eni – viene definito “sicuro” dallo stesso ministero e, nelle previsioni dell’azienda, fornirà ““per un decennio un miliardo di metri cubi di gas in più all’anno”.

Se si analizza poi il capex (il capitale di investimento), nello stesso arco temporale si apprende che il 65% verrà dedicato all’estrazione di idrocarburi e soltanto il 20% agli investimenti green – di cui Plenitude dovrebbe essere il principale beneficiario. In questa quota verde, tra l’altro, rientrano tecnologie contestate come il ccus, la cattura, l’uso e lo stoccaggio di carbonio: come è noto  Eni intende realizzare un impianto enorme a Ravenna, nonostante l’opposizione della popolazione locale, le criticità sollevate anche da Enel e da parte della comunità scientifica.

Allo stesso modo, negli investimenti green di Eni rientrano pure le bioraffinerie, finite sotto i riflettori dopo il pronunciamento dello scorso novembre del Tar del Lazio sul ricorso dell’azienda contro la sentenza del 15 gennaio 2020 di Agcm. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha condannato l’azienda per “greenwashing” e pubblicità ingannevole in riferimento al biodiesel “Eni Diesel+”, il combustibile prodotto nelle bioraffinerie Eni di Porto Marghera e Gela. Se la prima è alimentata con gli oli esausti, forniti dal gruppo Hera, la secondo è invece alimentata da olio di palma proveniente dall’Indonesia e oli grassi animali dall’America Latina. Non esattamente un modello di filiera corta ed economia circolare.

“È inaccettabile – scrive Greenpeace sul proprio sito – che Eni sfrutti la vetrina di Sanremo, e dei tanti altri eventi che sponsorizza, per fare greenwashing e promuovere un’immagine di azienda attenta all’ambiente che non corrisponde affatto alla realtà.

Eni continua a investire sul gas e sul petrolio, è il principale emettitore italiano di gas serra e una delle aziende più inquinanti del pianeta. Il mondo della musica, della cultura, dello sport e dell’istruzione dovrebbero essere liberi dalla dannosa propaganda dell’industria degli idrocarburi, così come è avvenuto con l’industria del tabacco! Tra gli sponsor del Festival di Sanremo 2022 compaiono anche Suzuki e Costa Crociere, appartenenti a due dei settori – quello dell’automotive e del trasporto marittimo – che più contribuiscono alla crisi climatica”.

Senza Eni la scuola è più bella?

In attesa di capire con quale chiave di lettura Eni porterà le tematiche ambientali al festival di Sanremo, val la pena ricordare le critiche con le quali è stato accolto l’ingresso nelle scuole del cane a sei zampe. Soprattutto grazie all’azione degli studenti e delle studentesse che hanno aderito alla rete di Fridays for Future e agli Scioperi per il clima – ne è previsto un altro il 25 marzo. Intanto l’azione di sensibilizzazione dal basso è servita anche a smuovere il lento apparato burocratico che si muove attorno alla scuola.

“Dal prossimo anno scolastico – scrive Green and Blue – in 28 istituti italiani prenderanno il via i primi licei “Ted” d’Italia, dedicati alla Transizione Ecologica e Digitale. Il via libera all’istituzione di questi percorsi è arrivato il 21 gennaio, poco prima della celebrazione della Giornata mondiale dell’Istruzione.

Guidati dall‘Iss Ettore Majorana di Brindisi, i nuovi licei per il 2022/2023 lanceranno una proposta formativa tutta incentrata sulla sfida della salvaguardia del Pianeta: in classe si studieranno i cambiamenti climatici, l’inquinamento ambientale, le energie rinnovabili, l’uso del digitale e molto altro ancora, in un percorso di formazione che vedrà coinvolti prima gli insegnanti e poi direttamente gli studenti a partire dal prossimo anno”.

A occuparsi della formazione sarà il network Consel, il consorzio di aziende che “raccoglie in un rapporto stabile di collaborazione oltre 100 grandi gruppi, piccole e medie imprese, start-up e università, al fine di garantire il supporto del mondo economico, produttivo e della ricerca nel disegnare i percorsi di formazione di ELIS, il rapido ingresso degli studenti nel mondo del lavoro e la realizzazione di progetti d’innovazione e sviluppo con attenzione alla responsabilità sociale d’impresa”. Nel lungo elenco di imprese c’è anche un logo noto, con la tradizionale “fiamma” fossile.

Se non può certo sorprendere l’ingresso delle aziende tra i banchi di scuola, favorito anzi dalle istituzioni attraverso ad esempio il meccanismo di alternanza scuola/lavoro, in questo caso però c’è un elemento in più di riflessione. Le aziende, infatti, si occuperanno anche della formazione sui temi che di solito sono appannaggio della comunità scientifica.

E lo faranno (anche) in luoghi dove gli impatti ambientali sono tuttora evidenti e innegabili. Proprio per questo motivo l’associazione A Sud promuove in questi giorni Fossil Free School, “il corso di formazione gratuita per docenti per una scuola fuori dal fossile”. Dal 3 febbraio al 31 marzo il corso è rivolto a docenti della scuola primaria e secondaria sulla crisi ambientale e climatica in atto. E si rivolge proprio ai luoghi dove operano le aziende fossili: Basilicata, Sicilia e Lazio.

“Negli ultimi anni  – si legge nel comunicato di lancio dell’iniziativa – le compagnie fossili stanno cercando di cambiare faccia cambiando il racconto di sé in modo da sembrare più sostenibile. Come Eni, per esempio, che da una parte sta continuando a incrementare la produzione di idrocarburi, dall’altra si sta accreditando come soggetto credibile all’interno della transizione ecologica, rivestendo un ruolo centrale anche all’interno della formazione ambientale nelle scuole e nelle università.

Nei primi mesi del 2020 per esempio, anche grazie ad un accordo con l’associazione nazionale presidi, Eni ha svolto formazioni ai docenti proprio sui temi dei cambiamenti climatici e sulla contaminazione ai docenti delle scuole. Una pratica ben conosciuta nei luoghi in cui Eni opera, dove queste formazioni sono in piedi da diverso tempo.

Ma come possono le imprese che hanno causato la crisi climatica raccontare ai docenti e di conseguenza ai/lle nostri/e ragazzi/e cos’è la crisi climatica, raccontarne le ragioni, spiegarne le soluzioni in maniera neutrale se hanno avuto un ruolo così importante all’interno del processo?” Sembrerà paradossale, ma per rispondere a questa domanda forse servirà guardare il Festival di Sanremo.

Articolo tratto dal blog Economiacircolare.com

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