I giochi sporchi di Pechino 2022

Dal blog https://jacobinitalia.it

Jules Boykoff 10 Febbraio 2022

La nascita di un movimento globale contro le speculazioni delle Olimpiadi ci aiuta a capire come contestare questo mega-evento senza cadere nelle trappole guerrafondaie e anti-cinesi

Con le Olimpiadi invernali di Pechino 2022, crescono le proteste contro i giochi. Alcuni sono contrari principalmente alla decisione di tenere l’evento in Cina, mentre altri sono critici nei confronti del Comitato olimpico internazionale (Cio) ovunque metta piede. Nel complesso, le Olimpiadi di Pechino hanno suscitato più dissenso di qualsiasi altra Olimpiade nella storia recente.

Le proteste internazionali convergono sulle serie preoccupazioni sulle violazioni dei diritti umani in Cina, dall’oppressione degli uiguri e di altre minoranze etniche nello Xinjiang all’ormai antica repressione dei tibetani e all’imposizione da parte di Pechino di leggi sulla sicurezza nazionale a Hong Kong che soffocano l’attivismo politico.

Alcuni accademici e difensori dei diritti umani chiedono agli atleti di boicottare le Olimpiadi. Lo fanno con tutte le loro forze organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International. Yaqiu Wang, ricercatore senior di Human Rights Watch, dice a Jacobin: «Ci sono tante questioni relative ai diritti umani e ognuna di queste presa da sola sarebbe stata sufficiente per chiedere che i giochi non fossero assegnati a Pechino». Un’alleanza di oltre duecento organizzazioni per i diritti umani chiede un boicottaggio diplomatico dei giochi di Pechino, sulla falsariga di quanto hanno già dichiarato l’amministrazione Joe Biden e una manciata di alleati, tra i crescenti tentativi sia della destra che di alcuni liberali di innescare una nuova guerra fredda con la Cina.

Nel frattempo, gli attivisti e le attiviste di sinistra che si concentrano sulle Olimpiadi continuano la loro battaglia contro il sistema a cinque anelli. Per loro, la Cina è un obiettivo più complicato. NOlympics LA, gruppo anti-olimpico emerso dalla sezione dei Socialisti Democratici d’America (Dsa) a Los Angeles, ha rilasciato l’anno scorso una dichiarazione in cui metteva in guardia contro la tendenza «a trattare come eccezionali i crimini della Cina e a lanciare una nuova guerra fredda senza mettere in discussione il contesto del capitalismo globale che li ha ispirati, insieme alle Olimpiadi».

Natsuko Sasaki, attiva a Parigi con il gruppo anti-olimpico NON aux JO 2024 à Paris (NO ai Giochi Olimpici di Parigi), ci spiega: «Sono contro tutte le Olimpiadi, inclusa Pechino 2022». Sasaki, che è nata in Giappone, fa notare che anche i netto-uyoku – agitatori online di estrema destra giapponesi – sono fermamente contrari alla messa in scena dei giochi in Cina. «Quando sai che l’opposizione ai Giochi di Pechino è dominata dall’estrema destra nel tuo paese di origine – ha detto – è complicato esprimere dissenso in modo più articolato».

Tuttavia, anche se la sinistra tenta di assumere una posizione diversa rispetto agli oppositori liberali ai Giochi di Pechino, la posizione è chiara: dovunque si tengano, le Olimpiadi sono un racket.

Resistenza globale

Il Comitato olimpico internazionale e i suoi partner aziendali utilizzano la popolarità e la fama degli atleti olimpici per produrre profitti enormi, ma gli atleti ottengono poco in cambio. Una ricerca della Ryerson University e del gruppo guidato dagli sportivi progressisti di Global Athlete ha rilevato che agli olimpionici arriva un misero 4,1% dei ricavi delle Olimpiadi e solo lo 0,5% in forma diretta. Nelle leghe professionistiche come la National Basketball Association, la National Football League, la National Hockey League, la Major League Baseball e la Premier League inglese di calcio, gli atleti ricevono tra il 45 e il 60% dei ricavi.

Insieme allo sfruttamento dell’atleta-lavoratore, i critici delle Olimpiadi contestano la spesa eccessiva dei giochi, la militarizzazione della sfera pubblica per proteggere lo spettacolo olimpico, la gentrificazione e lo sfollamento forzato nelle città ospitanti, il greenwashing olimpico e il deficit di democrazia che i giochi determinano.

Per decenni, resistere alla macchina olimpica era come afferrare una talpa. I giochi olimpici spuntano in una città – generando dissenso tra i gruppi di attivisti esistenti che combattono le forze della gentrificazione, dell’iperpolizia e del greenwashing – per poi finire sotto la superficie, riemergendo nella città successiva due anni dopo. Dopo le Olimpiadi, i manifestanti tornano ai loro obiettivi e a dedicarsi ai temi consueti. In questo senso, l’attivismo anti-olimpico di solito più che un «movimento di movimenti» è stato «un momento di movimenti». In altre parole, durante il lungo periodo olimpico, i gruppi di attivisti esistenti si sono spesso riuniti usando le Olimpiadi come punto focale di reazione, per poi sciogliersi a giochi conclusi.

NOlympics LA, insieme a organizzazioni simili a Tokyo, Parigi, Seoul, Rio de Janeiro e altrove, sta cercando di cambiare questa situazione provando a costruire un movimento anti-olimpico transnazionale. Nel luglio 2019 si sono riuniti a Tokyo per il primo incontro globale contro le Olimpiadi. Gli attivisti stanno pianificando un secondo vertice, da tenersi a Parigi nel maggio prossimo. Si riconoscono online con l’hashtag #NolympicsAnywhere.

«Il primo vertice transnazionale anti-olimpico a Tokyo nel 2019 si è rivelato molto importante per i movimenti anti-olimpici per acquisire forza e influenza», afferma Satoko Itani, professore di studi su sport, genere e sessualità presso l’Università di Kansai in Giappone. Itani, che è sceso in piazza per protestare durante le Olimpiadi di Tokyo 2020, spiega come

attivisti anti-olimpici di tutto il mondo hanno condiviso la loro esperienza, conoscenza e strategie con attivisti in prima linea a Tokyo… Gli attivisti di Tokyo sono stimolati da questo sostegno e solidarietà internazionali. Il vertice precedente ha consolidato la nuova natura transnazionale del movimento anti-olimpico e credo che questa energia, conoscenza e fiducia condivise tra gli attivisti siano riuscite a intaccare il mito delle Olimpiadi.

Anche Arielle Sallai, organizzatrice di NOlympics LA e membro dei Dsa-LA, ha sottolineato l’importanza della solidarietà internazionale. Dice a Jacobin:

Ciò dimostra che tutto ciò è va molto oltre Los Angeles, facciamo parte di un movimento globale che coinvolge le città ospiti olimpiche passate e future, non è solo un progetto di alcuni militanti, ma un progetto organizzativo molto serio che abbraccia il mondo intero.

Sallai aggiunge: «Tutti i socialisti seri dovrebbero essere internazionalisti. L’imperialismo è una parte enorme del capitalismo. NOlympics è uno dei pochi progetti dei Dsa che parla di più del lavoro internazionale e ci mette in contatto con persone in tutto il mondo».

Avvisaglie imperiali

Il discorso politico mainstream statunitense non è abituato alla complessità. Negli ultimi anni, le élite politiche hanno diffuso un forte sentimento anti-cinese. Il Congresso ha approvato il recente disegno di legge sulla difesa da 770 miliardi di dollari che include 24 miliardi di dollari in più rispetto a quanto richiesto dall’amministrazione Biden. Gli opinionisti hanno giustificato questo aumento sostenendo che la Cina è una minaccia geopolitica crescente.

La spinta viene non solo dai repubblicani, ma anche dai democratici. Le narrazioni semplicistiche sostenute da entrambi i partiti politici mettono in contrasto gli Stati uniti amanti della libertà con uno stato cinese tutto preso a tramare. La campagna bipartisan di demonizzazione sta ottenendo risultati: l’anno scorso, un sondaggio del Pew Research Center ha rilevato che il 67% degli statunitensi nutriva sentimenti negativi nei confronti della Cina, un aumento del 21% dal 2018. L’escalation delle tensioni tra Cina e Stati uniti potrebbe culminare in un disastro. Dopotutto, la parabola narrativa delle demonizzazioni statunitensi di solito finisce con l’atterrare in un tonfo brutale e imperiale.

L’eccessivo attacco alla Cina ignora alcuni fatti degni di nota: la Cina ha sollevato dalla povertà circa 800 milioni di persone dal 1980. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la Cina ha avuto solo seimila morti per Covid-19; a gennaio, gli Stati uniti hanno raggiunto una cifra simile ogni tre giorni. Gli Stati uniti hanno circa 750 basi militari sparse per il mondo, mentre la Cina ne ha solo una all’estero. Inoltre, osserva Alyssa Battistoni sulla New Left Review, «gli investimenti statali cinesi nelle tecnologie a basse emissioni di carbonio, e in particolare nei pannelli solari, hanno catalizzato l’industria delle energie rinnovabili e hanno posto una sfida ai governi occidentali». Il sociologo Daniel Aldana della Cohen University of California, Berkeley, ha sottolineato che «la Cina continua a essere il motore principale della decarbonizzazione globale». La cooperazione Usa-Cina è cruciale sui cambiamenti climatici e altre questioni di sicurezza.

Niente di tutto ciò giustifica le estreme violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Cina dove oltre ai uiguri, tibetani e attivisti democratici di Hong Kong, anche le attiviste Lgbt e le femministe stanno vivendo una nuova ondata di repressione. Nel contesto di un aumento bipartisan dell’ostilità, le Olimpiadi di Pechino rischiano di diventare l’ennesima scusa per la guerra.

Alcuni attivisti di sinistra sono preoccupati che criticare Pechino 2022 alla luce delle violazioni dei diritti umani rischi di aprire un vaso di Pandora di odio anti-asiatico oltre che dare il via libera ai guerrafondai imperiali. La sinistra anti-olimpica ha proceduto con cautela, rispecchiando le argomentazioni emerse dalla sinistra più ampia secondo cui si può criticare il governo cinese per aver soffocato la libertà di parola, i caporioni olimpici per la loro avidità e gli Stati uniti per il loro imperialismo xenofobo.

Il dilemma degli atleti

Viviamo nell’era dell’esposizione degli atleti, con sportivi sempre più socialmente consapevoli che fanno dichiarazioni politiche e intervengono nel dibattito pubblico. Per loro Pechino presenta un dilemma particolare. Gruppi come Global Athlete stanno consigliando agli olimpionici di non parlare di questioni politiche a Pechino, soprattutto se rischiano di entrare in conflitto con la legge cinese. Si scopre così che violare la legge cinese è abbastanza facile. Un’analisi del gruppo China Law and Policy ha rilevato che la semplice menzione del Tibet o dello Xinjiang ai sensi del diritto penale cinese potrebbe essere interpretata come incitamento al separatismo, mentre prendere posizione su qualsiasi causa controversa potrebbe violare una legge che vieta di «creare disordini nei luoghi pubblici». In conferenza stampa, un membro del comitato organizzatore di Pechino 2022 ha dichiarato che gli atleti sarebbero andati incontro a «punizioni sicure» se avessero parlato di certe cose.

A complicare le cose, il Comitato olimpico internazionale si è costantemente schierato con le autorità cinesi, inviando così un chiaro messaggio agli atleti e alle atlete. Quando la star del tennis cinese Peng Shuai, tre volte olimpionica, ha accusato l’ex vicepremier Zhang Gaoli di molestia sessuale, il Cio ha essenzialmente condotto un’interferenza politica per la Cina, organizzando una videochiamata di trenta minuti con Peng, dopo di che il presidente del Cio ha concluso allegramente che era tutto a posto. La creduloneria volontaria del Cio ha lasciato tutti senza fiato e ha rappresentato un messaggio inequivocabile agli atleti diretti a Pechino: se dovessero prendere una posizione politica spinosa, il Cio non gli coprirebbe le spalle.

Noah Hoffman, due volte olimpionico nello sci di fondo, dice a Jacobin:

Lungi dal difendere gli atleti e e atlete che parlano fuori dal campo di gioco e dal podio, le azioni del Cio nel caso Peng Shuai hanno dimostrato che aiuteranno e favoriranno coloro che zittiscono gli atleti piuttosto che difenderli. Il Cio ha collaborato con il Pcc (Partito comunista cinese) per nascondere la storia di Peng Shuai e fingere che lei non abbia mai lanciato accuse di aggressione sessuale. Non c’è motivo di pensare che agiranno diversamente se gli atleti parleranno a Pechino. Gli atleti non dovranno aspettarsi che il Cio tuteli il loro diritto di esprimersi. Il Cio potrebbe anzi assistere coloro che stanno promettendo punizioni. Si tratta di una violazione incredibile del dovere del Cio di proteggere gli atleti. Sono molto arrabbiato.

Molti olimpionici hanno espresso il loro dispiacere per la situazione. La star dello sci olimpico statunitense Mikaela Shiffrin ha dichiarato alla Reuters:

Certamente non vuoi essere messo nella posizione di dover scegliere tra i diritti umani e l’essere in grado di fare il tuo lavoro, che del resto potrebbe mettere in evidenza alcuni problemi o portare speranza al mondo in un periodo molto difficile.

Ha aggiunto: «Non ci sono solo illazioni ma prove legittime su molti dei posti nei quali siamo andati nelle ultime Olimpiadi».

Shiffrin non è la sola. Il danzatore olimpico statunitense Evan Bates ha dichiarato: «Posso dire che le violazioni dei diritti umani sono abissali… Anche noi siamo esseri umani e quando leggiamo e sentiamo parlare di cose che stanno accadendo [in Cina]… lo detestiamo». La snowboarder olimpica statunitense Jamie Anderson ha detto che avrebbe voluto che le Olimpiadi non si fossero state assegnate alla Cina.

Alcuni accusano la Cina di macchiare le Olimpiadi. In realtà, i Giochi Olimpici sono da tempo un affare sporco. Pechino rappresenta un momento complicato per gli attivisti di sinistra, che deve essere affrontato con attenzione. Ma stiamo assistendo a un momento incredibilmente propizio per l’attivismo anti-olimpico: i Giochi di Pechino 2022 puntano i riflettori sulla sfacciata ipocrisia del Comitato olimpico internazionale e, allo stesso tempo, l’attivismo transnazionale sta guadagnando slancio contro i giochi attraverso una profonda organizzazione, la cui dimensione non abbiamo mai visto prima. Lo storico movimento anti-olimpico può trarre vantaggio dall’ulteriore attenzione globale sui Giochi di Pechino e incanalarla in qualcosa di molto più produttivo di una sciabolata contro la Cina.

*Jules Boykoff è l’autore di Power Games: A Political History of the Olympics. Insegna politica alla Pacific University dell’Oregon. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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