In guerra, ma con i termosifoni caldi

Dal blog https://comune-info.net

Paolo Cacciari 05 Marzo 2022

Il fiume di metano russo che scorre attraverso il gasdotto della Snam al Tarvisio non si è mai ridotto. Mentre i paesi dell’Ue con una mano inviano armi a Kiev, con l’altra girano al loro nuovo nemico, lo zar Putin, un assegno di 800 milioni di euro ogni giorno, che, a fine anno potrebbe arrivare a un totale astronomico di 260 miliardi di euro, per lo stesso volume di gas dello scorso anno. Per sottrarsi da questa tenaglia c’è solo una strada: favorire l’autosufficienza energetica, per i paesi del Mediterraneo grazie all’esposizione solare. Insomma, Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Boris Jhonson, Mario Draghi incitano alla guerra, ma stando bene attenti a tenere i termosifoni caldi. “La guerra è l’apoteosi della violenza – scrive Paolo Cacciari – Ma è la violenza strutturale e diffusa di un sistema economico-sociale ingiusto che scatena le guerre…”

La guerra non è solo il regno della menzogna, è anche quello della viltà e della ipocrisia. Mentre scrivo siamo ormai giunti al dodicesimo giorno dell’invasione dell’Ucraina e il fiume di metano russo che scorre attraverso il gasdotto della Snam al Tarvisio non si è mai ridotto. Le roboanti dichiarazioni dei governi occidentali e le sanzioni contro la Russia non riguardano Gazprom, per scelta della Commissione europea che ha escluso il gas dal blocco dello Swift (sistema dei pagamenti bancari). Le compagnie di stato degli idrocarburi europee e russe e le loro banche possono stare tranquille. La guerra non le riguarda. La nostra Eni può continuare a prelevare quanto gas vuole dalle scorte accumulate nei giacimenti esauriti della Pianura Padana. L’aumento delle bollette energetiche al consumo non dipende dalla scarsità delle materie prime, ma dai meccanismi di determinazione dei prezzi che premiano le speculazioni degli intermediari e generano extraprofitti alle compagnie Oil & Gas. 

Mentre i paesi dell’Unione Europea con una mano inviano armi a Kiev, con l’altra girano al loro nuovo nemico, lo zar Putin, un assegno di 800 milioni di euro ogni giorno, che, a fine anno potrebbe arrivare a un totale astronomico di 260 miliardi di euro, per lo stesso volume di gas dello scorso anno. Lo scrive uno che se ne intende, Federico Fubini sul Corriere della Sera del 3 marzo. Siamo noi i cofinanziatori dell’invasione della Ucraina. Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Boris Jhonson, Mario Draghi e compagnia mediatica al seguito incitano alla guerra, ma stando bene attenti a tenere i termosifoni caldi. Le guerre non fermano i business. Anzi. Si fanno proprio per quelli. Sotto il velo della parvenza di nobili principi (l’indipendenza, l’integrità, la sicurezza nazionale e l’autodeterminazione dei popoli) sono in gioco interessi economici e geopolitici degli stati più potenti che spingono le nazioni sotto l’una o l’altra “zona di influenza”. Le lezioni della storia non servono a nulla.

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Per sottrarsi da questa tenaglia i popoli non hanno da seguire che una strada: recuperare il più largo spazio di autosufficienza economica a cominciare proprio da quella energetica. Le tecnologie ci sono e il nostro paese sarebbe anche favorito da un’ottima esposizione solare. Dobbiamo imparare a soddisfare le nostre esigenze con ciò che abbiamo a disposizione. Lasciamo il gas ai russi e il grano all’Ucraina. Dotarci di sistemi energetici autonomi non è poi una cosa così fantastica. Uno studio pubblicato da QualEnergia (Come dimezzare le importazioni di gas russo con efficienza e rinnovabili) dimostra che con risparmi nei consumi e pieno sfruttamento delle infrastrutture esistenti sarebbe possibile dimezzare le importazioni di gas russo.

Dovremmo finalmente capire che la diffidenza e l’avversione che i popoli del sud e dell’oriente del mondo hanno maturato nei confronti degli stati occidentali dipende dalle politiche economiche espansive con cui le grandi compagnie transnazionali (con l’aiuto delle istituzioni finanziarie) continuano a depredare le risorse primarie del pianeta. Idrocarburi, minerali, foreste, suoli agricoli per far pascolare bovini da hamburger e pecore per i tessuti pregiati dei grandi brand. Lasciando sul posto pochi spiccioli per lavori malpagati, montagne di scorie e uno strascico di corruzione. Infine, con la liberalizzazione dei mercati finanziari e la globalizzazione delle filiere produttive, le delocalizzazioni delle fabbriche più energivore ed inquinanti stanno avendo impatti ambientali drammatici nelle megalopoli del sud del mondo. Il colonialismo (seppure con altri mezzi) non finisce mai. In questo mondo ingiusto è evidente che non vi potrà mai essere né pace, né sostenibilità ecologica.

La guerra è l’apoteosi della violenza. Ma è la violenza strutturale e diffusa di un sistema economico-sociale ingiusto che scatena le guerre.

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