Folle affanno di Pedro Lemebel

dal blog https://www.carmillaonline.com/

di Paola Rambaldi Pubblicato il 24 Marzo 2022

“Non sono Pasolini che chiede spiegazioni. Non sono Ginsberg espulso da Cuba. Non sono un frocio mascherato da poeta. Non ho bisogno di maschere. Questa è la mia faccia. Parlo in nome della mia differenza. Difendo ciò che sono. E non sono poi così strano. Mi fa schifo l’ingiustizia. E non mi fido di questa cueca democratica. Ma non parlatemi di proletariato, perché essere povero e frocio è peggio. Bisogna essere acidi per sopportarlo. È girare alla larga dai machos dell’angolo. È un padre che ti odia poiché il figlio è dell’altra sponda. È avere una madre con le mani spaccate dal cloro, invecchiate di pulizie, che ti cullano ammalato. Per cattive abitudini. Per cattiva sorte. Come la dittatura. Peggio della dittatura. Perché la dittatura passa e arriva la democrazia e subito dopo il socialismo. E poi? Che ne farete di noi compagni? Ci legherete per le trecce come pacchi indirizzati a un centro per malati di AIDS cubano?” Pag. 105/106.

“Non è che da piccolo mi piacesse giocare con le bambole: io volevo essere la bambola”.
Dopo una giovinezza indigente, l’autore adotta il cognome della madre Violeta Lemebel. Frequenta una scuola industriale di falegnameria e forgiatura metalli e studia arte plastica presso l’università del Cile diventando insegnante d’arte al liceo, dove viene licenziato per presunta omosessualità. Frequenta seminari di scrittura ottenendo il primo riconoscimento nel 1982 quando vede premiare un suo racconto. Amatissimo dalla comunità omosessuale si è sempre battuto per i diritti umani. Tra il 1987 e il 1995 realizza 15 memorabili eventi pubblici dove mescola performance provocatorie, trasformismo, fotografia, video e installazioni per rivendicare il diritto alla libertà sessuale. Le sue opere sono tradotte in francese, italiano e inglese. E in Cile il suo primo romanzo Ho paura torero è stato il più venduto del 2001.

Folle affanno è una raccolta di trentaquattro racconti, fedelmente tradotta da Silvia Falorni, che offre un punto di vista inedito sul vissuto degli omosessuali nell’America Latina degli anni ‘80 e ‘90 tra dittatura di Pinochet e AIDS. Sono racconti che divertono e commuovono, che vedono protagoniste bistrattissime locas in tacchi alti e lustrini. Non esiste parola italiana che sostituisca il termine locas, se in spagnolo sta per pazze, per Lemebel le locas sono: dive, regine proletarie, omosessuali, transessuali e travestiti.

Folle affanno è un misto di biografia, giornalismo e narrazione graffiante che parla di travestitismo omosessuale e di storie di vita vissuta di una comunità solidale che si aiuta fino in fondo nella buona e nella cattiva sorte, nella malattia e nel dolore. Sono storie di solitudine, povertà e violenza, che riportano le verità scomode e i calvari di tanti emarginati cileni, cronache di omofobia e di lotte per l’emancipazione soffocate dalla dittatura e dalla grande peste, che l’autore tratta con ironia sdrammatizzando la tragedia. Qui l’AIDS è quotidianità e Lemebel lo definisce: la nuova moda gay per morire, l’ultima cena degli apostoli froci e l’ultima tendenza funebre per dimagrire. I locali gay vanno per la maggiore, l’offerta erotica è alta, i profumi eccessivi e i banconi dei club sono sempre forieri d’incontri. Un mondo dove i malati si confondono coi sani e dove i sani sono sempre meno. Le locas si tagliano il petto da sole con le lamette per inserire silicone nelle tette e si ricuciono a mano. Molte di loro mantengono una famiglia e quando escono la mamma gli aggiusta le parrucche e aggiunge profilattici in borsa.

Sono racconti disarmanti come quello ambientato a Santiago nel dicembre del 1972 dove le locas, incuranti dell’odore di polvere da sparo che si respira per strada, organizzano una mitica festa di capodanno confidando in incontri sorprendenti, come la star del momento, il famoso ballerino Lolo, che pensano sia della loro stessa sponda. Puntano su trucco e vestiario esagerati, per poi scoprire che la festa è nettamente al di sotto delle aspettative. Ma le sorprese non mancheranno comunque. Otterranno infatti di farsi rubare le pellicce e non potranno nemmeno denunciarne il furto per non finire bastonate in guardina. Del sognato capodanno resterà solo una foto sbiadita e delle pellicce rubate non si saprà più nulla.

Poi ci sono storie come quella di Pilola Alessandri che importa per prima l’AIDS da New York diffondendolo rapidamente nei vicoli, con l’AZT come unica dubbia cura per mantenersi in vita, difficile da reperire anche di contrabbando. Quando tutte le locas saranno infette i clienti non mancheranno egualmente e si ostineranno a non usare i preservativi.

La loca Madonna, una delle prime a contrarre il morbo nel quartiere San Camilo, è innamorata della cantante, conosce a memoria tutte le sue canzoni e fa di tutto per somigliarle. Quando, col progredire della malattia perde i capelli a pugni le amiche le regalano una parrucca perché torni a lavorare e non si deprima. E lo farà finché avrà forza per stare in piedi, incurante delle botte della polizia. Vivrà il suo momento di notorietà esibendosi nuda davanti alle telecamere, col membro nascosto tra le natiche, che rimbalzerà fuori all’improvviso, quando meno se l’aspetta, rovinando l’esibizione. E se questo decreterà la fine della riprese, quando il video verrà riproposto dopo qualche anno otterrà un successo strepitoso, ma questo lei non lo saprà mai.

Loba balla il mambo in tacchi a spillo, ha l’AIDS ma non si rende conto di essere portatrice. È risultata positiva al test ma pensa che vada tutto bene. Non è più voluta tornare dal dottore. Col progredire del male è sempre più stanca e non balla più. Ha resistito fin che poteva. Quando peggiora le altre locas la accudiscono amorevoli e si prendono cura di lei fino alla fine. Al funerale la vestono con l’abito più bello. Quello che tutte le locas mettono da parte per la cassa da morto deve essere firmato e favoloso perché anche la morte è spettacolo.
Quando una muore di AIDS le altre negano di conoscerla.

Poi ci sono i malati di AIDS che scrivono a Liz Taylor per chiedere aiuto. Non vogliono morire. Darebbero qualsiasi cosa per sapere se ha letto il loro messaggio. Non cercano né autografi, né foto. Vogliono solo uno smeraldo della sua corona da Cleopatra. Pensano che una di quelle pietre potrebbe allungargli la vita a suon di AZT. E quando Liz comincerà a dimagrire penseranno che abbia contratto l’AIDS pure lei.

Un libro denso di storie curiose e struggenti che non vi lascerà indifferenti, che mi ha fatto amare Pedro Lemebel e che mi spingerà a cercare gli altri suoi libri.

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