Verso l’incontro: Decrescita se non ora quando?

Di Paolo Cacciari Venezia 7-9 settembre 2022

Bozza di documento per una riflessione su guerra, nonviolenza, decrescita

Il 24 febbraio siamo ripiombati in un incubo. Come ha scritto Claudio Magris: “Per molti anni si

dava più o meno per scontato che a Occidente la guerra restasse sempre fredda e giocasse con la

pelle di altri continenti, come è accaduto in quella che dobbiamo e possiamo chiamare la Terza

guerra mondiale, combattuta per così dire per procura fuori dall’Europa ma che è costata 45 milioni

di morti, sino alla caduta dell’Urss e del suo impero” (Le tre guerre mondiali, Corriere della sera,

24 aprile 2022). La “terza guerra mondiale a pezzi” – come l’ha chiamata papa Bergoglio – è

rientrata dentro l’Europa. E nessuno sa prevedere quale sarà l’ampiezza, la intensità e la durata del

suo portato di morte.

La prima potenza nucleare del mondo, la Federazione russa, ha invaso una nazione autonoma,

l’Ucraina, che si difende con l’aiuto militare ed economico degli stati della più grande

organizzazione miliare del mondo, la Nato.

Questa guerra segna un altro passo verso il baratro autodistruttivo dell’umanità.

1.

Diciamolo subito e chiaramente: le guerre – tutte le guerre, tutti gli eserciti, tutte le forme di

violenza fisica immaginabili – sono conseguenze dirette di relazioni di potere fondate sulla

supremazia, sulla dominazione, sulla inferiorizzazione, sull’umiliazione e l’annichilimento

dell’altro diverso da sé, percepito come nemico esistenziale.

Sradicare la guerra dal novero delle opzioni politiche significa perciò bonificare il modo di pensare

sé stessi in relazione con i propri simili e con l’intero mondo naturale. La pace è possibile. Liberarci

per sempre dalle guerre non è un obiettivo utopico irraggiungibile. La civilizzazione non è altro che

la costruzione di un ordine mondiale fondato sulla pace, sulla convivenza nonviolenta, sulla equa

condivisione dei beni della Terra, sulla loro responsabile presa in cura, sul rispetto della vita umana

e non umana. Questi profondi valori comuni possono diventare norme condivise, codici di

comportamento morali socialmente riconosciuti e apprezzati, unici veri antidoti alle cause che

scatenano le guerre – l’odio, l’avidità, l’indifferenza.

2.

Dalla notte dei tempi in cui una parte del genere umano ha cercato di imporre il proprio dominio c’è chi giustifica la violenza fisica come connaturata alla “natura umana” – come se esistesse un codice genetico del male o una sindrome psicotica aggressiva che colpisce le masse. Partendo da questo assurdo assunto molti sostengono che eserciti e guerre sono non solo inevitabili, ma necessari a regolare le relazioni tra le comunità umane.

Siamo così giunti all’illusorio paradosso di promuovere il riarmo con l’intento di difendere la pace. In tal modo viene giustificata la produzione di strumenti di sterminio sempre più sofisticati, micidiali, costosi, indistinguibili nel loro uso di difesa o di offesa, a bassa o ad alta intensità, da impiegare in scenari locali o globali. Il “complesso militare-industriale”, che già spaventava un presidente degli Stati Uniti in piena guerra fredda (Dwight Eisenhower), è oggi più che mai potente e in grado di determinare le relazioni internazionali tra gli stati e di indirizzare l’evoluzione tecnologica (geoingegneria, editing genetico, telecomunicazioni, controllo dello spazio).

La pace non può essere mantenuta sotto la minaccia del terrore, pensava Albert Einstein. La pace

può essere raggiunta solo attraverso la comprensione, la condivisione, la compassione. Come disse

il Mahatma Gandhi: «Non c’è via per la pace, la pace è l’unica via». I conflitti vanno risolti con

mezzi pacifici. C’è sempre una alternativa negoziale a qualsiasi guerra.

3.

Noi pensiamo che non vi sia nulla di congenito nell’istinto di sopraffazione, di distruzione e di

morte che spinge alcuni esseri umani – generalmente maschi e collocati nei ranghi sociali

privilegiati – ad esercitare ruoli di potere attraverso la violenza. Non crediamo corretta nemmeno la

metafora del virus che saltuariamente colpirebbe l’homo sapiens portandolo alla pazzia. La guerra

non è una patologia. Al contrario riteniamo che sia il portato logico, deliberato e strutturato di

organizzazioni sociali che fondano la loro esistenza sulla predazione, sull’appropriazione, sullo

sfruttamento, sulla colonizzazione dei più deboli.

All’indomani della invasione della Federazione russa dell’Ucraina, come Associazione per la

decrescita abbiamo scritto che «la guerra è solo l’esito più evidentemente catastrofico di un sistema sociale, culturale ed economico intrinsecamente distruttivo e biocida. Un sistema malato di avidità, ossessionato dalla crescita dei valori economici e che spinge alla competizione permanente per l’accaparramento delle risorse e dei mercati, provocando, oltre alle guerre, il surriscaldamento

globale, la distruzione della biodiversità, l’avvelenamento dei mari, dell’aria e della terra, le

pandemie da zoonosi, ecc.».

4.

Il sistema socioeconomico che si è affermato con l’avvento del capitalismo industriale

(concentrazione e gerarchizzazione del comando, universalizzazione e accrescimento infinito dei

sistemi di sfruttamento delle risorse, ricerca dei massimi rendimenti attraverso la competizione tra

imprese, territori, individui) ha introiettato ed elevato alla massima potenza le modalità d’azione

improntate sul paradigma del dominio e della violenza.

«Questa economia uccide», ha affermato papa Bergoglio. Questa economia è la continuazione della guerra con altri mezzi. D’altra parte, molte banche, molti fondi di investimento e molte aziende “civili” nel settore tecnologico, meccanico, energetico, informatico, automobilistico e aerospaziale sono fortemente coinvolte in finanziamenti, produzioni e commerci di armi e componentistica militare.

L’economia di guerra diventa la continuazione e il prolungamento dell’economia di mercato. Si evidenzia così sempre più l’integrazione tra e la connessione tra sistemi di “produzione” e sistemi di “distruzione” in una logica di competizione sempre più distruttiva.

Lo diciamo chiaro: non ci potrà mai essere “ripudio” della guerra senza vera emancipazione da tutto ciò che genera la guerra. La guerra non è addomesticabile, regolamentabile, giurisdizionabile. Non è accettabile alcuna jus ad bellum. La guerra è in sé un crimine. La guerra va abolita in radice,

attraverso il completo disarmo, a partire dalle armi nucleari, antiuomo, chimiche, batteriologiche,

robotizzate… al fosforo bianco, all’uranio impoverito, ecc. ecc.

La sola forma efficace di dissuasione (“deterrenza”) e di prevenzione della guerra è la proibizione dell’uso delle armi. Ogni Stato faccia il proprio passo, unilateralmente, per proprio conto e, assieme agli altri, cerchi di ricreare una autorità mondale in grado di imporsi sui singoli Stati e di interporsi tra gli Stati belligeranti, come avrebbe dovuto essere l’Onu secondo la sua carta istitutiva

5.

​Aumentare oggi le spese militari – in pieno collasso del sistema sanitario provocato dall’epidemia

da Sars-Cov19, dopo ripetute crisi economiche e a fronte dell’urgenza del contrasto ai cambiamenti

climatici – è pura follia. Quarant’anni fa Petra Kelly, femminista, ecopacifista, fondatrice dei Verdi

in Germania disse: «In questo momento, non solo l’amministrazione Reagan, ma tutte le

amministrazioni dei paesi del mondo che chiedono un aumento delle spese militari, stanno

commettendo un atto di aggressione che equivale a un crimine, perché anche quando non vengono utilizzati, solo per il loro costo, gli armamenti uccidono i poveri causando miseria e privazioni».

Scrisse Martin Luther King: «Una nazione che continua anno dopo anno a spendere più soldi per la

difesa militare che per programmi di elevazione sociale, si sta avvicinando alla morte spirituale».

Nel 2020 le spese militari degli stati ammontavano a 2 milioni di miliardi di dollari. Per la

precisione 1.700 miliardi di dollari al giorno. 80 milioni in Italia.

6.

Come stiamo vedendo oggi, annichiliti, in Ucraina, la “guerra moderna” coinvolge, colpisce e

uccide soprattutto i “civili”, gli abitanti rimasti intrappolati nelle città, le persone intente nelle

attività quotidiane di sussistenza e di assistenza. Ai morti si aggiungono i feriti e i profughi.

L’obiettivo delle guerre, così come delle ritorsioni (embarghi), non sono i militari e nemmeno i loro

governi, ma le popolazioni.

Oltre a ciò, le guerre operano una distruzione sistematica delle strutture e delle infrastrutture,

compresi depositi, fabbriche, centrali energetiche, generando ogni tipo di inquinamento. La

presenza di centrali nucleari attive e dismesse (Chernobyl) sul terreno della guerra costituisce di per

sé un pericolo a scala continentale. Nemmeno le campagne e gli ecosistemi naturali vengono

risparmiati dalla furia della guerra. La fauna selvatica viene sterminata. La biodiversità azzerata.

Le guerre sono un olocausto di vite umane e non umane, uno spreco gigantesco di beni economici e di risorse pubbliche, un aggravamento indicibile delle condizioni ambientali naturali, un fattore

determinate del biocidio in atto, del superamento dei limiti ecologici planetari del sistema Terra.

7.

Le forze armate non sono tenute a fornire dati sulle emissioni di gas climalteranti – gentilmente

tenute fuori dagli obblighi degli Accordi di Parigi. Ma secondo alcune stime, il “carbon boot-print”

(l’impronta degli stivali militari ) del comparto della difesa a livello mondiale, anche quando non è

impegnato in azioni di guerra (attività di routine, equipaggiamenti, esercitazioni, trasporti, ecc.),

contribuirebbe con il 5% delle emissioni di CO2 di origine antropica. Secondo Raffaele Crocco

(direttore dell’Atlante delle guerre e dei conflitti) il 20% del degrado ambientale nel mondo è

dovuto alle attività militari. Il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti è il più grande

consumatore istituzionale di petrolio.

8.

In particolare, lo scontro in atto tra Federazione Russa e paesi della Nato, che si sta giocando in

terra ucraina, sta modificando la geopolitica energetica mondiale. L’Europa non potrà più contare

sui rifornimenti di petrolio e di gas naturale a basso costo dalla Russia e dovrà diversificare le fonti

di approvvigionamento. Germania e Italia dovranno uscire da una situazione di imbarazzante

1

IPB Information Paper – ‘the carbon boot-print’,

L’impatto delle forze armate statunitensi ed europee sui cambiamenti climatici, di Jessica Fort e Philipp Straub, 2019

ipocrisia, trovandosi a finanziare contemporaneamente tutti e due in contendenti in guerra: il

governo ucraino, con pesanti aiuti militari, e le imprese di stato energetiche russe.

Più in generale la guerra scatenata dalla Federazione russa contro l’Ucraina obbligherà i governi ad

un ripensamento delle politiche economiche della globalizzazione, sostenute dalle principali

agenzie transnazionali (Wto, Banca Mondiale, Fmi) e implementate da svariati accordi tra stati sul

libero scambio, che hanno favorito l’allungamento delle filiere produttive, la libera circolazione di

capitali e di merci, il dumping sociale a scala planetaria e lo sfruttamento indiscriminato delle

risorse naturali in ogni regione del mondo.

Una situazione che consiglierebbe agli stati di intraprendere percorsi di deglobalizzazione e di ri-

territorializzazione dei propri apparati produttivi, distributivi e di consumo. A partire dalle filiere

agroalimentari ed energetiche nell’intento di realizzare la autonomia maggiore possibile e di

esercitare una sovranità economica nei confronti delle compagnie transnazionali.

9.

Nello specifico, la interruzione dei rifornimenti di gas dalla Russia dovrebbe accelerare il percorso

di fuoriuscita dai combustibili fossili e stabilire finalmente piani energetici nazionali davvero

“ambiziosi”, almeno in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi (emissioni nette zero entro il

2050). Invece, le prime decisioni dei governi europei, presi dal panico dall’eventualità di dover

razionare le fonti energetiche primarie, prevedono il ritorno al carbone, la riattivazione e la nuova

ricerca di giacimenti di metano, il potenziamento e la costruzione di nuovi gasdotti e nuovi

rigassificatori, l’importazione di maggiori quantità di combustibili fossili da altri paesi non certo più

affidabili della Russia.

Se non ora, quando? Se nemmeno di fronte a tali precipizi umanitari ed ambientali i popoli della

Terra non riusciranno ad intraprendere il sentiero della pace, nella giustizia sociale e nella

sostenibilità ambientale, allora davvero il crollo incontrollato e catastrofico della civiltà occidentale

potrebbe risultare lo scenario più probabile. Eventualità che non ci rammaricherebbe se non fosse

che a pagarne le conseguenze più dure sarebbero i gruppi sociali più fragili e con meno possibilità

di sopravvivenza.

10.

Il sentiero indicato dal pensiero della decrescita emerge sempre più come realista e ragionevole.

Perché capace di tenere assieme ogni dimensione della vita, individuale e collettiva, in un progetto

di futuro desiderabile oltre che necessario. Il progetto politico e sociale della decrescita fa

innanzitutto appello alle risorse etiche di ciascun individuo. Come scriveva Petra Kelly: «Mentre

combattiamo contro la guerra più grande, la guerra A, B o C, dobbiamo, allo stesso tempo,

combattere anche contro le piccole guerre, le guerre di violenza che si svolgono ogni giorno nelle

nostre strade dove le donne temono di camminare da sole di notte, che si verificano ogni volta che

una donna viene violentata o picchiata, che si verificano ogni volta che un bambino viene colpito.

Non solo dobbiamo cambiare lo status quo della cosiddetta violenza istituzionalizzata, ma

dobbiamo anche cambiare noi stessi fondamentalmente prima di poter cambiare la vita sociale e

politica».

La decrescita mira a trovare una relazione risanata, mutuale e solidale tra le persone e tra loro e

l’ambiente naturale. Decrescita significa de-militarizzare i conflitti, de-colonizzare le menti, de-

economicizzare la società, disconoscere ogni forma di potere costituito centralmente e

gerarchicamente. In altri termini la decrescita si inscrive nel più largo movimento plurale e

ipocrisia, trovandosi a finanziare contemporaneamente tutti e due in contendenti in guerra: il

governo ucraino, con pesanti aiuti militari, e le imprese di stato energetiche russe.

Più in generale la guerra scatenata dalla Federazione russa contro l’Ucraina obbligherà i governi ad

un ripensamento delle politiche economiche della globalizzazione, sostenute dalle principali

agenzie transnazionali (Wto, Banca Mondiale, Fmi) e implementate da svariati accordi tra stati sul

libero scambio, che hanno favorito l’allungamento delle filiere produttive, la libera circolazione di

capitali e di merci, il dumping sociale a scala planetaria e lo sfruttamento indiscriminato delle

risorse naturali in ogni regione del mondo.

Una situazione che consiglierebbe agli stati di intraprendere percorsi di deglobalizzazione e di ri-

territorializzazione dei propri apparati produttivi, distributivi e di consumo. A partire dalle filiere

agroalimentari ed energetiche nell’intento di realizzare la autonomia maggiore possibile e di

esercitare una sovranità economica nei confronti delle compagnie transnazionali.

9.

Nello specifico, la interruzione dei rifornimenti di gas dalla Russia dovrebbe accelerare il percorso

di fuoriuscita dai combustibili fossili e stabilire finalmente piani energetici nazionali davvero

“ambiziosi”, almeno in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi (emissioni nette zero entro il

2050). Invece, le prime decisioni dei governi europei, presi dal panico dall’eventualità di dover

razionare le fonti energetiche primarie, prevedono il ritorno al carbone, la riattivazione e la nuova

ricerca di giacimenti di metano, il potenziamento e la costruzione di nuovi gasdotti e nuovi

rigassificatori, l’importazione di maggiori quantità di combustibili fossili da altri paesi non certo più

affidabili della Russia.

Se non ora, quando? Se nemmeno di fronte a tali precipizi umanitari ed ambientali i popoli della

Terra non riusciranno ad intraprendere il sentiero della pace, nella giustizia sociale e nella

sostenibilità ambientale, allora davvero il crollo incontrollato e catastrofico della civiltà occidentale

potrebbe risultare lo scenario più probabile. Eventualità che non ci rammaricherebbe se non fosse

che a pagarne le conseguenze più dure sarebbero i gruppi sociali più fragili e con meno possibilità

di sopravvivenza.

10.

Il sentiero indicato dal pensiero della decrescita emerge sempre più come realista e ragionevole.

Perché capace di tenere assieme ogni dimensione della vita, individuale e collettiva, in un progetto

di futuro desiderabile oltre che necessario. Il progetto politico e sociale della decrescita fa

innanzitutto appello alle risorse etiche di ciascun individuo. Come scriveva Petra Kelly: «Mentre

combattiamo contro la guerra più grande, la guerra A, B o C, dobbiamo, allo stesso tempo,

combattere anche contro le piccole guerre, le guerre di violenza che si svolgono ogni giorno nelle

nostre strade dove le donne temono di camminare da sole di notte, che si verificano ogni volta che

una donna viene violentata o picchiata, che si verificano ogni volta che un bambino viene colpito.

Non solo dobbiamo cambiare lo status quo della cosiddetta violenza istituzionalizzata, ma

dobbiamo anche cambiare noi stessi fondamentalmente prima di poter cambiare la vita sociale e

politica».

La decrescita mira a trovare una relazione risanata, mutuale e solidale tra le persone e tra loro e

l’ambiente naturale. Decrescita significa de-militarizzare i conflitti, de-colonizzare le menti, de-

economicizzare la società, disconoscere ogni forma di potere costituito centralmente e

gerarchicamente. In altri termini la decrescita si inscrive nel più largo movimento plurale e ​

pluralistico di liberazione della condizione umana da ogni tipo di costrizione ed eterodirezione. Un

mondo di altri mondi.

11.

Come parte del movimento internazionale per la giustizia ecologica e sociale ci sentiamo parte del

movimento di disobbedienza civile nonviolento contro la guerra, il riarmo, il nucleare. Riteniamo

che il terreno dello scontro violento contro le forze brute dominanti sia quello più sfavorevole alle

popolazioni tenute sotto schiaffo dalla prepotenza del potere costituito. Al contrario riteniamo che

il campo più favorevole alle forze che si battono per la pace sia quello che fa leva sulle risorse

culturali, sulla ragionevolezza, sull’ethos democratico, sulla volontà di giustizia che animano le

persone e che persistono anche quando vengono oppresse.

Ha scritto il filosofo Franco Berardi: “La forza capace di sottrarsi alla psicosi di massa [sia quella

aggressiva, sia quella depressiva] è la diserzione da tutti gli ordini automatici: dall’ordine

automatico della guerra, prima di tutto. Ma anche dall’ordine automatico della competizione, del

lavoro salariato e del consumismo. E anche dall’ordine automatico della crescita economica che

distrugge l’ambiente e il cervello per produrre profitto” (www.comune-info.net, 24 aprile 2022).

1 Maggio 2022

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.