Danno erariale o redditività civica?

Dal blog https://comune-info.net

Rete dei Beni Comuni di Napoli 30 Aprile 2022

Una città non si governa basandosi su ragioni contabili e burocratiche e agitando lo spauracchio farsesco del danno erariale ma difendendo il benessere e i diritti dei cittadini. La Rete dei Beni Comuni di Napoli scrive una lettera aperta per rispondere alla narrazione mediatica tossica innescata negli ultimi giorni da Repubblica. Si guarda al patrimonio pubblico come a un peso fatto di responsabilità e oneri di gestione, qualcosa da trasformare in un asset territoriale pronto ad essere svenduto sul mercato per fare cassa, generare rendite finanziarie e garantire introiti. Questa prospettiva miope e ragionieristica ignora la grande speculazione e cancella completamente, tra le altre cose, il valore e le forme di reddito indiretto generati dai beni comuni: l’inclusione sociale, l’accesso agli spazi per la produzione di cultura, i servizi e le attività indirizzate a giovani e bambini, la condivisione di mezzi e spazi di lavoro. La Rete dei Beni Comuni di Napoli conferma la propria disponibilità a un confronto serio con le istituzioni locali una volta sgombrato il campo dalle tentazioni di attribuire ad altri le proprie responsabilità e scelte politiche: i giudici contabili in diverse regioni d’Italia hanno affermato che il valore civico e sociale generato da certe esperienze può compensare e sopravanzare il presunto mancato reddito per le casse comunali e che la necessità di aumentare le entrate non può comunque comprimere diritti fondamentali dei cittadini

Foto tratta dal blog della Rete dei beni comuni di Napoli

Con questa lettera aperta intendiamo rispondere all’articolo intitolato “Immobili occupati dai centri sociali, c’è danno erariale” apparso su La Repubblica il 16 aprile che ha innescato una serie successiva di articoli che ne riprendono le linee di narrazione tossica.

Prima di entrare nel merito, un doveroso chiarimento: i Beni Comuni di Napoli non sono inclusi tra gli immobili che verranno gestiti dal piano Invimit destinato alla messa a reddito di immobili pubblici vuoti, abbandonati o inutilizzati. Tuttavia non avevamo dubbi che le sirene che da anni hanno provato, senza riuscire, a dimostrare lo spauracchio del danno erariale per la gestione dei beni comuni urbani avrebbero tentato di trovare echi nella nuova Giunta. Immaginiamo sia comodo far diventare i Beni Comuni l’argomento per sviare dal vero nodo ovvero la gestione dell’intero patrimonio pubblico e del suo destino. 

Ci preme quindi prendere parola sull’accordo con Invimit per la valorizzazione del patrimonio immobiliare della città.

Il 29 marzo scorso nella cornice del Patto per Napoli vengono presentate una serie di azioni con l’obiettivo della “Valorizzazione del Patrimonio Comunale”. Nello specifico il Patto ha previsto la Costituzione e l’avvio del fondo «Comparto Napoli» con Invimit ed entro il 31 maggio 2022 è prevista l’individuazione del perimetro immobiliare del primo apporto al fondo. Invimit Sgr è soggetto pubblico in quanto una società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che però ha al suo interno due fondi: uno pubblico e uno privato composto da società immobiliari. I servizi di Invimit, in parte pubblici e privati, aprono quindi la questione della gestione privatistica. La connotazione pubblica della società non costituisce una garanzia rispetto alla sua mission che resta quella dell’istituzione e gestione di fondi comuni d’investimento immobiliare. Tipicamente la vetrina di Invimit colleziona progetti di alberghi o residenze di lusso attraverso operazioni di valorizzazione immobiliare. 

Per entrare nel merito della risposta all’articolo di Repubblica Napoli, prima di spiegare cosa siano davvero le delibere citate, i beni comuni e il loro valore sociale, crediamo sia più utile cominciare col futuro prossimo di Napoli. Riteniamo, infatti, che i Beni Comuni siano, e debbano essere sempre di più, intesi come spazialità generative e infrastrutture di riproduzione sociale, quindi parte integrante della città e della possibilità di un futuro equilibrato e inclusivo – ancora di più in questo momento storico di estrema difficoltà. Con il cambio di Giunta di pochi mesi fa, già tangibile è la direzione delle sue politiche e scelte strategiche con una serie di decisioni prese che stanno ridefinendo il tessuto urbano e sociale cittadino. Trasformazioni nella gestione del patrimonio pubblico già in atto. Parole d’ordine quali “valorizzazione” e “messa a reddito” e preoccupazioni di ordine meramente contabile culminano in una gestione del patrimonio immobiliare esclusivamente finanziaria, dove la decisione sulla destinazione del patrimonio pubblico viene presa in base al più alto tasso di rendimento ignorando il valore sociale. In questo quadro, risulta evidente come le delibere sugli Usi Civici e Collettivi della precedente Giunta vengono messe sul banco degli imputati semplicemente perché i Beni Comuni non “battono cassa”, non possono essere oggetto di speculazione da parte di capitali privati (nazionali o stranieri) ma restano “purtroppo solo” beni a disposizione dei cittadini e della comunità tutta.

Su questo punto vorremmo proporre alla nuova Giunta un ragionamento più ampio. A spingere verso la valorizzazione economica del patrimonio è una “certa politica” e non certo la Corte dei Conti. Da tempo i giudici contabili in diverse Regioni d’Italia hanno affermato che il valore civico e sociale generato può compensare e sopravanzare il mancato reddito e che la messa a reddito non può comprimere diritti fondamentali, che vanno comunque salvaguardati. A Napoli la Corte dei Conti si è  pronunciata contro le assegnazioni dirette di immobili comunali fatte durante la Giunta Iervolino, rilevandone i vizi procedurali. Nonostante i numerosi tentativi volti a delegittimare il percorso dei Beni Comuni, in questi dieci anni la Corte dei Conti non ha mai prodotto pareri o sentenze negative riguardo queste esperienze. Al contrario la realtà è che sono numerose le delibere che a partire dal 2012 hanno costruito un impianto articolato riconosciuto come come modello a livello internazionale, citiamo soltanto che la città di Napoli è stata premiata in Europa con Urbact Good Practice City nel 2019 proprio per il percorso sui Beni Comuni ad  l’uso civico e collettivo urbano.

Mettere a reddito, valorizzare, razionalizzare assumono così un significato a senso unico. Questo “apparente” nuovo corso fa parte di un senso comune nazionale che vede i beni del patrimonio pubblico come un peso fatto di responsabilità e oneri di gestione, qualcosa da trasformare in un asset territoriale pronto per essere svenduto sul mercato per fare cassa, generare rendite finanziarie, garantire introiti agli attori coinvolti nella gestione (da un lato privati non sempre interessati alla reale ri-funzionalizzazione dei beni, dall’altra pubblici che, per la stabilità di bilancio gravata da tagli a livello centrale ed europeo, utilizzano gli immobili a garanzia delle spese). Il deficit di bilancio andrebbe aggredito in ben altre forme (rinviamo al report della Consulta sul debito recentemente audita dalla Commissione Bilancio del Consiglio Comunale). 

Ad un approccio che si basi esclusivamente su ragioni contabili e burocratiche sfuggono completamente il valore e le forme di reddito indiretto generati dai beni comuni: integrazione sociale, accesso agli spazi pubblici per la produzione di cultura, sportelli sociali, attività indirizzate a giovani e minori, condivisione di mezzi e spazi di lavoro. In breve i beni comuni sono spazi per l’affermazione e la tutela di diritti fondamentali e servizi essenziali, altrimenti per molti non accessibili. La pandemia prima e l’attuale guerra in Ucraina non hanno fatto altro che aumentare a Napoli le già profonde disuguaglianze sociali e il disagio generalizzato (psicologico, sociale, economico). 

E se lo spazio pubblico ha da sempre la funzione di rendere visibili nell’immediato vulnerabilità sociali e materiali, il governo della dimensione pubblica si sta muovendo nella direzione classica del decoro urbano come unica possibile “soluzione” al “degrado”. Contrastare il “problema degrado” chiudendo e limitando – come ad esempio fa la recente ordinanza sindacale sulla chiusura anticipata delle attività dei locali – com’era prevedibile ha generato un aumento dell’insicurezza pubblica. Lo sgombero dei senzatetto in Galleria Umberto I, un intervento annunciato come parte di un’azione definita di “riqualificazione”, segue la stessa logica di mera eliminazione dalla sfera della visibilità pubblica. In generale, la città di Napoli – dal centro storico ai territori di frangia – sconta la perenne marginalizzazione di enormi fasce sociali, comunemente definite “deboli” (cioè, povere). Ancora una volta soluzioni cosmetiche come quelle sopra citate non potranno che alimentare quel circolo vizioso fatto di nuove marginalità, nuove esclusioni, nuove violenze, nuova criminalità. 

Veniamo alla questione dei beni comuni urbani. Il modello dell’uso civico, recepito nella delibera di Giunta oggi incriminata nell’articolo di Repubblica Napoli – e che ripetiamo essere parte di un impianto complesso che consta di numerose delibere, organi di supporto come l’Osservatorio per i beni comuni, articolati report e dossier di redditività civica allegati – ha permesso in realtà una serie di avanzamenti tangibili:

1. la rigenerazione democratica e partecipativa con nuovi modelli istituzionali di prossimità (modelli innovativi oggi oggetto di studi in mezza Europa e in numerosi paesi extraeuropei);

2. la fruizione di numerose attività sociali e di servizi altrimenti non accessibili a molti per il loro carattere oneroso (dalla sanità ai corsi professionalizzanti o ludici, senza dimenticare le straordinarie attività di mutualismo sorte durante la pandemia a partire dalle spese solidali);

3. il coinvolgimento e l’integrazione di quelle fasce che sarebbero altrimenti espulse dalla vita sociale, pensiamo al sostegno agli abitanti dei territori più complessi o alle persone migranti fino all’accoglienza dei senza fissa dimora;

4. la fruizione di mezzi e spazi di lavoro per quelle lavoratrici e quei lavoratori di diversi settori produttivi, dalla cultura allo spettacolo, significativamente compromessi dalla pandemia;

5. la rivitalizzazione delle politiche culturali in un’ottica di sinergia e cooperazione tra attori culturali. Migliaia infatti sono i soggetti artistici e culturali della produzione indipendente cittadina e non solo, che hanno potuto resistere in questi anni in una città assolutamente carente di strutture e di sostegni alla cultura grazie alla possibilità di usufruire di questi spazi sempre in un’ottica di condivisione e collaborazione reciproca invece di ritrovarsi nella logica competitiva che di fronte alla scarsezza di risorse del settore si risolve in una forma di cannibalismo.

La larghissima partecipazione di soggetti attivi in questi spazi – i numeri lo dimostrano –  ci dice qualcosa di fondamentale che puntualmente il dibattito di bassa lega cancella, nel tentativo di delegittimare non solo l’esperienza dei Beni Comuni, ma con essi la stessa città di Napoli che invece la letteratura internazionale di settore riconosce come modello ed esempio positivo di governance dei Beni Comuni. Nei Beni Comuni – ancora una volta ci troviamo a doverlo ribadire – non si svolge l’attività di un “gruppo chiuso”. Al contrario si accolgono quotidianamente decine di proposte, attività e richieste di uso degli spazi e dei mezzi di produzione provenienti dalla città e oltre, senza alcun filtro ideologico salvo il limite a iniziative che siano di stampo razzista, sessista o fascista. Tutti hanno il diritto di uso civico, e gli organi di autogoverno sono assemblee formalizzate che rappresentano una modalità relazionale e decisionale fondata sulla interdipendenza e sul mutuo sostegno dei partecipanti, una forma di regolamentazione orizzontale dei diritti di accesso, uso e fruizione partecipativa e democratica senza favoritismi di affinità, clientele o direzioni artistiche.

Ci rendiamo conto che procedere con assegnazioni a tappeto – ammesso e non concesso che si faccia con procedure trasparenti – sarebbe una scelta comoda (e nient’affatto innovativa), per chi è interessato a creare un divide et impera tra gruppi e associazioni, scaricando su questi ultimi gli oneri di gestione e le spese di manutenzione straordinaria di questi spazi, intenzionalmente abusando del paradigma della sussidiarietà orizzontale. Il modello napoletano, da sostenere e difendere, affronta precisamente questi rischi, ben noti a chi conosce le eterogeneità dei fini delle politiche di rigenerazione urbana. Le strategie di trasformazione degli spazi sottoutilizzati, a nostro avviso, possono essere efficaci solo se poste nella cornice di un discorso complesso che includa nei criteri d’analisi la produzione del valore sociale (e non monetario). Queste pratiche e usi di fatto sottraggono i beni del patrimonio culturale e immobiliare alla mercificazione e sono in grado di interrompere processi di spoliazione delle collettività, mettendo le comunità locali al centro del riuso e rifunzionalizzazione dei beni pubblici. Per questa ragione, il diritto d’uso civico e collettivo da una parte riconosce ecosistemi assembleari dove più soggetti devono cooperare per l’uso, la cura e la gestione dei luoghi, dall’altra non richiede canoni di affitto, che porterebbero “vantaggi” economici ridicoli per il bilancio della terza città d’Italia, ma che graverebbero enormemente sui gruppi che in questi luoghi svolgono attività. Sottolineiamo inoltre che chi anima i Beni Comuni  –  da dieci anni sino ad oggi gratuitamente –  ha scelto per passione civica di mettere a disposizione della collettività le proprie energie e intelligenze nell’autocostruzione degli spazi e nella facilitazione dell’accesso (nessun introito, nemmeno un euro, viene distribuito tra chi si impegna per agevolare questi processi). Se si intende valorizzare allora forse si potrebbe iniziare a ragionare su come riconoscere il valore di queste energie.

In questo senso, la redditività civica e il valore sociale dei Beni Comuni sono enormi, e le ricadute sul tessuto sociale innegabili. Per queste ragioni e per i punti esposti in precedenza, riteniamo che le scelte della nuova Giunta dovrebbero essere orientate ad un approccio più sistemico ai problemi di Napoli: sarebbe una sciagura, con effetti devastanti, se le sole ragioni contabili infine prevalessero. 

Auspichiamo un confronto con l’amministrazione della città sulla base dei punti di indirizzo che sintetizziamo di seguito, disponibili come sempre a ragionare insieme:

1. Governare Napoli con la sola “ragione contabile” rischia di essere un fallimento su tutti i fronti, da quello economico a quello sociale.

2. “Valorizzare” il patrimonio pubblico rendendolo appetibile ai capitali privati implica il rischio di espellere e marginalizzare larghe fasce della popolazione povera o in via di pauperizzazione, creando nuove disuguaglianze. 

3. Sul patrimonio pubblico e i Beni Comuni è necessario coltivare un approccio saggio e lungimirante: le ricadute non sono solo quelle “quantificabili”, la città non è un’azienda ma un organismo complesso che necessita di forme di governo e direzione adeguate alla sfida. Come sappiamo un aumento dei profitti privati e una concentrazione dei capitali si accompagnano sempre ad un aumento delle disuguaglianze. A Napoli, con la camorra pronta a prosperare sul disagio, questo sarebbe estremamente rischioso.

4. Nei Beni Comuni e in tanti immobili gestiti per attività sociale il valore della redditività civica supera di gran lunga il mancato introito di una eventuale messa a reddito. Si pensi a quanto dovrebbe spendere il Comune per garantire la realizzazione delle attività che i beni comuni svolgono rispondendo a bisogni ignorati dalle istituzioni. Un ragionamento che non vorremmo fare, perché non crediamo in una valutazione solo contabile, ma che forse può aiutare a far riflettere chi vede i beni comuni come un ‘peso morto’ del bilancio. Del resto, gli studi della Consulta di audit sul debito e sulle risorse della città di Napoli mostrano come siano ben altri i danni erariali legati al patrimonio.

5. Invitiamo la Giunta a confrontarsi con le comunità di riferimento, portatrici di visioni e conoscenze uniche perché maturate in anni e anni di pratica e ricerca sul territorio. Decisioni condivise sono più efficaci e giuste rispetto ad un approccio decisionista che non tiene conto della complessità.

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