Energia rinnovabile e in comunità

Dal blog https://comune-info.net

Gianfranco Laccone 24 Giugno 2022

I ricatti di Putin sulla fornitura di gas, il preoccupante caro-benzina e poi l’incubo – ben più serio – della siccità, che, si sente dire sorprendentemente in autobus, qualcosa con il consumo del fossile dovrà pur avere a che fare. E poi le rinnovabili, sabotate dall’ipocrita transizione cingolanica, dentro cui non è chiaro se alberghi pure l’idroelettrico. Mai come oggi, forse, si è parlato tanto di energia. Cioè della crisi di un sistema che minaccia la vita stessa e si difende facendo credere che si tratti soltanto di una questione di prezzo. Con questo ampio quanto interessante articolo, Gianfranco Laccone ci propone un ragionamento per molti versi inedito, o comunque assai poco frequente, che mette al centro la “rivoluzione a portata di mano” che potrebbe comportare uno sviluppo rilevante delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) con la diversa relazione – trasformazione – tra consumarori e produttori collettivi. Certo è che quella che molti chiamano “transizione” non si potrà avviare sostituendo all’energia fossile quella rinnovabile, bisogna cambiare anche i criteri d’impiego dell’energia e mettere al posto del sistema di accumulazione quello di relazione e distribuzione a corto raggio. Le CER, scrive Gianfranco, rappresentano la via per riportare all’unità e risolvere alcuni problemi fondamentali: ottenere energia a basso costo e rapidamente utilizzabile; ridurre l’inquinamento e le emissioni legate al sistema produttivo; avere un sistema di vita che si basi su questo tipo di energia. Del resto, per molti versi, la decrescita, piaccia o meno alle ostinate misurazioni sviluppiste, è già ampiamente in atto nelle nostre società. Si tratta di scegliere se farne un potente elemento di autonomia e autodeterminazione oppure no. Su questo e su diversi altri aspetti di un passaggio di epoca non certo indolore, Gianfranco Laccone ci chiama a riflettere. E ad agire

Quando si parla di rivoluzioni vengono sempre in mente immagini di tumulti, gente arrabbiata e poi, manifestazioni di gioia collettive. In questo caso bisogna modificare radicalmente la visione ed immaginare gente serena, tranquilla che agisce, vive e lavora in funzione dell’energia disponibile. Vorrei chiarire perché la creazione del CER (Comunità Energetiche Rinnovabili) sia una rivoluzione che cambia la nostra relazione con il mondo, quindi i nostri comportamenti ed il modo di pensare, e di come questa trasformazione sia complessa ma non difficile da spiegare e avviare.

Sono coinvolti in questa trasformazione gli aspetti più profondi del nostro essere (biologici, sociali, filosofici) ed il cambiamento radicale del modo di ragionare. In questo caso la scomposizione dei problemi in tanti piccoli aspetti come la conoscenza in tanti diversi settori, la vita di ciascuno in tanti comparti, ciascuno con una propria soluzione, non ci spiega la realtà. Per capirla dobbiamo ribaltare il metodo ereditato con il razionalismo e affermatosi nel Seicento. Per certi versi si tratta del ritorno al pensiero e all’agire del Rinascimento, quando l’unificazione dei problemi e dei punti di vista a una nuova prospettiva riuscì a ribaltare la concezione tolemaica del mondo e la collocazione dell’uomo in essa.

Perché, parlare di energie rinnovabili vuol dire guardarsi attorno e cercare di capire dove si trova l’energia e come è possibile utilizzarla. Il metodo di analisi ereditato da Cartesio non funziona più quando ci troviamo di fronte ai flussi che siano di acqua, d’informazione o di energia (in particolare della luce): dobbiamo ricorrere alla teoria dei quanti ed all’ammissione che le cose non sono precise come le vorremmo. Di esse possiamo solo prevedere la probabilità. Quando tutto è in movimento e non c’è più distinzione tra particelle e flusso, dobbiamo accettare che esista una “sovrapposizione di due proprietà contradditorie o, come dice Heisenberg, che “l’elettrone non ha più una traiettoria”: l’elettrone si trova a non essere né in luogo né in un altro. In un certo senso è in entrambi i luoghi. Non ha una sola posizione. È come se avesse tante posizioni insieme.”[1] A pensarci bene, tutta la realtà che ci circonda è un po’ contraddittoria e sarebbe il caso di accettarla per quello che è, ma questa è un’altra storia.

Se analizziamo il problema dell’ambiente in cui viviamo dal punto di vista della produzione e del consumo di energia, dobbiamo constatare che abbiamo costruito città e modi di vivere in cui la natura, e quindi anche l’energia contenuta in essa, è un corpo estraneo – spesso considerato ostile – da dominare e prelevare per consumare a nostro piacimento. Invece, sarebbe necessario collocarci all’interno della natura e capire come in un certo luogo e per un certo tempo sia possibile vivere, e di come sia possibile mantenere la stabilità “dinamica” del sistema che abbiamo creato. È quello che dovremo fare da ora in poi.

Pertanto, creare la CER non vuol dire risolvere solo il problema dell’approvvigionamento energetico, favorendo l’auto-approvvigionamento, ma collocarsi in una prospettiva diversa e modificare il nostro comportamento in tutti gli altri settori: nella produzione agroalimentare, favorendo il riutilizzo di tutti i residui; nel sistema di mobilità, favorendo l’organizzazione della vita in funzione dell’energia disponibile e non viceversa; nella costruzione dell’attività produttiva, favorendo il riutilizzo in loco delle produzioni e dei residui, in modo da non disperdere l’energia prodotta e da non richiederne (troppa) in aggiunta; nel sistema delle relazioni economiche, favorendo l’aggregazione e le relazioni di rete ed in scala, in modo da favorire scambi con basso consumo energetico; nella relazione con gli altri esseri viventi che non sono a noi ostili e che anche loro vivono le contraddizioni e i problemi creati dal cambiamento climatico: si muovono, cambiano abitudini, alcune specie sono favorite, altre no. La nostra vita certo cambierà, perché cambia il pianeta ma soprattutto perché partire da un punto di vista diverso modifica i comportamenti; non dobbiamo pensare che questo debba essere necessariamente un trauma, o avere solo risvolti negativi.

Quando il Parlamento Europeo ha annunciato lo stop alle vendite di auto a motore endotermico nel 2035, è scoppiato il panico (in Italia soprattutto). Come faremo a muoverci? Come potranno vivere le persone che abitano nei palazzoni di periferia? Potremo tutti possedere un’auto elettrica, con quello che costa? E poi non ci sarà un inquinamento anche peggiore con le batterie esauste e l’estrazione dei minerali rari che servono per costruirle? Per non parlare del problema della disoccupazione incombente, visto che tutto il sistema produttivo si basa sull’uso dell’energia fossile, la costruzione di automezzi e la creazione di manufatti di plastica (che si produce dal petrolio ed è facilmente trasportabile). Anche ricercatori ed ambientalisti di buon livello hanno considerato questa decisione del PE non troppo meditata, non tenendo conto del cambiamento che già ora è in atto nei nostri sistemi economico-sociali.

L’avere fissato un punto di arrivo della transizione non solo non è negativo, ma offre grandi opportunità in tutti i settori, non solo quello energetico. Prendiamo alcuni esempi. Già con la pandemia sono emersi i problemi relativi al lavoro, risolti grazie all’uso dello smart working (ora con la guerra ne emergono altri ancora), a seguito dei quali è emersa l’idea che potrebbe essere sufficiente lavorare quattro giorni per settimana, magari senza muoversi dall’area in cui si abita. Una soluzione tira l’altra: consumiamo meno energia per i trasporti, inquiniamo di meno, possiamo usare altro tipo di energia rispetto a quella termica. Certo, vivere in palazzoni dormitorio non sarà più possibile come avviene ora, ma sicuramente le persone troveranno e si adatteranno a vivere in modo diverso. E la ricerca di spazi verdi verticali, i cosiddetti “giardini verticali”, che oggi fornisce a persone abbienti la possibilità di vivere in posti meno inquinati, in futuro potrà magari trasformare il mondo dei palazzoni in una parte della natura. Diceva Serge Latouche nel 2013: “Le catastrofi ci sono state e ci saranno di nuovo. Ma c’è anche la capacità del mondo di riorganizzarsi. L’Impero romano si è riorganizzato.Solo che nel IV secolo d.C. la popolazione di Roma è passata da circa due milioni di abitanti a circa trentamila. Oggi la popolazione di Detroit è passata da circa due milioni a meno di settecentomila abitanti. Che cosa è successo? La gente non è sparita, non è stata massacrata: molti sono andati altrove, quelli rimasti hanno riconvertito la zona centrale di Detroit in orti urbani…. È un’altra civiltà che nasce. Probabilmente succederà lo stesso a Parigi, a New York, sarà un cambiamento forte ma che avverrà a poco a poco.” [2] Dopo dieci anni noi lo stiamo vivendo.

Immagine tratta da il manifesto

Le CER rappresentano quindi la strada per riportare all’unità e risolvere alcuni problemi fondamentali: ottenere energia a basso costo e rapidamente utilizzabile; ridurre l’inquinamento e le emissioni legate al sistema produttivo; avere un sistema di vita che si basi su questo tipo di energia. Come si vede, la soluzione coinvolge altri settori, perché lo sviluppo delle attività produttive – anche quelle sociali, culturali e persino finanziarie – avverrà in funzione dell’energia esistente localmente.

Quello che risulta sempre più evidente è la progressiva decrescita che la nostra società sta vivendo, a causa della finitezza delle risorse e della incapacità di ricondurre a circolarità i sistemi lineari di produzione e consumo che abbiamo sviluppato. Incapacità aggravata dalle scelte degli ultimi trent’anni in cui l’ultimo sistema produttivo ancora non “rettificato”, l’agricoltura, è stato sottomesso alle regole della finanza.

La finanza e, soprattutto, il sistema monetario in questa realtà capitalistica – sistema virtuale creato dall’uomo per misurare qualunque cosa – è, in fondo, “il sistema in cui l’essere umano può imitare Dio, creando dal nulla[3] (ma si tratta comunque di due credenze).  Avere inserito i cicli biologici in percorsi produttivi e commerciali in cui tutto si può produrre ovunque e può essere venduto dappertutto nel corso dell’anno, ha segnato l’inizio della grande crisi che da un ventennio insegue le popolazioni del pianeta e viene mascherata con vari artifizi numerici, senza riuscire ad intaccarla.

Ci si potrebbe chiedere cosa c’entra questo con le CER? Il fatto è che l’energia segue i cicli (quelli giornalieri e quelli stagionali, diversi secondo le aree del pianeta) che le produzioni che forniscono la nostra energia vitale seguono anch’esse cicli biologici ed il mondo si muove secondo criteri di circolarità e non di linearità.

Creare una CER vuol dire iniziare un percorso di economia circolare, senza del quale produrre energia in sede locale (ed in quantità limitata, come avviene in questi casi) diventa un hobby e non un’attività fondamentale in grado di generare benessere. L’economia circolare si basa su criteri produttivi diversi, su figure produttive differenti dall’operaio della catena di montaggio del sistema fordista, perché chi produce utilizza e scambia con altri energia.

Se devo fare un esempio di CER, farei quello delle piante.

Partiamo da un dato di base: la vita sul pianeta non è possibile senza le piante, quindi dovremo pensare che sviluppare attività e strutture al di fuori di un ambiente costituito da piante (e con il mondo che esse ospitano) non funzionerà a lungo andare, come dimostrano tragicamente la pandemia e le epizoozie che ciclicamente ed in modo sempre più rapido si sviluppano sul pianeta, a causa degli squilibri che crea questa separazione.

Come le piante permettono la loro vita e quella degli altri esseri?

  1. Catturano la luce del sole e utilizzano l’energia in essa contenuta, mettendola così a disposizione sotto altra forma per gli altri esseri.
  2. Accumulano e trasformano le sostanze minerali (soprattutto azoto e anidride carbonica) che gli altri esseri non potrebbero utilizzare direttamente.
  3. Riciclano costantemente i loro prodotti (foglie, fiori, frutti), riutilizzando l’energia e le sostanze in esse accumulate.

Le piante sono una CER molto efficiente, perché le informazioni e il passaggio delle sostanze avvengono attraverso una costante comunicazione di rete tra vegetali, diffusa soprattutto nel sottosuolo e poco conosciuta da noi. Come dimostrano anche gli studi di Stefano Mancuso, biologo salito in quest’ultimo periodo agli onori delle cronache grazie alla pubblicazione dei suoi scritti ad opera di un quotidiano nazionale, le piante viaggiano molto, anche se in modo differente dal nostro, e creano la rete necessaria allo sviluppo del sistema pianeta.

Oggi i nostri sistemi di produzione fotovoltaica sono piccole imitazioni del sistema creato dai vegetali. Il fotovoltaico resterà confinato nella limitata sfera attuale se non riusciremo ad affiancare al meccanismo di cattura dell’energia quello di creazione della rete locale, così come hanno fatto i vegetali. La transizione effettiva non si avvierà sostituendo all’energia fossile quella rinnovabile, ma mutando i criteri d’impiego dell’energia e sostituendo al sistema di accumulazione quello di relazione e distribuzione a corto raggio dell’energia. Un meccanismo che dovrà trascinare con sé anche quello di produzione e distribuzione degli alimenti, dei servizi, dell’informazione.

Non dovremmo più consentire a chi gioca al grande Monopoli della finanza internazionale di condizionare le basi della nostra vita con i suoi giochi.  Se guardiamo a quello che avviene oggi nel mondo con occhi liberi dal giogo del “rispetto delle regole del mercato”, vedremo le ricorrenti crisi nei più diversi settori, tutte trattate come emergenze, sono in realtà “crisi indotte” e non sono certo “emergenze”, capitate per un perverso gioco del destino. Quelle spacciate come “crisi energetica” e “crisi alimentare” sono invece, la crisi di un sistema che pretende di governare la circolarità della vita ed i suoi ineluttabili mutamenti attraverso un confronto commerciale e militare parametrato con la moneta.  In tal modo si cerca di far passare in secondo piano l’unica vera crisi, quella climatica, anch’essa aggravata, se non prodotta in massima parte dall’uomo.

Foto Greenpeace.es

Sarebbero necessarie nuove basi teoriche per definire il passaggio che trasforma i consumatori in produttori collettivi di energia, trovando momenti comparabili nei periodi di passaggio avvenuti in passato, come quello medioevale o quello all’età moderna. La realizzazione della circolarità nell’epoca attuale potrebbe ricordare molto più il sistema di relazioni presente in epoca medievale, che non quello della fabbrica fordista da cui derivano i modelli organizzativi attuali. In tale periodo si realizzarono alcune delle condizioni oggi necessarie alla circolarità: il livello di informazione e di conoscenza tra i soggetti coinvolti negli scambi, certo più omogeneo di quello riscontrabile negli attuali processi di filiera; la presenza di figure più ibride di quelle esistenti nei sistemi economici lineari dove, ad esempio, chi acquista oggi una farina non sa come venga fatta e da dove provenga, mentre in epoche passate era scontato che lo si sapesse e si sapesse impastare il pane. Quanto ai cambiamenti creati qualche secolo fa, ad esempio, nel linguaggio tecnico-scientifico, possiamo pensare a qualcosa di simile nella fase attuale quando alla parola filiera si dovrà sostituire “rete circolare” o “raggiera” ed al corrente utilizzo del termine “materie prime” si affiancherà quello di “materie seconde”.

Ci sono poi alcuni aspetti della realtà in mutamento su cui si riflette poco: già ora esistono un milione di utenti che in Italia producono energia rinnovabile; nascosti, ma esistono. Grazie ad essi, il sistema sino ad ora non è saltato, non si sono avuti black out per sovraccarico (penso all’uso dei condizionatori in estate), la rete nazionale ha resistito a molte sollecitazioni, il prezzo dell’energia non è salito ulteriormente. Tutto ciò lo si deve all’autonomia creata da questi utenti che, forse, non hanno ancora coscienza del loro ruolo, tanto da non avere ancora rappresentanza e dall’accettare un prezzo unico per l’energia da qualunque fonte provenga e consentire a uno scambio in cui se vendono energia vedono riconosciuto un prezzo che corrisponde al 20% del prezzo d’acquisto se dovessero ricorrere all’energia “esterna” a quella autoprodotta (ricordo che nelle comunità energetiche lo scambio avviene gratis e che la produzione di energia rinnovabile non varia di costo nel tempo, né di “prezzo base”, salvo piccole variazioni).   

Concludo accennando a un aspetto di cui in futuro si parlerà diffusamente: la creazione di coscienza e di figure miste che comporta la scelta di produrre energia e creare una comunità di scambio.  Faccio un piccolo esempio: credo che a nessuno di noi farebbe piacere scambiare energia e condividere la comunità energetica con una fabbrica di armi o con un’azienda inquinante contro cui abbiamo spesso manifestato nella cittadina in cui viviamo. Si tratterà quindi di fare alcune scelte trasparenti e creare delle linee guida, avviare un modo di operare che migliori la nostra vita e non sia solo una compensazione economica; non vale la pena ripetere anche ora l’errore commesso anni fa, quando si accettò di lavorare in condizioni di pericolo e di inquinamento in cambio di una maggiorazione di salario o del miraggio del “progresso”, creando mostri inquinanti che oggi non sappiamo come eliminare.

L’obiettivo che dovremo darci sarà di migliorare la vita non di darle un prezzo. In quanto alle figure miste, produrre energia permetterà di capire il valore di molte altre cose: capiremo, ad esempio, che la bottiglia di plastica che abbiamo pagato comprando la bibita non è un rifiuto che pagheremo una seconda volta per poterlo smaltire dopo averla buttata, ma una materia seconda che ha un suo prezzo di mercato che ci verrà pagato se la vendiamo a chi può riutilizzarla. Come tutte le transizioni epocali, anche questa non sarà un passaggio indolore, ma avremo la certezza di avere attraversato il nostro “secondo medioevo” per creare un futuro migliore per i nipoti.


[1] Carlo Rovelli “Helgoland”, ed. Adelphi, 2020 pg. 58

[2] Da “Fine corsa. Intervista su crisi e decrescita”, di Serge Latouche con Daniele Pepino, edizioni gruppo Abele, 2013. Serge Latouche è un economista, filosofo francese animatore della rivista MAUSSE e teorico di una corrente della “postdevelopment theory” detta della “decrescita felice”.   *

[3] « L’argent d’aujourd’hui ne nait pas d’un argent qui lui préexisterait. Il est créé ex nihilo.  L’argent peut naître de rien. Evidemment, pas l’argent au sens traditionnel, mais l’argent moderne, inventé par le capitalisme au cours des siècles. ». François Rachline  «Que l’argent soit. Capitalisme et alchimie de l’avenir.»,  Pluriel, 1996, pg.51.    

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