Non aprite quei porti

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Anna Polo 25 Agosto 2022

Nei giorni scorsi nel porto di Genova è arrivata la nave Bahri Tabuk, partita dagli Stati Uniti e diretta in Arabia Saudita con elicotteri da guerra destinati ai massacri nello Yemen. La preziosa controinformazione del Collettivo autonomo dei lavoratori portuali racconta, però, che la nave saudita ha fatto tappa anche a Iskenderun, porto turco al confine con la Siria, dopo che Erdogan ha dichiarato di voler sferrare l’ennesimo attacco contro il confederalismo democratico curdo. In questa intervista, realizzata da Anna Polo della redazione italiana dell’Agenzia di stampa internazionale Pressenza, José Nivoi del Calp, racconta l’essenziale e difficile lotta dei lavoratori portuali contro il gigantesco traffico delle armi che usa perifrasi commerciali meno brutali quanto ipocrite. Quel traffico è in realtà legittimato solo dall’insaziabile business delle floride imprese che si alimentano di guerre sanguinose e da tutti i governi e gli Stati che quel business considerano perfettamente “legale”, cioè intoccabile. Un motivo di allegria e vanto per ogni buon sostenitore della crescita economica (a qualsiasi costo) nazionale e patriottica

Sulla nave Bahri Tabuk mezzi militari destinati all’Arabia Saudita per continuare il conflitto in Yemen. Dalle sagome si intuisce si tratti di elicotteri Uh-60 Black Hawk. La foto è tratta dalla pagina facebook del Calp di Genova

Transito e traffico d’armi per i porti italiani, europei e non solo… ma i portuali non ci stanno e si organizzano in rete per bloccare le navi della morte. Ne parliamo con José Nivoi del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) di Genova, che sabato 27 parteciperà al dibattito “Armiamoci e pa(r)tite: la guerra non porta nulla di buono” durante Èqualafesta 2022 a Germignaga (Varese).

Come e quando è nato il CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali)?

Il Calp è nato il 15 ottobre 2011, dopo una grande manifestazione a Roma. Sul pullman di ritorno si decise di far rinascere il collettivo di lavoratori portuali, più che altro per delle esigenze sindacali: la struttura sindacale di allora, la CGIL, non permetteva e continua a non permettere di dialogare tra le varie realtà, se non in sporadici appuntamenti. Volevamo uscire da quella logica, discutere di problematiche di vario genere, non solo portuali, ma anche di carattere politico.

Vi muovete da tempo a Genova per denunciare il traffico di armi e impedire il passaggio di navi cariche di bombe e missili. Puoi raccontarci alcuni momenti significativi della vostra lotta?

La nostra lotta è iniziata più o meno nel 2014, quando abbiamo visto parcheggiati all’interno dell’area portuale dei grandi fuoristrada della Toyota, che poi venivano caricati su una nave diretta a Tangeri. In seguito tramite un articolo di giornale siamo venuti a sapere che quei pick-up erano stati portati a Tripoli e che da Tripoli alcuni di questi per via di malfunzionamenti – motori rotti e via dicendo – erano tornati a Genova.  A distanza di qualche mese uno di noi è arrivato con un video di Youtube dove si vedeva un pick-up con sopra montata una mitragliatrice in una zona di guerra dopo il rovesciamento del governo Gheddafi. Sparava come un pazzo ad altezza villaggi e sul parabrezza c’era ancora uno dei nostri adesivi con scritto Genova. A quel punto abbiamo cominciato a lavorare sull’aspetto delle armi nel porto.

I momenti più eclatanti sono stati il blocco effettivo con lo sciopero e le azioni del 2019, la denuncia del governo italiano, che fa transitare tranquillamente le navi saudite perché c’è un interesse sovranazionale degli Stati Uniti e la denuncia dello scontro di interessi tra Italia e Francia per mantenere il controllo dei pozzi petroliferi Eni e Total in Libia.

Nel maggio 2021 abbiamo tentato di bloccare un carico di armi destinato a Israele, in rete con i portuali di Livorno e di Napoli. La nostra azione ha creato dei problemi diplomatici tra Italia e Israele, ma anche con gli USA. Quando si è diffusa la notizia che stavamo bloccando questo carico di missili Di Maio è andato all’ambasciata israeliana a Roma dicendo: “Non vi preoccupate, la sistemiamo noi questa vicenda. State tranquilli”. Israele infatti aveva minacciato di boicottare in toto le merci italiane se i portuali italiani non avessero smesso di boicottare le loro navi.

Grazie alle nostre mobilitazioni che hanno dato gambe al movimento pacifista, abbiamo cominciato a lavorare come rete, fino ad arrivare a gennaio 2021 al blocco deciso dal Parlamento Europeo della compravendita di circa 19.000 missili della RWM, destinati ai droni usati dall’Arabia Saudita contro gli yemeniti.

Oltre a Genova, altri porti italiani ed europei stanno portando avanti le vostre stesse azioni. Esiste una rete organizzata per scambiarsi informazioni e coordinare i blocchi dei porti?

Come sindacato USB siamo radicati a Genova, Livorno, Civitavecchia, Trieste e da poco anche Palermo, con  una collaborazione informativa e di azione. Abbiamo avuto dei contatti con portuali in giro per l’Europa a Bilbao, Sagunto, Valencia, Marsiglia, Amburgo e Rotterdam e stiamo cercando di creare una rete nel tentativo di costruire uno sciopero internazionale, che non è una cosa semplice da fare. Abbiamo avuto contatti anche con portuali americani e sudafricani e ricevuto i ringraziamenti di organizzazioni yemenite e dei palestinesi di Gaza e siamo in contatto con moltissimi gruppi pacifisti italiani, europei e mondiali. C’è un continuo dibattito su come riuscire a organizzare questa giornata internazionale.

Foto tratta da https://www.usb.it

Qual è la situazione attuale riguardo al passaggio di navi cariche di armi destinate a paesi coinvolti in conflitti, come Arabia Saudita, Israele, Libia e Turchia?

Le armi trasportate dalle navi che passano da Genova e dai porti italiani sono perlopiù compravendite estere in transito in Italia. Il percorso tipico parte dagli Stati Uniti, arriva nell’Europa del nord e poi a Genova e si dirige verso Alessandria d’Egitto, uno dei Paesi che più acquista armi, anche se non c’è un contesto di guerra come per esempio in Siria e Yemen. Dopo Alessandria d’Egitto le navi toccano il porto di Iskerderun a circa 80 km dal confine con il nord della Siria. Alcune vanno in India, perché l’esercito indiano compra veicoli in dotazione all’esercito USA e a Gedda.

Questi sono i porti toccati dalla compagnia saudita Bahri; poi c’è anche l’israeliana Zim, che movimenta armamenti venduti dagli USA e dall’Europa a Israele (anche se è uno dei produttori, alcuni armamenti li compra all’estero). Sono arrivate armi anche in Libia e in generale c’è un continuo commercio nei teatri più conosciuti.

I portuali di Genova hanno una lunga storia di lotta contro il traffico di armi. Che cosa vi spinge a continuare l’impegno dei vostri padri?

Per noi è una è una questione etico-morale, oltre che di carattere sindacale e di sicurezza sul lavoro. Nel momento in cui queste navi entrano nel porto di Genova il rischio di esplosioni e contaminazioni aumenta in modo esponenziale, soprattutto pensando che a circa 200 metri si estende un quartiere popolare a popoloso come Sampierdarena. Le autorità portuali si muovono solo quando vedono l’incidente, la prevenzione è solo sulla carta e non di fatto. Prefettura, Autorità Portuale e Capitaneria di Porto non applicano leggi come la 185, che vieta transito ed esportazioni di armi verso paesi in guerra: una palese violazione, che si aggiunge a quella dell’articolo 11 della Costituzione.

Foto tratta da Melting Pot Europa

Noi denunciamo i massacri e le violazioni dei diritti umani da parte per esempio dell’Arabia Saudita. Con la scusa del libero passaggio delle merci lo Stato italiano fa passare tranquillamente queste navi. Insomma, il commercio viene prima delle vite umane.

Come dicevo prima, per noi comunque il fattore più importante è quello etico morale. Qui è un po’ una tradizione: i portuali di Genova hanno sempre praticato la solidarietà attiva per esempio ai tempi della guerra in Vietnam, o della dittatura in Cile.

Quando nelle mie ore di lavoro carico e scarico armamenti che, lo so benissimo, uccideranno migliaia di civili, tra cui centinaia di bambini, io faccio parte della filiera della produzione delle armi. Il missile che esplode è solo l’atto finale di una produzione occidentale.

Noi in questo ingranaggio non ci vogliamo stare; vogliamo uscirne, vogliamo spostare merci per il bene comune e non per alimentare i profitti di privati tipo Leonardo e Fincantieri.

Fonte: Pressenza

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