La sete dell’idrogeno verde

Dal blog https://comune-info.net/

Elena Gerebizza 29 Agosto 2022

La siccità che impazza ovunque ed è un fenomeno non certo passeggero è un campanello di allarme per diversi aspetti centrali del nostro modo di vivere, di produrre e di generare energia. Prenderne atto, seppur con ritardo, significa ripensare l’uso dell’acqua nei settori centrali dell’economia: quello agro-industriale, il manifatturiero ma anche la produzione energetica. Il cosiddetto idrogeno verde ha bisogno di acqua, che non abbiamo, o di energia nucleare, che si pensava di importare dall’Ucraina. La strategia italiana prevede di produrre 700mila tonnellate di idrogeno l’anno entro il 2030, per le quali servono circa 6,3 milioni di metri cubi d’acqua. Ovvero un aumento del consumo di acqua che arriverebbe a circa 0,6 miliardi di metri cubi nel 2050: lo 0,3% del consumo europeo di acqua dolce

La crisi idrica che ha attraversato il Paese è un campanello di allarme su diversi aspetti centrali al nostro modo di vivere, di produrre e di generare energia. Il collegamento tra la siccità protratta degli ultimi cinque mesi e l’avanzare dei cambiamenti climatici è stato portato in evidenza da esperti e climatologi. Prenderne atto significa ripensare l’uso dell’acqua nei settori centrali dell’economia: quello agro-industriale, il manifatturiero ma anche la produzione energetica.

Pensiamo alla discussione in corso in Italia e in Europa sull’idrogeno come perno della decarbonizzazione, tutta orientata a definire i quantitativi da produrre e su quale fonte di energia impiegare, che di fatto dà per scontata la disponibilità di acqua.

Nella sua visione strategica, la Commissione europea ha disegnato uno scenario in cui la quota di idrogeno nel mix energetico europeo dovrebbe assestarsi intorno al 2% nel 2024, fino a raggiungere un 15-22% entro il 2050 (circa 1300-1800 Twh).

Si parla di un obiettivo di produzione di idrogeno da fonti rinnovabili di un milione di tonnellate annue entro il 2024 e 10 milioni entro il 2030 tramite l’elettrolisi dell’acqua, che implica la realizzazione di elettrolizzatori per una capacità di potenza installata di 6 GW al 2024 e di 40 GW (più altri 40 GW extra-UE), fino al raggiungimento di 500 GW complessivi nel 2050.

Il piano europeo parla di potenza rinnovabile “dedicata”, che dovrebbe produrre in maniera stabile e costante energia da fonti rinnovabili esclusivamente destinate all’idrogeno. Anche in Italia il dibattito è aperto: le linee guida preliminari sono state pubblicate nel novembre 2020 e comprendono una tabella di marcia di obiettivi a breve e lungo termine.

Per capire se questi obiettivi siano raggiungibili e se la filiera complessiva risulti sostenibile, è importante soffermarsi su diversi aspetti. Tra questi, anche la disponibilità di risorse idriche da destinare, con consumi che andrebbero ad aggiungersi a quelli esistenti dei diversi settori. Secondo uno studio realizzato da Leonardo Setti dell’Università di Bologna e da Sofia Sandri del Centro per le Comunità Solari, commissionato da ReCommon, per produrre 1 kg di idrogeno da elettrolisi occorrono circa 9 litri di acqua, quindi per ottenere 1 tonnellata di idrogeno devono essere consumati ben 9000 litri.

La strategia italiana prevede di produrre 700mila tonnellate di idrogeno l’anno entro il 2030, per le quali servono circa 6,3 milioni di metri cubi d’acqua l’anno. Ovvero un aumento del consumo di acqua che arriverebbe a circa 0,6 miliardi di metri cubi nel 2050: lo 0,3% del consumo europeo di acqua dolce. Un dato significativo, se letto in un contesto in cui i periodi di siccità prolungata impongono già oggi dei razionamenti e una gestione della risorsa idrica “commissariata” in diverse regioni: proprio quelle finora più ricche d’acqua, per la presenza del bacino del Po e a ridosso dell’arco alpino.

Un dato che, secondo gli autori dello studio, è preludio di limiti alla localizzazione dei progetti per la produzione di idrogeno verde, fattore che aumenta gli interessi economici in gioco orientando le scelte in merito alla gestione dell’acqua e potenzialmente alimenta nuove spinte per la privatizzazione di questa preziosa risorsa. In base allo studio, l’acqua diventerebbe infatti “materia prima per la produzione di energia centralizzata”, potrebbe risentire degli stessi effetti speculativi legati ai combustibili fossili.

Uno scenario non roseo, in un contesto di crisi idrica strutturale in alcuni periodi dell’anno, di siccità persistente e abbassamento delle falde. La domanda è se gli esperti del “governo dei migliori” abbiano valutato i costi reali, le implicazioni e le conseguenze dei diversi modelli di produzione di idrogeno verde.

Ossia il più “sostenibile” delle tipologie di idrogeno, se comparato all’idrogeno prodotto da combustibili fossili, il preferito delle corporation oil & gas e di ampi settori dell’industria. Per esempio, preferendo incentivare l’idrogeno nella mobilità su strada con l’investimento tramite il Pnrr nella costruzione di stazioni di rifornimento proprio a idrogeno, gli esperti del governo hanno considerato che è uno dei suoi usi meno efficienti?

Photo by Quinten de Graaf on Unsplash

Ma lo studio va oltre e solleva altri punti. Lo scenario di produzione di idrogeno al 2030 elaborato dal World Energy Council Europe (WEC-Europe) stima che, utilizzando la capacità di idrolisi di 40 GW, questa non potrà superare i 2,6 milioni di tonnellate. Una quantità molto più bassa rispetto ai 10 milioni di tonnellate previsti dalla Commissione europea. Inoltre, secondo lo stesso scenario solamente 0,8 milioni di tonnellate di idrogeno sarebbero prodotti da energia rinnovabile: la maggior parte dell’idrogeno da elettrolisi arriverebbe tramite la generazione aggiuntiva da centrali nucleari esistenti. Quindi idrogeno da elettrolisi, ma tutt’altro che verde!

Che ltalia e Europa non siano in grado di generare sul territorio italiano – e dell’Ue – l’idrogeno verde di cui la Commissione europea dice di voler disporre al 2030 e al 2050 si nota anche dal progetto della European Hydrogen Backbone, prensentato nel 2020 e aggiornato nel 2021, di cui Snam è tra i più aperti sostenitori. Nella mappa sono infatti presenti tre gasdotti attraverso cui l’Europa dovrebbe importare idrogeno verde prodotto fuori dai confini dell’Ue:  il gasdotto Transmed (da Algeria e Tunisia, controllato da Eni e Snam), il gasdotto TAP (dalla Grecia, con Snam tra gli azionisti di maggioranza) e dall’Ucraina attraverso il TAG (controllato da Snam).

Proprio in Ucraina, secondo il recente piano RePower EU, dovrebbe  “materializzarsi” l’idrogeno da fonte “non fossile”, ovvero da energia nucleare, che poi dovrebbe essere esportato in Europa via gasdotto. Certo, se la riduzione delle risorse idriche è un tema scottante in Italia, figuriamoci in paesi al momento in  guerra, o in altri il cui territorio è per lo più desertico, piegati dall’inflazione e dal costo esorbitante dell’energia. Un quadro molto lontano dalla sostenibilità raccontata negli scenari di uscita dalle fossili, che forse vanno interamente ripensati, come richiede la crisi attuale.

“I dati elaborati in questo rapporto dimostrano che non c’è possibilità di coprire il target minimo di idrogeno a livello nazionale se non tramite una filiera non sostenibile e non realizzabile di energia rinnovabile” concludono gli autori del rapporto, che bocciano senza mezzi termini gli attuali piani europei e italiani.

Studio sulla sostenibilità economica della filiera di produzione dell’idrogeno verde per una hydrogen backbone italiana

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