Geoguerra e cambiamento climatico

Dal blog https://comune-info.net

Bruna Bianchi 07 Settembre 2022

mmediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, accanto alle innumerevoli esplosioni nucleari che hanno devastato il pianeta, sono iniziate, e portate avanti su scala sempre più ampia, le sperimentazioni militari sul clima. Eppure, fino ad oggi nella riflessione critica sul cambiamento climatico e le sue cause il militarismo e la spirale distruttiva innescata dalle attività militari sono rimaste sullo sfondo. Le poche voci che hanno ricostruito e denunciato i danni irreparabili che le sperimentazioni a scopo bellico hanno causato non hanno avuto grande rilievo.

Un esempio significativo del progetto di dominio e controllo del clima a scopi bellici è il rapporto condotto nel 1996 dal Department of Defense School Environment of Academic Freedom e presentato alla Air Force degli Stati Uniti dal titolo: Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025 (Il clima come forza di moltiplicazione. Possedere il clima nel 2025).

Entro il 2025 i ricercatori militari prevedevano di poter dominare il clima a livello planetario e di proseguire nella sperimentazione all’ombra del segreto militare. Il rapporto, che è passato al vaglio “delle autorità preposte alla sicurezza” prima di essere reso pubblico, si sofferma su alcune delle potenzialità militari del controllo del clima e in particolare slle modificazioni della ionosfera, ma tace sulle applicazioni della geoingegneria nella guerra del Vietnam e nella guerra del Golfo e si limita a ipotizzare modificazioni del clima “localizzate” e a breve termine. L’interesse del documento pertanto non risiede nella ricostruzione delle sperimentazioni e delle loro applicazioni quanto nella logica alla base della manipolazione del clima che domina il pensiero, le ambizioni e le strategie militari. Così si legge nel sommario del rapporto:

Nel 2025 le forze dello spazio aereo statunitense possono “possedere il clima”, avvalendosi delle nuove tecnologie e indirizzando lo sviluppo di quelle tecnologie verso applicazioni di guerra combattuta. Una tale capacità offre al combattente strumenti per modificare lo spazio bellico in modi che non sono mai stati possibili prima.

Negli Stati Uniti nel 2025 la modificazione del clima sarebbe diventata parte integrante della strategia militare. Citando le parole del generale Gordon Sullivan, i ricercatori militari scrivono:

La tecnologia è là e aspetta che noi la mettiamo insieme. Nel 2025 avremo il possesso del clima.

Nel 2025 la nuova arma post-nucleare sarebbe stata una realtà.

Già nel 1957 la commissione consultiva del Presidente degli Stati Uniti sul controllo del clima riconosceva esplicitamente il potenziale militare della modificazione del clima e prevedeva che sarebbe stata un’arma più importante della bomba atomica (p. 3).

L’impresa, naturalmente, è rischiosa, continuano i ricercatori, ma le straordinarie potenzialità militari devono ricevere la più alta considerazione. Ideologia del rischio, controllo, dominio, supremazia, termini che ritornano costantemente nel rapporto, emergono con chiarezza ad ogni passo:

Come impresa ad alto rischio e ad alta ricompensa, la modificazione del clima presenta un dilemma non dissimile dalla scissione dell’atomo. Mentre alcuni segmenti della società saranno sempre riluttanti ad esaminare questioni controverse, come la modificazione del clima, le straordinarie potenzialità militari che possono risultare da questo campo sono ignorate (p. VI).

L’accettazione del rischio, ovvero le conseguenze distruttive per il pianeta, trova la sua giustificazione nella supremazia militare. La capacità di controllare il clima, si legge, avrà un effetto moltiplicatore e potrà essere utilizzato in tutte le fasi di un conflitto. Interventi volti a provocare siccità, impedire il rifornimento di acqua pura, intensificare la forza distruttiva di temporali e altre perturbazioni atmosferiche, indirizzando grandi masse di energia verso un obiettivo militare portano all’estremo la guerra alla natura e alla popolazione civile.

Benché nel 1977 l’assemblea generale delle Nazioni Unite avesse adottato una risoluzione che proibiva l’uso ostile delle tecniche di modificazione ambientale, la ricerca non si è mai arrestata e le sperimentazioni, condotte con determinazione, sono andate ben oltre il laboratorio.

[Per la modificazione del clima] La determinazione esiste […]. La motivazione esiste. I potenziali benefici e il potere sono estremamente lucrativi e allettanti per coloro che hanno le risorse per svilupparlo. Questa combinazione di determinazione, motivazione e risorse alla fine produrrà la tecnologia (p.35).

Il rapporto si conclude con una riaffermazione del principio della deterrenza:

La storia dimostra che non possiamo permetterci di non avere la capacità di modificare il clima se la tecnologia è sviluppata e usata da altri. Anche se non abbiamo intenzione di usarla, altri l’avranno. Per richiamarsi ancora una volta all’analogia con le armi atomiche, abbiamo bisogno di dissuadere o contrastare questa capacità con la nostra propria capacità (ivi).

Se la soluzione diventa la geoingegneria

Il progetto usare la Terra come una mega-macchina ha creato e creerà profitti e potere.

Alla conferenza di Copenhagen sul cambiamento climatico, nel 2010, ha scritto Rosalie Bertell (2018, p.) i geoguerrieri ebbero il loro momento di gloria mascherando la geoingegneria come una “soluzione al problema del cambiamento climatico”, presentato anche come un problema di sicurezza, una minaccia per lo stato che può avere un effetto moltiplicatore: afflusso di grandi masse di profughi, destabilizzazione sociale, accelerazione dei conflitti per le risorse sempre più scarse. I discorsi sulla sicurezza inducono un senso di impotenza e di paura e in definitiva incoraggiano soluzioni autoritarie, militari e tecnico-scientifiche dove sono possibili forti guadagni e che prevedono maggiore crescita e sviluppo anziché maggiore precauzione e umiltà sui limiti dell’azione umana.


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Di fronte al senso della catastrofe imminente, all’assenza di una volontà politica forte di giungere a un accordo a livello internazionale e di mettere in discussione il modello economico, la soluzione tecnica può apparire l’opzione più desiderabile, più semplice e di effetto più rapido. A favore della geoingegneria climatica si è espressa la comunità accademica, la società americana di meteorologia e l’IPCC nel suo rapporto del 2013 (Sikka 2019, p. 22).

Ad eccezione del volume di Tina Sikka, negli scritti sul cambiamento climatico il ruolo delle attività militari nella crisi climatica, è spesso menzionato solo di sfuggita benché la consapevolezza dei danni causati dalle “armi ambientali” fosse già diffusa negli anni Ottanta. Tra le prime ecofemministe a cogliere la gravità delle manipolazioni sul clima è stata Petra Kelly.

Un caso estremo di oppressione della natura lo troviamo nell’attuale ricerca militare per sviluppare “armi ambientali”. Scienziati stanno lavorando per produrre piogge, neve, fulmini, grandine, uragani, onde di marea, terremoti ed eruzioni vulcaniche a scopi militari. Tra il 1963 e il 1972 solo gli USA hanno condotto 2.700 esperimenti di questo genere (Kelly 1984, p. 83).

Sarà Rosalie Bertell, a partire dal 2000, con la sua opera Pianeta Terra. L’ultima arma di guerra, a portare alla luce il nesso tra distruzione della Terra, cambiamento climatico e attività militari.

Così scriveva nel 2018 Gustavo Esteva nella prefazione al libro apparso in traduzione italiana nel 2018:

Ora i lettori hanno nelle loro mani un libro pericoloso. Leggendolo potrebbero perdere il sonno e anche molte illusioni. Questo libro potrebbe rendere ancora più dolorosa la consapevolezza dell’orrore che stiamo subendo e aggravare la loro preoccupazione per le sfide che stiamo affrontando. Ma sarà difficile interrompere la lettura. Se lo leggono fino alla fine avranno perso la loro innocenza. Claudia von Werlhof ha ragione: questo è davvero uno dei libri più importanti del XXI secolo (Esteva 2018, p. 14).

Il pianeta Terra come arma di guerra

Ecofemminista, religiosa, scienziata, direttrice dell’International Institute of Concern for Public Health di Toronto dal 1987 al 2004, Bertell è stata promotrice e ispiratrice di numerose campagne contro i rischi della tecnologia nucleare (Bianchi 2022). In Pianeta Terra. L’ultima arma di guerra la studiosa ha ricostruito i danni irreparabili causati al pianeta dalle attività e dalle sperimentazioni militari avvenute in segreto e il loro impatto sul clima a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale1. Dal 1946, infatti, da quando la General Electric scoprì che rilasciando ghiaccio secco in una stanza fredda si potevano ‘creare’ cristalli di ghiaccio simili a quelli che si trovano nelle nuvole, il clima è diventato vittima del militarismo.

Nel 1950 i ricercatori industriali scoprirono che lo iodato di argento aveva lo stesso effetto. L’era delle modifiche climatiche era iniziata e nessuno si era preoccupato del diritto della gente di sapere ed eventualmente approvare tali sperimenti! Lo scopo dichiarato inizialmente per la creazione di queste piogge era quello di rendere più fertili le aree desertiche degli stati pianeggianti. Si dice che la Russia abbia usato queste capacità di causare la pioggia che far precipitare il fall-out di Chernobyl ed impedirne l’arrivo su Mosca (Bertell 2018, p. 29).

Da allora la geoguerra non si è mai arrestata e ora è in pieno svolgimento. È ormai possibile manipolare grandi correnti di vapore per spostare le piogge, causando siccità e inondazioni. Monsoni, uragani, tornado possono essere accentuati aggiungendo energia; l’iniezione di petrolio nelle placche tettoniche o la creazione di vibrazioni con impulsi elettromagnetici possono causare terremoti.

Queste sperimentazioni sono state attuate senza alcuna preoccupazione per le conseguenze, senza considerare le interconnessioni che consentono la vita sulla Terra. Ne sono un esempio la detonazione di bombe nucleari sulle fasce di Van Allen. In anni in cui le esplosioni nucleari avvenivano nell’atmosfera, nelle acque e all’interno della Terra, la possibilità di valutarne le conseguenze anche sulle fasce di Van Allen fu immediatamente colta.

Durante la corsa alla Luna, all’inizio del 1958, sia gli astronauti russi che quelli americani scoprirono le fasce di Van Allen, cinture magnetiche della terra a protezione del potere distruttivo delle particelle cariche dei venti solari. Fra l’agosto e il settembre 1958, nel Progetto Argus, la Marina Militare statunitense fece esplodere tre bombe nucleari a fissione a 480 km di altezza sull’Atlantico del Sud, nella fascia più bassa delle cinture di Van Allen. L’agenzia USA per l’energia atomica lo definì “il più grande esperimento scientifico mai intrapreso dall’uomo”. Tale “esperimento” causò conseguenze in tutto il mondo fra cui diverse aurore boreali. Gli effetti a lungo termine di tali incredibili distruzioni, avvenute prima che si capisse profondamente il valore e il significato delle fasce di Van Allen, non sono mai stati resi pubblici (Bertell 2018, p.30).

L’esperimento fu ripetuto una seconda volta sull’Oceano Pacifico il 9 Luglio 1962 col progetto Starfish. Tre apparati nucleari, da 1 kilotone, un megatone, e uno da molti megatoni, furono fatti esplodere, danneggiando in modo permanente la parte bassa delle fasce di Van Allen.

Per oltre 50 anni gli esperimenti sulle modificazioni atmosferiche sono stati fatti o tramite l’aggiunta di reagenti chimici che causano reazioni che possono essere o non essere viste dalla Terra, come le aurore boreali, o campi d’onda che usano il calore o forze elettromagnetiche, o anche esplosioni nucleari nell’atmosfera. Quest’ultime interrompono o alterano il normale moto ondoso delle atmosfere più alte, spesso inducendo modificazioni climatiche nella troposfera (Bertell 2018, p.31).

L’Artico è stato bombardato

Negli anni Settanta, in base al trattato segreto tra Unione sovietica e Stati Uniti del 1974, l’Artico è stato bombardato con onde elettromagnetiche che hanno causato lo scioglimento dei ghiacci che avrebbero agevolato le attività estrattive e la navigazione. Lo aveva rivelato nel 1976 nel libro The Cooling, Lowell Ponte, ex ricercatore del Pentagono (Bertell 2018, p. 169).

Impossibile rendere conto in poche pagine della ricostruzione delineata da Bertell della crisi ambientale causata dalle attività di guerra e di preparazione alla guerra. Un esempio tra i più inquietanti su cui si sofferma sia nella sua opera che nelle interviste, è quello che prevede il riscaldamento della ionosfera attraverso onde elettromagnetiche generate artificialmente da un gran numero di torri di trasmissione sincronizzate (progetto HAARP) in grado di generare una enorme lente e riflettere l’energia prodotta indirizzandola verso obiettivi militari (Bertell 2018, pp. 116-118; 237-243). A queste sperimentazioni la studiosa ritiene che si possano attribuire l’aumento dei terremoti e il riscaldamento globale.

A questo proposito i militari parlano di positing energy, che può essere paragonata a quella delle bombe. È paragonabile a questa. Possono usarla per incendiare un’intera regione. Si genera una siccità in una zona, poi si invia lì una grande quantità di radiazione ultravioletta e così si può generare un incendio. Ci sono tante di quelle cose che si possono fare. Si servono dell’HAARP anche per comunicare con i sommergibili, quando sono in immersione. Ci sono alcune funzioni come queste, e ci sono altre cose che i militari hanno fatto, delle quali non sappiamo assolutamente nulla (Bertell 2018, p. 241).

Certo è che dagli anni Sessanta agli anni Novanta i disastri naturali sono aumentati di dieci volte e che le modificazioni della corrente El Nino, così importante per il clima, e che può provocare inondazioni e siccità, hanno avuto inizio contemporaneamente ai progetti Star Wars, programmi che includono quelli che usano l’energia solare per produrre incendi attraverso radiazioni ultraviolette, una tecnologia sperimentata nel corso della guerra del Golfo. Benché non si possa stabilire con certezza un rapporto diretto tra sperimentazioni e mutamenti del clima, non può sorprendere che una scienza che non considera le interconnessioni tra tutte le forme di vita abbia sviluppato tecnologie che possono destabilizzare un equilibrio creatosi in milioni di anni potendole per di più sperimentare in segretezza. Una militarizzazione su larga scala, un eco-geo terrorismo.

Bertell non nega l’influenza delle emissioni sul cambiamento climatico, ma avverte che l’enfasi sulla CO2 potrebbe distogliere l’attenzione da altre cause ancora più gravi della perturbazione dell’equilibrio del pianeta. Lo ha affermato nel 2010 nell’intervista Un pianeta senza futuro? Nuove armi ottenute tramite la distruzione della Madre Terra.

Io non dico che l’inquinamento di CO2 faccia bene alla Terra. Ciò che dico, però, è che anche se si potesse mettere fine al rilascio di CO2, non torneremmo comunque ad avere il tempo o il clima che avevamo prima. Poiché sono stati fatti gravi danni e profondi al sistema della Terra (Bertell 2018, pp. 241).

La geoingegneria applicata al clima darebbe un nuovo impulso e nuove giustificazioni alle sperimentazioni militari aumentando in maniera esponenziale anche le emissioni già straordinariamente elevate dell’attività militare (Parkinson 2019; De Simone 2019).

Nel complesso la visione di Rosalie Bertell nel 2000 e nel 2010 non era catastrofica; il suo appello, come quello di Rachel Carson cinquant’anni prima, è un appello alla società civile affinché pretenda che nulla si faccia a sua insaputa. La volontà di svelare e abbattere il segreto militare potrebbe unire gli obiettivi dei movimenti impegnati per la pace, la giustizia ambientale ed economica. La terra è già diventata vittima del militarismo. I geoingegneri e i geoguerrieri stanno mettendo a rischio la vita sulla Terra e nessuno sta tentando seriamente di fermarli, scrive Bertell, e noi non sappiamo in che misura i disastri ambientali sono naturali o causati artificialmente.

La società civile non deve permettere che a questi geo-guerrieri sia data una pubblica benedizione per continuare la loro opera di distruzione del pianeta. […] È giunto il momento di mettere in discussione il sistema patriarcale, che implica la dominazione su tutte le altre forme di vita; e il capitalismo gretto che richiede una eccessiva forza militare per salvaguardare il suo avido accumulare di risorse naturali. Dobbiamo accettare un doloroso piano per un futuro più intelligente, umano e femminile (Bertell 2018, p. 35).

La necessità di un impegno femminista

La necessità di un impegno femminista nel pretendere un dibattito democratico su quanto oggi viene fatto in segreto, e più in generale sul rapporto tra umani e natura, è stata affermata da Claudia von Werlhof, fondatrice nel 2010 con questo scopo del movimento in difesa della Madre Terra. Leggendo Bertell, scrive Claudia von Werlhof,

Ciò che per prima cosa salta agli occhi a proposito del modo in cui i militari conducono ricerche e fanno esperimenti, è il loro carattere patriarcale. Sembrerebbe che il loro obiettivo sia quello di soggiogare l’intero pianeta come una donna, impossessarsene, farle violenza, assoggettarla al controllo maschile e trasformarla in qualcosa che non ha più alcuna reale autonomia o potere (Werlhof 2010, p. 8).

Queste considerazioni di Claudia von Werlhof ci riportano al volume di Carolyn Merchant del 1980, La morte della natura in cui la storica dell’ambiente ricostruiva il processo di formazione di una visione del mondo e di una scienza che, riconcettualizzando la natura come femmina e come macchina anziché come organismo vivente, sanzionò il dominio dell’uomo sulla natura e sulle donne. Come scrisse Bacone, padre della scienza moderna, nei suoi frammenti pubblicati dopo la sua morte, la scienza è Il parto maschile del tempo (1602-1603), una scienza maschia e virile il cui scopo è il dominio. Nell’immaginario del parto maschile a dominare è la negazione del femminile, la volontà di sostituirsi alla sua forza generativa.

Se La morte della natura è tuttora un punto di riferimento fondamentale dell’ecofemminismo, l’opera di Bertell, al di là di alcune eccezioni (Werlhof 2010; 2017) è stata pressoché ignorata; il suo carattere strettamente scientifico, la difficoltà di lettura che a tratti presenta, possono spiegare solo in parte una tale mancanza di considerazione che probabilmente risiede nella riluttanza ad aprire gli occhi su una realtà difficile da accettare. E tuttavia è necessario rileggerlo alla luce delle elaborazioni teoriche femministe sulla scienza affinché la riflessione critica sul cambiamento climatico includa il militarismo e la spirale distruttiva che le attività militari innescano.


Bibliografia

Bertell Rosalie, Planet Earth: The Latest Weapon of War, Women’s Press, London 2000, trad. it. Pianeta Terra. L’ultima arma di Guerra, a cura di Maria Heibel, Asterios, Trieste 2018.

Bianchi Bruna, L’incubo che nasce a Hiroshima, agosto 2022, https://comune-info.net/lincubo-che-nasce-a-hiroshima/

De Simone Rossana, Militarismo e cambiamento climatico, Peacelink, 6 novembre 2019, https://sinistrainrete.info/ecologia-e-ambiente/16260-rossana-de-simone-militarismo-e-cambiamenti-climatici.html.

Esteva Gustavo, Siamo pronti a un cambiamento radicale del nostro comportamento? Prefazione a Rosalie Bertell, Pianeta Terra. L’ultima arma di Guerra, pp.13-15.

Kelly Petra, The New Environmental Weapons, in Eadem, Fighting for Hope, South End Press, Boston 1984.

Merchant Carolyn, La morte della natura. Donne, ecologia e Rivoluzione scientifica. Dalla natura come organismo alla natura come macchina (1980), Garzanti, Milano 1988.

Parkinson Stuart (Scientists for Global Responsibility), The Carbon Boot-print of the Military, Presentation, MAW Conference Save the Earth-Abolish War, London 29 June 2019, https://www.sgr.org.uk/sites/default/files/2019-07/SGR_Military-carbon-bootprint_London19.pdf

Sikka Tina, Climate Technology, Gender, and Justice. The Standpoint of the Vulnerable, Springer, Cham 2019.

Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025, https://ia902603.us.archive.org/1/items/WeatherAsAForceMultiplier/WeatherAsAForceMultiplier.pdf.

Werlhof Claudia von, Call for a “Planetary Movement for Mother Earth”, International Goddess-Conference “Politics and Spirituality”, 29 maggio 2010, http://emanzipationhumanum.de/downloads/motherearth.pdf.

Werlhof Claudia von, Earth as a Weapon/Geoengineering as War, DEP n.35, 2017, pp. 130-150, https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n35/06_Von_Werlhof_modello.pdf.

1 La traduzione italiana è limitata ai capitoli sulla geoingegneria, uno dei quali, Piani militari per lo spazio in una versione aggiornata al 2010; non comprende quindi quelli relativi al nucleare, ma include le due ultime interviste e lo scritto Distruggere lentamente il nostro pianeta del 2010. Su questo ultimo scritto e sulle interviste si basa prevalentemente questa mia breve presentazione.

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