Criptoanarchia

Dal blog https://www.iltascabile.com

Andrea Daniele Signorelli / Immagine: Beeple, “Black Dawn”, 2017 (dettaglio).

19.9.2022

Andrea Daniele Signorelli Giornalista classe 1982, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per La Stampa, Wired, Domani, Esquire, Il Tascabile e altri. È autore di “Technosapiens: come l’essere umano si trasforma in macchina” (D Editore, 2021).

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Il prezzo è l’aspetto meno interessante dei bitcoin”, spiegava già nel 2013 Roger Ver, uno dei primi sostenitori e promotori della più antica criptovaluta, parlando con il New York Times. “All’inizio, quasi tutti quelli che si sono lasciati coinvolgere l’hanno fatto per ragioni filosofiche. Abbiamo considerato i bitcoin una grande idea: un mezzo per separare il denaro dallo stato”.

In queste ultime cinque parole si trova già il cuore dell’ideologia sottostante ai bitcoin: sottrarre alle nazioni, ai governi e alle banche centrali l’esclusiva sulla politica monetaria. Nella nostra società – in cui le valute sono indissolubilmente legate alle nazioni (o alle entità sovranazionali) che le emettono – quella esplicitata da Roger Ver sembra un’idea estrema, radicale, quasi folle.

In realtà, qualcosa di molto simile era già stato immaginato nel 1996 nientemeno che da Alan Greenspan, economista al tempo a capo della Federal Reserve (la banca centrale statunitense): “Nel prossimo futuro, possiamo immaginare delle proposte basate su forme di pagamento elettronico come il denaro digitale, emesso da aziende private specializzate”. 

Nella metà degli anni Novanta, mentre il web si diffondeva nel mondo, l’intervento quasi profetico di Greenspan poteva in realtà essere considerato una sorta di ritorno al passato. Una rievocazione in salsa digitale di una fase storica – evidentemente rimpianta da un liberista come l’ex capo della Fed – in cui la moneta veniva effettivamente coniata non solo dagli enti governativi, ma anche da società private. Negli Stati Uniti, per esempio, fino al 1866 varie banche private, società di costruzioni o ferroviarie e addirittura ristoranti o chiese hanno emesso differenti forme di denaro. In Australia, l’emissione di monete private è proseguita fino al 1910, quando è stata introdotta una tassazione sfavorevole sul denaro privato che ha di fatto provocato la fine del suo utilizzo (vietato poi nel 1945).

Il cuore dell’ideologia sottostante ai bitcoin: sottrarre alle nazioni, ai governi e alle banche centrali l’esclusiva sulla politica monetaria.

Lo stesso è avvenuto – sempre nel Diciannovesimo secolo – in Svizzera, nel Regno Unito (con particolare fortuna in Scozia), in Svezia e altrove. L’idea era che anche le monete dovessero competere sul libero mercato come qualunque altro bene, lasciando ai singoli consumatori la scelta di quale impiegare in base alle loro peculiari necessità (come peraltro teorizzato nel 1990 da Hayek nel suo La denazionalizzazione della moneta). Quanto sostenuto dai seguaci dei bitcoin – e di molte delle criptovalute sorte successivamente – non è quindi nulla di nuovo. È però un’idea che ha ripreso vigore in seguito alla crisi finanziaria iniziata nel 2007. 

“Il problema alla base delle valute convenzionali è la fiducia richiesta per il loro funzionamento. Per esempio, bisogna fidarsi che la banca centrale non svaluti la moneta. La storia delle valute è però piena di violazioni di tale fiducia”. Con queste parole, scritte in un blogpost del febbraio 2009, l’anonimo programmatore che si nasconde dietro il nome di Satoshi Nakamoto presentava al mondo il suo progetto dei bitcoin, non a caso nati proprio nel pieno della Grande Recessione. 

Sarebbe però un errore pensare che la sfiducia nei confronti dei governi, e la volontà di sfruttare la tecnologia per ridurre il loro potere, sia tornata in auge soltanto con i bitcoin e in seguito alla recessione. In verità, questa criptovaluta è a sua volta figlia di un movimento che proprio nelle potenzialità della crittografia per estromettere i governi da un mondo sempre più digitale aveva la sua missione: i cypherpunks

Riuniti attorno a una newsletter varata nel 1992, di questo movimento facevano parte, tra gli altri, il fondatore di Wikileaks Julian Assange, quasi sicuramente lo stesso Satoshi Nakamoto e ovviamente uno dei fondatori dei cypherpunks, vale a dire quel Timothy C. May che nel suo “Crypto Anarchist Manifesto” scriveva: “[Gli sviluppi tecnologici] altereranno completamente la natura della regolamentazione governativa, l’abilità di tassare e di controllare le interazioni economiche, la nostra capacità di mantenere segrete le informazioni e perfino la natura della fiducia e della reputazione (…). Lo Stato ovviamente cercherà di rallentare o bloccare la diffusione di questa tecnologia, citando problemi di sicurezza nazionale o l’uso della tecnologia da parte dei trafficanti di droga o degli evasori fiscali. Molte di queste preoccupazioni sono valide (…), ma ciò non fermerà la diffusione della cripto-anarchia”.

L’idea era che anche le monete dovessero competere sul libero mercato come qualunque altro bene.

Risalendo dalle parole di Satoshi Nakamoto e arrivando al manifesto di Timothy May (e si potrebbe aggiungere anche la celebre “Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio” di John Perry Barlow) non solo emerge ancora più chiaramente la totale sfiducia nei confronti dello stato e l’importanza delle tecnologie digitali per difendere radicalmente la privacy, la libertà individuale e quella economica da qualunque intromissione: compare infatti anche un termine di cruciale importanza per comprendere l’ideologia alla base dei bitcoin (e, come vedremo più avanti, di molti altri progetti legati alla blockchain): “anarchia”.

Attenzione: nel nostro caso non stiamo parlando dell’anarchia classicamente intesa, quella “di sinistra”. L’anarchia a cui fanno riferimento i libertari radicali come Tim May, Satoshi Nakamoto, Roger Ver e altri è quella in cui alla totale sfiducia nei confronti dei governi si associa la sacralità assoluta della libertà individuale, che non deve subire nessuna intromissione governativa: a livello di diritti civili (eutanasia, matrimoni tra coppie dello stesso sesso, legalizzazione delle droghe ecc.), ma soprattutto a livello economico. Niente tasse, niente contratti nazionali, niente sindacati, niente scuole o sanità pubblica: solo la libera negoziazione tra consumatori (in Italia questa posizione politica è storicamente rappresentata dai Radicali).

L’individuo, portando questa visione politica ai suoi estremi, deve potersi muovere a briglie sciolte in un libero mercato gestito esclusivamente dalla celeberrima “mano invisibile” e dal quale il controllo, la regolamentazione e la supervisione dello stato semplicemente spariscono. Questa interpretazione della società ha un nome preciso: anarco-capitalismo. “Il principale riferimento intellettuale per l’anarco-capitalismo sono il pensiero e le opere di Murray N. Rothbard, il quale propone l’instaurazione di una società basata esclusivamente sul libero mercato, libero appunto da ogni influenza dello Stato, che è intrinsecamente autoritario”, si legge su Anarcopedia.

“La visione del mondo anarco-capitalista sostiene esclusivamente la possibilità che individui sovrani partecipino al libero mercato”, scrive invece Ian Bogost sull’Atlantic. “Né gli stati né le grandi aziende sono intermediari accettabili. Ciò lascia però un quadro piuttosto disordinato: gli individui, ciò che posseggono, i contratti a cui partecipano per scambiare questa proprietà e il mercato che deve facilitare lo scambio. L’unica cosa che manca è un mezzo per eseguire gli scambi sul mercato”. “Normalmente, i soldi sarebbero sufficienti”, prosegue Bogost. “Ma le monete indispongono gli anarchici pro-mercato. Le banche centrali che controllano l’emissione di denaro sono entità statali. I network finanziari per i pagamenti come Visa sono grandi aziende, che non sono molto migliori. È qui che i bitcoin e le altre criptovalute entrano nel quadro. Il loro è un tentativo di fornire un’alternativa tecnologica alla moneta e alle banche senza indebolire il puro individualismo dell’ideale anarco-capitalista”.

Sarebbe un errore pensare che la sfiducia nei confronti dei governi, e la volontà di sfruttare la tecnologia per ridurre il loro potere, sia tornata in auge soltanto con i bitcoin e in seguito alla recessione.

Oggi, a quasi quindici anni dalla nascita, lo sappiamo: a causa di limiti tecnici (la lentezza della blockchain che gestisce i bitcoin e i conseguenti costi nelle transazioni) e intrinseci (la fluttuazione del valore che rende impossibile usarli come mezzo di pagamento), i bitcoin hanno fallito nel loro tentativo di sostituire il denaro classico e si sono trasformati semmai in un bene d’investimento altamente speculativo (il cosiddetto “oro digitale”)

Ci sono però delle eccezioni: i bitcoin sono infatti effettivamente usati come moneta nel dark web per l’acquisto di beni illegali, per i ricatti tramite ransomware (attacchi hacker che cifrano tutti i documenti presenti sui computer finché non viene pagato il riscatto), per aggirare sanzioni, ma anche per finanziare organizzazioni osteggiate dai governi (come avvenuto con Wikileaks) o per proteggere i risparmi delle donne afghane. Un utilizzo limitato ma non trascurabile, che in alcuni casi aiuta ad aggirare la legge e in altri la censura o i regimi autoritari.

Ma allora i bitcoin possono rappresentare una valida alternativa anche per la sinistra? Non secondo il Gruppo Ippolita, che in un’intervista pubblicata su Effimera spiega come questa criptovaluta rappresenti “la quintessenza della logica del capitalismo: gli stati-nazione o transnazionali sono inutili pachidermi del passato, nel nuovo mercato globale sono solo un peso; per i miei traffici e i miei commerci è molto meglio farmi le monete che voglio, l’importante è spendere, comprare, produrre. Mai interrompere la catena”. 

Per quanto il legame tra destra ultraliberista e i più accesi sostenitori dei bitcoin sia evidente e ben documentato (che poi molti di loro siano diventati milionari convertendoli in banalissimi dollari non sorprenderà nessuno), ciò non significa che il cripto-mondo sia omogeneo dal punto di vista politico. Secondo una ricerca del 2018 della testata specializzata Coindesk, su 1.200 esponenti della comunità legata alle criptovalute, l’8% si definiva anarco-capitalista, il 24% libertario, il 21% conservatore e il 9% di centro. 

I bitcoin hanno fallito nel loro tentativo di sostituire il denaro classico e si sono trasformati in un bene d’investimento altamente speculativo.

La grande maggioranza rientra quindi nello spettro politico del centrodestra (e ben un terzo nell’ambiente libertario, che altrove è una piccola nicchia). Eppure, c’è vita anche a sinistra: ben il 27% si è infatti definito “liberal” (che negli Stati Uniti è l’equivalente del nostro “progressista”) e il 9% addirittura socialista. Il cripto-progetto di riferimento di chi si schiera a sinistra dell’arco politico non è però quello del Bitcoin, bensì la seconda realtà della blockchain per importanza e diffusione: Ethereum. Se tramite i bitcoin si punta a liberare il mondo dalla “tirannia” intrinseca nelle banche centrali e nei governi, Ethereum viene invece spesso visto come lo strumento in grado di trasportare gli ideali del mutualismo e del cooperativismo nella nostra epoca digitale.

A differenza dei bitcoin, Ethereum non si limita infatti a emettere una criptovaluta (che porta il nome di ether), ma è una vera e propria piattaforma che sfrutta le potenzialità della blockchain e soprattutto degli smart contracts – contratti che entrano automaticamente in esecuzione non appena gli accordi tra le parti sono soddisfatti – per fornire a chiunque abbia le necessarie competenze la possibilità di dare vita ai propri progetti blockchain.

Al di là di progetti come Augur (che impiega gli smart contracts per automatizzare le scommesse, permettendo a tutti di improvvisarsi bookmakers) o come Maker, una delle realtà più importanti della DeFi (finanza decentralizzata) specializzata in prestiti ad alto rendimento, le più interessanti innovazioni abilitate da Ethereum sono le cosiddette DAO (decentralized autonomous organizations), organizzazioni decentralizzate il cui processo decisionale è automatizzato tramite smart contracts e alle quali possono prendere parte tutti i partecipanti al progetto, con un potere di voto proporzionale alla quantità di token (le criptovalute legate a uno specifico progetto) posseduti. Più il progetto cresce e ha successo e più, in linea teorica, diventa richiesto il token collegato, aumentando quindi di valore e permettendo così di distribuire la ricchezza generata a tutti i partecipanti.

Invece di lasciare che tutte le decisioni vengano prese dal CEO o dai membri del consiglio d’amministrazione, e che tutti i guadagni finiscano nelle tasche loro e dei grandi investitori, le DAO fornirebbero quindi la possibilità di decentralizzare la governance e distribuire i guadagni. È così che sono nati progetti – basati su Ethereum o su altre blockchain dotate di smart contracts – come il social network decentralizzato (Appics), lo strumento di raccolta fondi per sostenere cause legali e ripartire automaticamente i soldi ricevuti in caso di vittoria in tribunale (sulla blockchain di Avalanche), i sistemi automatici per la compravendita tra vicini di energia prodotta a livello comunitario come Power Ledger e altri progetti spesso – ma non per forza, come vedremo più avanti – orientati a valori progressisti.

Per quanto il legame tra destra ultraliberista e i più accesi sostenitori dei bitcoin sia evidente e ben documentato, ciò non significa che il cripto-mondo sia omogeneo dal punto di vista politico.

Ethereum è allora il progetto dei “buoni”, idealmente contrapposto al liberismo estremo dei sostenitori dei bitcoin? Per quanto il fondatore di Ethereum, Vitalik Buterin, probabilmente si rispecchierebbe in questa sintesi, la realtà è molto più complessa. Gli smart contracts celano infatti al loro interno una forma di tecnosoluzionismo che può prendere derive inquietanti. Derive che sono probabilmente meglio esplicitate da una startup soprannominata Slock.it (che nel frattempo, come spesso avviene in questo settore, ha cambiato nome e in parte natura diventando Blockchains).

L’obiettivo iniziale di Slock.it era di “conferire agli oggetti connessi la possibilità di ricevere pagamenti e di partecipare ad accordi e transazioni complesse senza bisogno di intermediari”. Uno dei primi prodotti immaginati da questa startup erano le serrature connesse collegate alla blockchain che si aprono automaticamente all’avvicinarsi dello smartphone di chi, per esempio, ha affittato un appartamento su Airbnb.

La stessa tecnologia, però, potrebbe fornire ai padroni di casa la possibilità di chiudere automaticamente fuori dalla porta – senza necessità di un loro intervento diretto e magari senza nemmeno venirlo a sapere – gli affittuari che ritardano il pagamento. Oggi le famiglie morose possono tutelare i loro interessi ed evitare di subire uno sfratto rivolgendosi alle istituzioni preposte; come fare però se lo smart contract al quale hanno aderito permette al proprietario di negare l’accesso alla casa, o magari l’utilizzo dell’energia, dell’acqua e di tutto ciò che può essere gestito attraverso la internet of things?

Più in generale, è evidente come l’automazione dei contratti può drasticamente irrigidire degli accordi che, oggi, in caso di necessità, possono essere parzialmente o temporaneamente violati confidando nella maggiore elasticità degli esseri umani rispetto ai computer o potendo fare ricorso alle autorità preposte. Invece di liberarci dalla fiducia obbligata che dobbiamo accordare a enti centrali, la blockchain potrebbe rafforzare ulteriormente governi, istituti finanziari, aziende e quant’altro, automatizzando i meccanismi e tagliando fuori attori a cui oggi il cittadino può rivolgersi per chiedere di essere difeso da eventuali soprusi o per far valere i suoi diritti. Uno scenario tutt’altro che progressista.

Sempre gli smart contracts e la blockchain sono d’altra parte gli strumenti che hanno reso possibile la nascita della già citata “finanza decentralizzata” (che, come i recenti casi hanno dimostrato, può rivelarsi una catena di Sant’Antonio che arricchisce soltanto i furbi), la GameFi (la finanza dei videogiochi che rende anche un innocuo passatempo uno strumento di guadagno, speculazione e addirittura sfruttamento) o i social token, attraverso i quali singoli imprenditori, artisti, creativi e influencer possono “tokenizzarsi”, vendendo quote di se stessi.

Ethereum è allora il progetto dei “buoni”, idealmente contrapposto al liberismo estremo dei sostenitori dei bitcoin?

Con la promessa progressista di distribuire guadagni e opportunità in una sorta di cripto-mutualismo, gli smart contracts – oltre a irrigidire la società – possono diventare il cavallo di Troia in grado di portarci verso la finanziarizzazione della nostra intera esistenza, rendendo qualunque ambito della società oggetto di investimento e speculazione. Una perfetta utopia anarco-capitalista.

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