Perché la Corte costituzionale tedesca ha bocciato i ricorsi contro il Recovery Fund

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6 Dicembre 2022 di Pierluigi Mennitti

In Germania la Corte costituzionale ha respinto i due ricorsi dello scorso luglio contro la partecipazione al Recovery Fund europeo. Tutti i dettagli nell’articolo di Pierluigi Mennitti da Berlino

La Corte costituzionale tedesca mette fine alle speranze di quelli che un tempo venivano chiamati falchi e convalida la partecipazione tedesca al Recovery Fund dell’Unione Europea. E mentre molti paesi già sono alle prese con i primi ritardi nelle tabelle di marcia dei progetti e con i desideri di apportare modifiche per i tanti cambiamenti nel frattempo intervenuti, la Germania era ancora impigliata nei ricorsi alla Corte di Karlsruhe che, in teoria, avrebbero potuto mandare all’aria tutto quanto. O almeno la partecipazione tedesca, numericamente quella più robusta.

E invece il cosiddetto “secondo Senato” ha come in passato cementato il ponte tra Berlino e Bruxelles, respingendo i due ricorsi costituzionali selezionati lo scorso luglio (su cinque presentati). Il primo, sostenuto da quasi 2300 persone, proveniva da un “Bündnis Bürgerwille”, una sorta di comitato civico raccolto attorno all’ex fondatore di Alternative für Deutschland (Afd) Bernd Lucke, il professore liberista che aveva impostato il partito poi divenuto sovranista su basi dottrinali anti moneta unica. Il secondo era stato presentato dall’imprenditore Heinrich Weiss, un tempo capo della Confindustria tedesca. Due vecchie glorie della politica e dell’imprenditoria per quella che è ormai divenuta una tradizione nel rapporto tra Germania e unione Europea: il ricorso alla Corte costituzionale ad ogni passaggio di cessione di sovranità. Era accaduto con i vari pacchetti di stabilità durante la crisi dell’euro, è successo anche in occasione del fondo di aiuti da 750 miliardi di euro.

La sentenza è stata chiara, più del solito: secondo la Corte, il prestito dell’Ue non viola la Legge fondamentale e il governo federale e il Bundestag sono stati autorizzati ad approvare la decisione di prendere in prestito un totale di 750 miliardi di euro.

Il programma di ricostruzione denominato “Next Generation EU”, ha lo scopo di aiutare gli Stati dell’Unione a rimettersi in piedi dopo la pandemia. Per la prima volta, la Commissione europea sta assumendo prestiti su larga scala. Gli Stati membri riceveranno una parte del denaro sotto forma di sovvenzioni che non dovranno essere rimborsate, il resto come prestiti che dovranno essere estinti al più tardi entro la fine del 2058.

Le somme maggiori sono state destinate a quei paesi particolarmente colpiti dal virus, come l’Italia e la Spagna. La Germania ha fatto i conti con sovvenzioni per quasi 26 miliardi di euro netti. D’altra parte, secondo la Corte dei conti federale, la Germania è il maggior pagatore netto con una somma prevista di circa 65 miliardi di euro. La stessa autorità aveva parlato di una “cesura per l’architettura finanziaria europea” e aveva avvertito dei rischi per il bilancio federale.

Ed è proprio qui che sono entrati in gioco i querelanti, i quali temevano che il bilancio federale potesse risentire della responsabilità per i debiti europei e che, alla fine, la Germania fosse costretta a pagare da sola il conto nel caso in cui gli altri Stati non rispettassero più i loro obblighi di pagamento. Per i ricorrenti ci sarebbe la minaccia di un vortice di debito incalcolabile per decenni. E denunciavano che il programma non avesse alcuna base nei trattati europei. Le richieste: Berlino doveva ritirarsi dal programma o bloccarlo del tutto. Le cause presentate erano dirette contro la legge con cui il Bundestag aveva approvato la partecipazione tedesca.

Accanto ai due ricorsi selezionati ve ne erano altri tre, fra cui due con risvolto più squisitamente politico: su uno avevano convogliato le proprie firme alcuni parlamentari della Cdu, un altro era maturato nel gruppo parlamentare di Afd. Gli esperti presenti all’udienza di luglio, tra cui un rappresentante della stessa Corte dei conti federale, avevano stimato un onere finanziario per la Germania non eccessivo, una spesa annua aggiuntiva sui tre-quattro miliardi di euro e avevano suggerito che una tale cifra non avrebbe certo sconvolto il bilancio federale. Un rappresentante della Commissione europea aveva solennemente assicurato che l’aumento del debito non sarebbe diventato un’abitudine, cosa che deve aver tranquillizzato gli scrupolosi giudici della Corte. Che hanno quindi chiuso questa coda giudiziaria della vicenda.

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