La crisi del grano

La Commissione UE mantiene il riserbo sulla decisione della Polonia e di altri paesi membri di vietare l’importazione di prodotti agricoli dall’Ukraina fino alla fine di giugno. Ha semplicemente accolto nel diritto UE i divieti unilaterali decisi da Polonia, Slovacchia, Ungheria e Bulgaria, legalizzando a posteriori la violazione della legge. Questa settimana, con questo risultato dell’incontro fra il vicepresidente della Commissione, Dombrokis (Lettonia), e rappresentanti dei quattro Stati, Bruxelles ha salvato la faccia.

Ma la soluzione ha un difetto: i divieti sussistono nella misura in cui la merce importata resta nei quattro Stati. Il transito del grano ukraino in altri paesi (all’esterno ma anche all’interno dell’UE) deve continuare ad essere possibile. Ma, per far proseguire la merce, mancano le capacità di carico nei porti polacchi sul Mar Baltico. L’ultima volta che la Polonia ha esportato grandi quantità di grano per nave risale al 16° e 17° secolo. Risale ad allora la ricchezza delle famiglie patrizie di Danzica le cui tracce possono essere ammirate ancora oggi nella città vecchia. Come riferisce la “Gazeta Wyborcza” giovedi’, nel 2022 il governo del PiS aveva progettato un terminal per il grano a Danzica, mai realizzato per misteriosi motivi.

L’effetto dell’accordo fra UE e i 4 Stati sarà l’aumento del grano che arriva sui camion in quei mercati, anzitutto tedeschi, dove le spese di trasporto lo rendono più caro, ma sempre meno della merce locale. In pratica, la crisi dei quattro viene trasformata in una crisi latente del mercato agricolo nel resto dell’UE. Inoltre, quello che non preoccupa minimamente l’Unione è la qualità del grano ukraino che, adesso, inonda l’UE. Nei primi mesi dell’importazione duty free, dunque dal 2022, nessuna controllava le forniture ukraine.

Eppure i requisiti di qualità ukraini, sempre che vengano applicati, sono nettamente meno severi di quelli imposti dall’UE. E’ risultato chiaro quando, nelle scorse settimane, la dogana polacca, messa sotto pressione dalle proteste dei contadini, ha cominciato a prelevare campioni dai vagoni alla frontiera. Nel grano hanno trovato muffe, altri funghi, residui di pesticidi e polvere di carbone. Infatti, dal versante ukraino, il grano viene trasporto negli stessi vagoni usati, in altre occasioni, per trasportare carbone.

Cio’ significa che la clientela si ritroverà dei pesticidi nella borsa della spesa. Dal formaio o al supermercato, nel reparto della pasta. Lo stesso vale per prodotti come il miele che, prima della guerra, era venduto da apicolotori dilettanti ai margini delle strade, anche del distretto di Chernobyl. Non c’è motivo di pensare che le cose siano cambiate nel frattempo. E l’alimentazione del pollame ukraino puo’ esserer “arricchita” con ormoni e antibiotici, vietati, almeno finora, nell’UE.

Risulta chiaro che l’UE subordina la protezione dei consumatori al suo obiettivo geopolitico: moltiplicare in Ukraina, costi quel che costi, i profitti delle holding agroindustriali dell’Europa occidentale e degli USA che controllano il mercato del grano locale. E’ altrettanto chiaro quello che succederà all’agricoltura europea se approverà l’ingresso dell’Ukraina nell’UE con procedura accelerata. L’intero settore agro-alimentare sarà sconvolto. L’agricoltura sarà rovinata dai prodotti agricoli ukraini a basso prezzo e dalla correzione della politica agricola dell’UE. Una politica che, già adesso, ingoia ogni anno 1/3 del bilancio comunitario.

Con l’ingresso dell’Ukraina, le sole sovvenzioni dirette ai grandi agrari locali costeranno a Bruxelles ulteriori somme miliardarie a due cifre. L’idea della “agricoltura indigena” fa ormai parte del passato. Potrebbe essere mantenuta solo aumentando notevolmente i prezzi dei prodotti alimentari per quelli che possono permettersi di pagarli. Gli altri dovranno, una volta di più, accontentarsi di cibo di qualità inferiore…

Giustiniano

23 aprile 2023

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