Dalla pg FB di Giustiniano Rossi
Con l’inizio della colonizzazione europea dell’Africa, dell’America e dell’Asia all’inizio dell’età moderna, commercianti inglesi fondano delle cosiddette compagnie. Si tratta di imprese titolari di privilegi concessi dalla corona inglese e, più tardi, dal parlamento, a soggetti che assumono compiti importanti per conto dello Stato. Gli esempi più importanti sono università come Cambridge o Oxford e la City of London, sorte tutte grazie a privilegi concessi da monarchi inglesi, che si amministrano autonomamente. Le prime sono le Muscovy Company del 1555 e la Levant Company del 1592. A queste compagnie, con priorità geografiche, se ne aggiungono altre, specializzate in settori come il commercio degli schiavi. Nel 1600 nasce la Compagnia inglese delle Indie orientali, in concorrenza, nel 17° secolo, con l’omonima Compagnia olandese. All’inizio sono gli olandesi ad avere il sopravvento. Per questo gli inglesi si concentrano sul tessile. Si aggiunge in seguito il té. Nella III Guerra di Karnataka, parallela alla Guerra dei Sette anni (1756-1763), gli inglesi si impongono nel Subcontinente indiano. In seguito, quello che era fino ad allora il loro maggiore concorrente in India, la Francia, si riduce a 5 città e diventa un soggetto secondario, accanto a danesi, olandesi e portoghesi.
Dalla fine del 18° secolo la Compagnia delle Indie orientali si concentra sul Bengala. Mediante le truppe di cui dispone annette vasti territori. Nella zona fra Delta del Gange, Bhutan, Nepal e Sikkim c’è anche la capitale della “Bengal Presidency”: Calcutta. Contribuisce all’ascesa della Compagnia la garanzia da parte della corona inglese del diritto esclusivo di commercio con tutti i territori ad est del Capo di Buona Speranza. Comprende l’Africa orientale e l’intera Asia. Grazie all’esercito della Compagnia, gli inglesi sconfiggono la concorrenza europea, sbaragliano gli Stati locali o li costringono a rapporti di dipendenza. Le truppe della Compagnia delle Indie orientali conquistano sempre nuovi territori in India e perfino in Asia surorientale. L’obiettivo è evidente: la Compagnia ha “conquistato l’India per far soldi” scrive Karl Marx nel 1853. Con lo scioglimento del Maratha Empire seguito alla III Guerra Anglo-Maratha (1817-1818), nel Subcontinente indiano più nessuna potenza, in grado di sfidare seriamente l’egemonia britannica, si oppone alla Compagnia della Indie orientali. Tuttavia, al culmine del potere territoriale, la Compagnia subisce un rovescio economico: già nel 1813 lo Stato britannico le revoca il diritto esclusivo di esercitare il commercio con il Subcontinente indiano. 20 anni dopo, il monopolio passa al commercio con la Cina. Per la riduzione dei profitti della Compagnia, lo Stato britannico compensa gli investitori con rendite garantite.
All’epoca, i britannici esportano in Cina prevalentemente droghe. La dinastia imperiale dei Qing tenta di vietare il commercio di oppio con la più grande economia di allora. Per mettere in sicurezza le esportazioni di droga in Cina, nel 1839 francesi e britannici scatenano la Guerra dell’oppio. Finisce con una vittoria anglo-francese e la cessione di Hongkong al Regno unito. Con la “apertura” della Cina al commercio marittimo mondiale dominato dagli europei, i britannici integrano parzialmente il paese, indirettamente, nel loro Empire. Per i cinesi comincia il “secolo dell’umiliazione”. Malgrado l’espansione territoriale ed economica, la Compagnia deve affrontare in India degli ostacoli. Nei suoi territori, l’attività missionaria aumenta negli anni 40 e nei primi anni 50 dell’800, provocando grande malcontento. Il comportamento di missionari e colonialisti promuove la resistenza. Dopo un incidente nella città di Meerat, nel nord dell’India, nel maggio 1857 comincia la Rivolta dei Sepoy, che dilaga rapidamente. Accanto alle migliaia di ribelli si uniscono alla rivolta alcuni monarchi dei cosiddetti Principati. Dopo aver preso Delhi, i ribelli proclamano imperatore dell’India il Gran Mogol Bahadur Shah II, che non ha alcun potere. Con l’aiuto di mercenari a loro fedeli, i britannici riescono a domare la rivolta. Si stima che le vittime indiane siano più di 750.000.
Conseguentemente alla rivolta, il parlamento britannico revoca alla Compagnia la competenza per l’India. Lo Stato prende in carico direttamente la colonia. Nasce a Londra un Ministero dell’India. L’ex Governatore generale dell’India, nominato dalla Compagnia, diventa un viceré scelto da Londra che applica la politica del ministero. Altre colonie della Compagnia, come la “Strait Settlements” (attuali Malaysia e Singapore) sono separate e soggette d’ora in poi al Ministero delle colonie britannico. Alla fine, dopo il disastro politico seguito alla rivolta dei sepoy e a ripetuti casi di malamministrazione, il parlamento nazionalizza la Compagnia. La “Compagnia più grande del mondo” (secondo il poeta e politico britannico Thomas Macaulay) sopravvive altri 15 anni come azienda statale per il commercio del té. Finche, nel gennaio 1873, il parlamento britannico approva il “East India Stock Dividend Redemption Act 1873” che stabilisce che devono essere pagati dividendi per l’ultima volta. In base alla legge, la Compagnia è sciolta il 1° gennaio 1874.
La Rivolta dei sepoy resta per decenni un punto fermo della paura britannica della fine del suo potere coloniale in India. Dozzine di romanzi parlano della rivolta. L’opinione pubblica ne discute e giornalisti come William Howard Russell non risparmiano ai lettori britannici i crimini di guerra e gli orrori di cui si macchiano i militari della Compagnia delle Indie orientali…
Giustiniano
1° gennaio 2024