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Salvatore Cannavò 15 aprile 26
La sconfitta di Orbán, l’isolamento di Trump, la rottura con Meloni mostrano i limiti del sovranismo globale intrappolato nelle proprie contraddizioni. Si apre una fase di possibilità per sinistre e movimenti, ma servirebbero forze molto più adeguate e affidabili. E il Pd solidarizza con il governo
Viktor Orbán viene travolto in Ungheria, Donald Trump si lancia in un attacco apparentemente sconsiderato al Papa, Giorgia Meloni continua a vacillare in cerca di un nuovo focus politico dopo la sconfitta sonora al Referendum costituzionale.
La destra globale sembra vorticare nel frullatore di una crisi verticale, anch’essa vittima di una crisi mondiale largamente generata da essa stessa e frutto dell’acutizzarsi della competizione globale. La rottura plateale tra Trump e Giorgia Meloni, apparentemente a causa degli attacchi violenti del presidente Usa a papa Leone XIV, in realtà per l’insostenibilità della politica estera trumpiana ai fini del consenso interno, è emblematica di questa confusione. Si potrebbe quindi iniziare a brindare, dal lato dei diritti universali, dei diritti umani, delle speranze di progresso o di uguaglianza, ma è meglio agire con più cautela e analizzare con attenzione quello che sta avvenendo.
Doppia crisi
La crisi della strategia politica delle destre sovraniste esiste ed è percepibile negli esempi fatti sopra. Ed è una crisi che si articola su due piani. Da un lato, soprattutto nel caso trumpiano, l’idea che occorra recuperare margini di potere a livello globale – potere economico, finanziario, commerciale, ma anche culturale e di valori – ha messo in moto un nuovo disordine globale molto più drammatico e acuto di quello pure realizzato a inizio degli anni Duemila sempre dagli Usa.
Solo che allora l’idea guida era il progetto di affermarsi nettamente come prima e unica potenza globale dopo lo sfarinamento dell’Unione sovietica e della sua costellazione di Stati. Quel progetto di fatto è fallito. La globalizzazione economica, ma anche culturale, logistica, finanziaria che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni, ha portato grande giovamento soprattutto ai paesi del cosiddetto Sud globale, Cina in testa, e pur evidenziando i limiti del progetto europeo non ha reso i paesi dell’Ue marginali o subordinati come gli Usa pensavano.
Oggi il piano americano è soprattutto quello di preservare i margini di potere, di presidiare le proprie postazioni, e facendo questo, alimentare lo scontro con altri disegni, altri piani, altri imperialismi più o meno in erba, siano essi interpretati dalla Cina o in modo più strisciante dall’Unione europea.
E si avvera quello che era visibile a occhio nudo nella fase di ascesa dei sovranismi nazionalisti: per costituzione materiale hanno la tendenza alla collisione e comunque gli interessi degli uni non collimano con quelli degli altri. È evidente nel conflitto progressivo che si è sviluppato tra l’America di Trump e i paesi europei, Italia in testa, spiazzata dalla vocazione militare statunitense e dalla sovrapposizione della sua strategia con quella, altrettanto imperiale e militarista a vocazione genocidiaria, di Israele.
Ma c’è un secondo piano di crisi del sovranismo globale, quando è al governo: la sua assunzione delle ricette liberiste è stata finora quasi integrale e al termine di una prova di governo, in alcuni casi molto lunga come quella ungherese, paga il prezzo di una insoddisfazione sociale enorme che inizia a serpeggiare anche in Italia e che negli Usa si cristallizza nei disastrosi indici di gradimento per Trump, pressato non solo dall’avversione del suo elettorato per le guerre globali ma anche dal prezzo della benzina e dall’inflazione che ritorna nettamente sopra il 3%. Questa debolezza del sovranismo è stata ampiamente individuata da questa rivista e crea una contraddizione che spiega anche la piega più estrema che prendono alcune formazioni come l’AfD tedesca o la Vox spagnola e, su scala più folcloristica ma non banale, la scissione di Roberto Vannacci in Italia dalla Lega.
E qui si fermano i motivi di soddisfazione perché il sovranismo ha avuto dei contraccolpi dove ha governato o sta governando, ma ha il vento in poppa dove è all’opposizione e si appresta a (stra)vincere le elezioni. Il caso francese è quello più evidente dove i sondaggi danno stabilmente in testa il partito di Marine Le Pen, anche se le alchimie complesse delle elezioni presidenziali possono produrre un risultato a sorpresa.
Ma in quel caso, reduce da una recente tornata di elezioni amministrative, la crisi principale è quella della sinistra che si appresta a dividersi nettamente tra il fronte riunito attorno al Partito socialista (con il Pcf e i Verdi) e la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon incamminati verso due candidature distinte alle presidenziali del 2027. E poi c’è la Germania, dove la destra estrema dell’AfD continua a macinare risultati utili a ogni elezione locale e già ipoteca il quadro nazionale, influenzando le scelte della Cdu del Cancelliere Friederich Merz (e creando ulteriori problemi alla socialdemocrazia alleata dei democristiani nel governo di coalizione).
Si potrebbe dire lo stesso della Spagna dove però il presidente socialista Pedro Sanchez dimostra ancora una certa vitalità, muovendosi a tutto campo e con una schiettezza sul fronte internazionale che i socialisti europei non conoscevano da tempo.
Meloni in confusione
Per quanto riguarda l’Italia, la crisi di Giorgia Meloni è abbastanza evidente anche se non va sopravvalutata. La crisi è tutta politica ed è stata svelata dal voto del referendum perché si è dimostrato che la narrazione ideologica della presidente del Consiglio non funziona. Il punto è che, in assenza di riforme significative e di dati di fatto che possano confermare un miglioramento delle condizioni di vita materiali, il governo Meloni, e lo stesso profilo della leader, si è retto finora solo sulla comunicazione e sul discorso pubblico fatto anche grazie al controllo assoluto della Rai e a una sapiente regia sui social network.
Eppure il messaggio di innovazione patriottica e di conservatorismo paternalista (nonostante la guida di una donna) non ha avuto la meglio nella consultazione del 22-23 marzo e questo si è trasformato in un boomerang politico per Giorgia Meloni che ora non sa più a quale narrazione ricorrere, sapendo benissimo che di riforme strutturali non ne ha in serbo nessuna.
Si può così immaginare un recupero dei temi più tradizionali, il razzismo contro i migranti, la repressione, e il tentativo di smarcarsi da Trump come ha dimostrato la definizione come «inaccettabili» delle parole contro il Papa. Una demarcazione francamente tardiva, per quanto necessaria a ricostruire credibilità interna, e che appare imbarazzata e contraddittoria. E lascia davvero stupefatti la corsa del Pd a portare solidarietà alla presidente del Consiglio contro le «ingerenze» esterne quando invece sarebbe stato molto più opportuno sottolineare con forza il fallimento di quattro anni di politica estera e l’umiliazione subita da quello che veniva sbandierato come un alleato fedele e affidabile.
Senza contare che prendere le distanze da Trump dopo le parole contro il Papa senza aver detto nulla, nemmeno un fiato, sul genocidio di Gaza – sbeffeggiando la Global Sumud Flotilla e linciando pubblicamente una figura come Francesca Albanese – è quanto meno ipocrita.
E infatti, l’altro limite di questa situazione di passaggio di fase è la debolezza ancora evidente delle alternative al sovranismo. Il caso ungherese è paradigmatico. L’agognata sconfitta di Orbán avviene per mano di un leader, Peter Mayar, che proviene dallo stesso partito dell’ex premier e che ne ha fondato poi un altro, Tisza, che siede nel gruppo del Ppe al Parlamento europeo, ha posizioni regressive sui migranti, ambigue sulle identità sessuali, è saldamente filo-atlantico e filo-Nato e non ha intenzione di rivedere le ricette liberiste dell’Unione europea.
La sinistra anche socialdemocratica si è letteralmente squagliata (ha ottenuto l’1,15%) alle elezioni facendosi risucchiare da questa nuova rappresentazione (più pulita e presentabile) del conservatorismo.
Non è un caso estendibile ad altri paesi, ma rischia di rappresentare un fantasma per quelle coalizioni riformiste o partiti socialdemocratici che, ad esempio in Italia o Francia, aspettano la propria occasione alle prossime elezioni (che nei due paesi si terranno nello stesso 2027). La divisione francese e la surreale discussione italiana sulle primarie stanno a indicare i rischi che si corrono e l’inadeguatezza di opposizioni di sinistra che continuano a sorvolare sui temi decisivi e soprattutto a mostrarsi inadeguate alla nuova fase mondiale.
Una fase che Luciana Castellina, chiudendo il quarto Festival di Letteratura working class alla ex Gkn, ha invitato a non rinchiudere semplicemente alla voce «guerra» perché, ha detto, «questa non è più nemmeno una guerra vista la crudezza dei crimini e l’assenza di eserciti regolari che si fronteggiano, ma la crisi di un capitalismo disperato che non ce l’ha fatta a dare un assetto ordinato al mondo». Una sintesi efficace che però manca a gran parte della sinistra, per lo meno europea, e che produce una reazione incapace di intercettare le inquietudini di larghi strati della popolazione e di costruire un progetto di alternativa.
Che invece è richiesto, sia pure in forma latente e non ancora strutturata, dalla reazione politica che si è manifestata in Italia al referendum e che ha popolato le strade contro lo sterminio di Gaza lo scorso autunno e anche la manifestazione No Kings del 28 marzo. È nato un movimento, titolava un editoriale di Jacobin nel settembre scorso e in fondo era un’analisi azzeccata se per movimento non intendiamo l’organizzazione tradizionale di cortei, comitati, leader e portavoce, ma una reazione carsica in grado di condensarsi in momenti di catalizzazione.
Una forma sociale ancora da esplorare compiutamente che, a livello giovanile, sembra presentare una generalizzata «paura di futuro» che ormai si è incistata nella testa dei più giovani almeno a partire dall’emergenza Covid. Ma un sommovimento che presenta una domanda politica di cambiamento anche se non sembra potersi trasporre automaticamente nelle forme classiche della politica, i partiti, le elezioni, la rappresentanza.
È questa tensione, in ogni caso, che rappresenta la risorsa decisiva per reagire allo stato di guerra catastrofica che gli Usa di Trump e l’Israele di Benjamin Netanyahu propongono al mondo e che condizionerà anche la vita dei movimenti sociali. Il mese di aprile vedrà di nuovo la partenza della Global Sumud Flotilla, partita già da Barcellona il 14 aprile e che dovrebbe salpare dalla Sicilia il 23.
Si tratta di uno di quei catalizzatori che possono attivare le energie di cui abbiamo detto, consegnando una primavera di possibili sussulti e sommovimenti che avranno prima o poi bisogno di coagularsi in un «ecosistema» politico e sociale in grado di non farsi succhiare energie da forze politiche tradizionali in cerca di voti, ma di parlare in sé e per sé. Sarebbe il vero fatto nuovo che servirebbe alla politica non solo italiana, ma europea.
*Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).