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a cura di Carlo Cefaloni 17 Aprile 2026 – Fonte: Città Nuova
Un ritratto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump esposto accanto ad un operatore della Borsa di New York 13 aprile 2026. ANSA EPA/SARAH YENESEL
Quale è il peso delle strategie dei grandi fondi di investimento sulla politica di riarmo in atto nei Paesi europei? Il ruolo centrale degli Usa e l’apporto delle tecnologie israeliane testate sul campo. Intervista con Gianni Alioti, analista di Weapon Watch
l disorientamento generale che segue agli annunci di distruzione di massa proclamati dal presidente Trump si accompagna alle analisi riportate in un recente articolo su cittanuova.it sulle speculazioni finanziarie legate alle stesse guerre annunciate o portate avanti senza limite come dimostra l’azione perpetrata, senza preavviso, da Israele in Libano fino al centro di Beirut.
Per interpretare le reali traiettorie dei conflitti globali, è necessario quindi non solo l’osservazione dei movimenti delle truppe, ma operare la mappatura dei flussi di capitale e delle partecipazioni azionarie. È lì che risiede la vera geografia della guerra che costituisce il volano per l’industria delle armi. Come riporta Rete italiana pace e disarmo, il nostro Paese ha fatto registrare, infatti, un incremento complessivo dell’87% di export di armi nel quadriennio 2022–2025.
Ne abbiamo parlato con Gianni Alioti, analista di Weapon Watch.
Di cosa parliamo quando si fa riferimento all’industria delle armi oggi?
Il concetto di “complesso militare-industriale” delineato da Eisenhower sta vivendo una metamorfosi radicale: l’integrazione con un ecosistema contemporaneo “finanziario-digitale”. Il suo potere diventa sempre più assoluto e illimitato. Decostruire questa evoluzione è un imperativo metodologico per comprendere le guerre attuali.
Non siamo più di fronte a una semplice simbiosi tra Stato e industria bellica, ma a un apparato in cui la finanza speculativa e l’architettura dei dati costituiscono il vero motore dell’egemonia.
Questo sistema è alimentato da una massa monetaria senza precedenti: la spesa militare statunitense, attualmente attestata a 1.000 miliardi di dollari con proiezioni verso i 1.500 miliardi nel 2026, agisce come il principale generatore di liquidità globale.
A cui si sommano le ingenti risorse pubbliche che gli Stati europei stanno iniettando nel riarmo. Questo flusso di capitali non si limita a finanziare la produzione di armamenti, ma sostiene l’intero apparato di controllo dei mercati azionari e dei dati. La base industriale della difesa, in questa fase, non è più solo un settore a supporto del sistema militare, ma una funzione in mano ai fondi finanziari istituzionali.
Come si pone l’Europa in tale contesto?
Esiste una narrazione della “sovranità europea” usata per giustificare il drenaggio di risorse pubbliche verso l’industria privata della difesa. Il Rapporto Draghi su Il futuro della competitività europea, scritto su commissione di Ursula von der Leyen, ha impiegato la metafora del “vaso di coccio tra vasi d’acciaio” per descrivere l’Europa nel confronto con USA e Cina. Tuttavia, questa retorica trascura una realtà industriale significativa: i Paesi europei della NATO coprono il 34,2% dell’export mondiale di armamenti, una quota di molto superiore a quella di Russia (6,8%) e Cina (5,6%). E non molto distante dagli USA al 42%. Il problema non è la capacità produttiva e la competitività, ma l’assenza di un’autentica identità continentale, essendo l’industria della difesa in Europa ridotta a una serie di nodi subordinati agli standard atlantici.
Ma esistono progetti comuni tra Paesi europei?
Le uniche realtà aziendali “trans-europee” (3 su 31 aziende dei Paesi europei tra le prime 100 per fatturato militare al mondo) evidenziano le complessità e la parzialità di questa dimensione. Airbus è una multinazionale franco-tedesca-spagnola, leader al mondo nel settore aerospaziale civile. I ricavi militari della divisione difesa, concentrata in Spagna e Germania, pari a 13,3 miliardi di dollari nel 2024 rappresentano solo il 18% del fatturato totale del Gruppo.
È il principale motivo per cui l’andamento del titolo azionario di Airbus non ha registrato la stessa crescita esponenziale in Borsa delle altre aziende del settore della difesa in Europa.
KNDS è un esempio di integrazione franco-tedesca (Kraus Maffei e Nexter) specializzata in sistemi di armamento terrestre e carri armati (il Leopard), in competizione infraeuropea con altri produttori: Rheinmetall-Leonardo e BAE Systems.
MBDA, controllata da BAE Systems, Airbus e Leonardo e operante nel campo della missilistica avanzata, è l’unico esempio di integrazione europea, che coinvolge i cinque Paesi più importanti nel settore difesa: Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna. Nonostante il suo profilo europeo, la sua operatività è però inscindibile dalle partnership tecnologiche con i colossi USA come Lockheed Martin e RTX (Raytheon).
Ci sono però attori europei che crescono molto come la tedesca Rheinmetall…
Rheinmetall si è imposta come il perno per la riorganizzazione e la crescita della capacità produttiva dell’industria militare in Europa, specie nei Paesi dell’est compresa l’Ucraina, capitalizzando lo sforzo bellico contro la Russia e il gigantesco riarmo tedesco. Al contempo, però, Rheinmetall sta rafforzando notevolmente le sue alleanze con le aziende USA della difesa, interessate a spartirsi una quota del ricco riarmo europeo, soprattutto di quello tedesco, sotto la propria egemonia tecnologica. In questi termini va letto l’avvio a luglio 2025 della linea di produzione per sezioni di fusoliera destinate agli F-35, nel nuovo stabilimento Rheinmetall nel Nord Reno-Westfalia, costruito in collaborazione con Northrop Grumman e Lockheed Martin. In questo modo Rheinmetall entra nel comparto aeronautico come sub-fornitore di componenti per Lockheed Martin, a fronte della decisione della Germania, in discontinuità con il passato europeista, di comprare i caccia-bombardieri F-35 e altri sistemi d’arma “made in Usa” (mettendo fuori gioco Airbus).

Non sono quindi scelte casuali dettate dai mercati ma una strategia ben definita..
Non è infatti un errore di percorso, ma il segno di un profilo industriale “atlantista” e anche il risultato di una struttura proprietaria comune delle principali aziende USA ed europee, dominata in entrambi i casi dai fondi finanziari istituzionali americani. Lo conferma la nascita della JV, Rheinmetall (60%) e Lockheed Martin (40%), per la creazione del maggiore “centro di eccellenza” in Europa con sede in Germania, per la produzione di razzi e missili le cui tecnologie sono esclusivamente americane.
Alla faccia dell’europea MBDA.
Non sono questi gli unici esempi che dimostrano che la strategia di Rheinmetall sia, da un lato, fare da apripista ad aziende statunitensi in Europa e, dall’altro, espandere la sua base industriale negli USA.
Nel primo caso rientra l’accordo con la startup americana Anduril per sviluppare e produrre in Europa i suoi droni. Nel secondo caso rientra l’acquisizione per quasi un miliardo di dollari di Loc Performance, con l’obiettivo di ottenere importanti commesse per veicoli militari sul ricco mercato USA.
Che peso hanno le società finanziarie coinvolte?
“Seguire i soldi” come ha insegnato il giudice Giovanni Falcone conduce inevitabilmente ai grandi fondi che controllano i mercati finanziari. Come afferma l’economista Alessandro Volpi, questi soggetti sono i veri “padroni del mondo”, attori che esercitano un controllo centralizzato sulle politiche industriali, attraverso partecipazioni azionarie incrociate che eliminano ogni reale concorrenza.
Vanguard, BlackRock e State Street hanno il controllo di gran parte della spesa del Pentagono, tramite la loro partecipazione in Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman e Boeing (le prime quattro al mondo per fatturato militare). Ma sono presenti anche in Leonardo, BAE Systems (le prime due in Europa) e in altre aziende a casa madre europea. È solo un esempio della concentrazione del potere azionario nei principali nodi industriali e del potere finanziario che investe sulle guerre e sulle politiche di riarmo.
La partecipazione incrociata di questi fondi istituzionali garantisce che ogni investimento pubblico in difesa si traduca in una massimizzazione del valore per gli azionisti, rendendo i confini nazionali e la sicurezza dei cittadini variabili del tutto marginali rispetto ai rendimenti finanziari.
Un ruolo centrale, come stiamo vedendo ormai apertamente, lo riveste il complesso militare-industriale-digitale israeliano…
È un pilastro dell’architettura atlantica. L’economia di guerra in Israele funge da fornitore essenziale di tecnologie “battle-tested”. Mentre altri sviluppano soluzioni in ambienti simulati, Israele opera come un laboratorio esperienziale in tempo reale per le tecnologie di sorveglianza, per le funzioni di command, control, communications, intelligence (C3I) e per la gestione dati. Il complesso atlantico è oggi strutturalmente dipendente da Israele per gli algoritmi che governano i sistemi d’arma moderni. Tuttavia, questa simbiosi rivela una fragilità intrinseca.
Perché?
Perché Israele è finanziariamente dipendente dai sostegni USA e UE. In questo rapporto simbiotico, l’Occidente fornisce la scala industriale e il capitale, mentre Israele restituisce l’innovazione testata sul campo. Il “digitale” israeliano completa così il cerchio del potere finanziario, fornendo l’efficacia algoritmica necessaria a giustificare le immense allocazioni di capitale istituzionale.
Quindi, in sintesi, quali sono le evidenze di questa analisi?
Prima di tutto occorre aver presente che l’industria della difesa in Europa non è autonoma, ma è una costellazione di nodi operativi controllati da assetti azionari statunitensi. Poi che la spesa pubblica per la difesa è stata trasformata in un meccanismo di trasferimento di ricchezza dai contribuenti ai dividendi dei grandi fondi (BlackRock, Vanguard, State Street).
E infine che l’hardware bellico è ormai un semplice supporto per prodotti digitali e algoritmi sviluppati nel laboratorio israelo-americano.
L’integrazione del sistema militare-industriale-digitale dimostra, insomma, che la sovranità politica è oggi un residuo anacronistico. Le decisioni strategiche non vengono prese nelle cancellerie, ma nelle sedi dei fondi istituzionali che governano i flussi di capitale globale.