Dal blog https://jacobinitalia.it/
Alice Ridolfi 17/04/26
La manifestazione di questo sabato a Milano traduce un lessico che si è imposto nel dibattito pubblico: sicurezza, controllo, identità, remigrazione. Parole che costruiscono gerarchie tra chi appartiene e chi deve essere escluso
Senza paura». È questo il titolo della manifestazione indetta dai Patrioti, il gruppo all’Europarlamento dove sono iscritti tra gli altri la Lega, il Rassemblement National, Vox e Fidesz. In piazza con Salvini ci saranno i leader di forze apertamente xenofobe e di estrema destra, mentre lo sconfitto Viktor Orbán invierà solo un messaggio video.
La mobilitazione dei partiti dell’estrema destra europea di sabato 18 aprile a Milano si inscrive in una più ampia riconfigurazione del discorso pubblico sulla sicurezza e sull’ordine urbano. Il comizio finale si terrà a Piazza Duomo, teatro dei fatti di cronaca che nel Capodanno del 2025 hanno portato per la prima volta esponenti della destra istituzionale a parlare di «remigrazione», mettendo nel mirino i «maranza».
Un anno e mezzo dopo la remigrazione, ovvero l’idea di espellere non solo i migranti considerati clandestini ma tutti i cittadini di origine straniera considerati inassimilabili, ha superato gli steccati dell’estremismo neofascista, per diventare patrimonio condiviso della destra globale mainstream.
In Italia è la figura del «maranza» a emergere come categoria discorsiva capace di condensare ansie sociali, tensioni urbane e dinamiche di razzializzazione. Su questo terreno si innesta l’intervento politico della Lega di Matteo Salvini, che rilancia una lettura securitaria della città fondata sulla sovrapposizione tra marginalità sociale e devianza. Il richiamo al decoro e alla sicurezza come dispositivo di legittimazione, di pratiche di controllo selettivo, mentre la proposta della remigrazione si configura come l’orizzonte politico che trasforma l’esclusione in soluzione, facendo diventare le ronde stile Ice e le deportazioni di massa una concreta possibilità. D’altronde le nuove regole sui rimpatri votate dall’Europarlamento con la convergenza tra destre e Partito popolare europeo vanno esattamente in questa direzione.
Leggi anche…
MOVIMENTI Dietro il cristallo brillano i barbari Alice Ridolfi
La manifestazione del 18 aprile, promossa dai Patrioti per l’Europa, rappresenta il momento in cui il linguaggio securitario si fa mobilitazione, tentando di sedimentare consenso attorno a un immaginario fondato su ordine, appartenenza nazionale e delimitazione dei confini e della comunità etnica, in un vero e proprio dispositivo politico utile a legittimare interventi restrittivi e a costruire consenso attorno a politiche di esclusione. È evidente come la criminalizzazione di specifici gruppi sociali rappresenti un passaggio chiave per rendere questi temi centrali nel discorso politico e sociale, capitalizzando le campagne di terrorismo mediatico promosse proprio contro i maranza.
Di converso in questi mesi abbiamo assistito in Italia anche a inediti processi di protagonismo dei giovani razzializzati. È avvenuto, in modi diversi, nella campagna referendaria per l’accesso alla cittadinanza, nella mobilitazione contro il genocidio in Palestina e in alcuni momenti di rivolta urbana. Le seconde generazioni crescono in una condizione di sospensione: formalmente «dentro» la società, ma continuamente trattate come corpi estranei. Il marchio del maranza, del «pericoloso», del «non integrato» produce un’identità eterodiretta, costruita dall’esterno.
La catarsi come rottura dell’identità imposta è il momento in cui il soggetto rifiuta il ruolo assegnato e smette di interiorizzare lo sguardo stigmatizzante. La catarsi politica non è un’esplosione improvvisa né un gesto puramente simbolico. È un processo lento, stratificato, che nasce quando un corpo collettivo viene spinto oltre il limite della sopportazione. È la risposta a un discorso pubblico che impone identità stigmatizzanti, che riduce soggettività complesse a figure semplificate del «disordine» e prospetta l’espulsione come unica soluzione possibile. In questo senso, la catarsi è un atto liberatorio e trasformativo: rigenera la dignità, frantuma l’identità imposta e produce una nuova soggettività. Agisce tanto sulla psiche individuale quanto su quella collettiva, convertendo frustrazione e alienazione in energia politica, spezzando quella follia indotta che accompagna ogni forma di oppressione sistemica. Frantz Fanon mostra ne I dannati della terra che non si tratta soltanto di un atto politico, ma un gesto ontologico di riappropriazione dell’umanità.
È dentro questo orizzonte che vanno lette le parole che, negli ultimi mesi, hanno smesso di essere provocazioni marginali per diventare parte stabile del dibattito pubblico: remigrazione, maranza. Non descrivono la realtà, la semplificano, la deformano per metterla a profitto, rafforzando le gerarchie che passano per la linea del colore e le divisioni di classe. Il «maranza» diventa così una figura simbolica, un contenitore su cui proiettare insicurezze sociali e tensioni irrisolte, mentre la remigrazione si afferma come risposta apparentemente semplice a problemi strutturalmente complessi. In mezzo restano le seconde generazioni, trasformate in oggetto di controllo, sospetto e confinamento.
La comparsa e la legittimazione di questi gruppi non avviene nel vuoto, ma si colloca in un contesto spaziale e temporale segnato da un forte irrigidimento delle politiche di sicurezza urbana. Una deriva che si inserisce pienamente in quella cultura della paura analizzata da Loïc Wacquant nel saggio Iperincarcerazione. Neoliberismo e criminalizzazione della povertà negli Stati Uniti. Il sociologo francese elabora il concetto di criminalizzazione della miseria per descrivere i meccanismi attraverso cui, nei contesti neoliberali, le condizioni di vulnerabilità socioeconomica vengono affrontate non con politiche di welfare, ma attraverso strumenti repressivi. Si assiste così a una progressiva sovrapposizione tra povertà e devianza, in cui soggettività marginalizzate – giovani, minoranze etniche, abitanti dei quartieri popolari – diventano bersaglio privilegiato di dispositivi di controllo, sorveglianza e penalizzazione sistematica. Questa deriva punitiva non è un’anomalia del sistema, ma una sua funzione strutturale.
Leggi anche…
ANTIFASCISMO La remigrazione è un attacco di classe Tommaso Chiti
Un contesto che rappresenta un dispositivo di legittimazione per le destre europee e non solo, che vi trovano condizioni favorevoli per rafforzare e riprodurre la criminalizzazione della miseria attraverso l’individuazione di un nemico sociale. Quest’operazione discorsiva consente di legittimare l’adozione di dispositivi normativi sempre più restrittivi, che incidono in modo selettivo sull’accesso ai diritti di cittadinanza e sulla possibilità di fruire liberamente degli spazi urbani, di cui il «Daspo Willy» è solo uno dei tanti esempi possibili.
È proprio qui che la catarsi politica torna a imporsi come necessità: di fronte a una narrazione che riduce intere generazioni a un problema da contenere o da rispedire altrove, la catarsi diventa un atto di rottura. Rompe la passività, spezza la disumanizzazione – la stessa logica che attraversa il rapporto coloniale – e si oppone frontalmente a un progetto che pretende di amministrare l’esclusione. È la rivendicazione dell’esistenza contro la semplificazione, della complessità contro la paura, dell’umanità contro la gestione securitaria della vita. L’elemento profondamente coloniale nel rapporto tra Stato e seconde generazioni è l’essere sempre osservati, controllati, sospettati, mai pienamente riconosciuti. La catarsi è allora una disintossicazione da questa logica.
Fanon parlava della violenza coloniale come produttrice di alienazione psichica; allo stesso modo, la catarsi politica permette di spezzare la «follia indotta» dell’oppressione, restituendo integrità al soggetto. La catarsi è ciò che rompe l’orizzonte bloccato imposto alle seconde generazioni, apre alla possibilità di non essere più trattati come un «problema ereditato», ma come soggetti a pieno titolo. Il maranza serve alla politica per semplificare il mondo, la remigrazione per illudersi di controllarlo, la catarsi per rivendicare l’esistenza.
A Milano non ci sarà solo la manifestazione di xenofobi e fascisti da mezza Europa, ma ben tre piazze convocate dalla città meticcia. Associazioni, centri sociali, sindacati, reti di solidarietà manifesteranno tra il mito della Resistenza partigiana e l’immaginario delle nuove forme di organizzazione dei ragazzi e delle ragazze razzializzate, che sono sempre più in grado di rappresentare le proprie istanze senza confuse intermediazioni.
*Alice Ridolfi è laureata in sociologia e studia attualmente geografia e processi territoriali. È autrice di Quando in realtà non è così. Seconde generazioni: nascere, crescere e vivere nella Milano dello stigma sociale e delle discriminazioni razziali e territoriali (Red star press, 2026) e attivista dei movimenti sociali, transfemministi e antirazzisti.