Il mondo che Meloni inventò

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

 di Mario Sommella

La fabbrica della realtà: istruzioni per abitare il Paese più bello del mondo (quello immaginario)

Cari concittadini, una buona notizia: viviamo nel migliore dei Paesi possibili. Lo sappiamo per certo perché ce l’ha appena comunicato la premier dal banco del governo, con la compostezza di chi legge un bollettino meteorologico nel quale c’è sempre il sole. I salari crescono, la giustizia si modernizza, l’Europa è unita, la sanità ha il finanziamento più alto della storia patria, gli sbarchi si sono fermati, la pace è a un passo e il diesel costa meno. L’unico piccolo inconveniente è che nessuna di queste cose è vera. Ma non facciamone un dramma: viviamo in un’epoca avanzata, in cui la realtà è diventata un optional, come il climatizzatore bizona.
Benvenuti nella versione ufficiale dell’Italia, quella che va in onda in diretta parlamentare e resiste fino al telegiornale della sera, dopodiché svanisce come una promessa elettorale. Qui ogni cosa è al suo posto perché chi governa ha deciso dove metterla, senza curarsi troppo di dove si trovi realmente. È una tecnica di governo raffinata: invece di affrontare i problemi, si riscrive il dizionario. Così una sconfitta diventa “un’occasione mancata”, un dato piatto diventa “una svolta storica”, una bocciatura popolare diventa “un cantiere aperto”, e una guerra che fa paura diventa “una posizione condivisa con i principali partner europei”. Un giorno qualcuno tradurrà queste formule in italiano. Per ora ci tocca arrangiarci.
I fatti, quegli antipatici guastafeste

Esistono ancora, purtroppo per il governo, alcuni testardi che pretendono di controllare i numeri. Sono quelli che vanno a cercare i bollettini dell’Istat, le rilevazioni del Ministero delle Imprese, i rapporti della Corte dei conti: insomma, persone con gravi problemi di socialità, che rovinano le cene e i talk-show insistendo sulla sgradevole abitudine di confrontare le parole con i fatti. Secondo questi disagiati, le retribuzioni reali italiane sarebbero ancora circa otto punti sotto il livello del 2021. Tradotto: il lavoratore medio porta a casa una settimana di stipendio in meno all’anno rispetto a cinque anni fa. Ma non disperiamo, perché la premier ci rassicura che i salari “hanno ripreso a crescere”. In effetti crescono, è vero. Crescono come crescono i prezzi della spesa: soltanto un po’ meno. Chiamiamola crescita e andiamo a dormire sereni.
Sugli sbarchi la performance è ancora più memorabile. Nel 2025 ne abbiamo avuti poco più di sessantaseimila, quasi identici ai sessantaseimila del 2024. Un capolavoro di stabilità. Il governo però ha trovato la soluzione: basta confrontare il 2025 con il 2023, che era un’annata eccezionale gonfiata da guerre e collassi statuali, e il crollo appare magicamente. È lo stesso principio per cui, se ti pesi dopo cena, hai l’impressione di essere a dieta rispetto all’Epifania. Funziona solo se la bilancia non parla. Ma per fortuna la bilancia italiana non parla: ci pensa il ministro a parlare al posto suo.
Sul Fondo sanitario nazionale, poi, siamo al sublime. “Il livello più alto di sempre”, ripete il governo con l’orgoglio di chi annuncia un record olimpico. Peccato che in percentuale sul Pil la spesa sanitaria pesi oggi meno di quanto pesasse nel 2022: dal 6,3 per cento al 6, poi lentamente al 6,1, sempre ben al di sotto del 6,5 per cento che l’Organizzazione mondiale della sanità considera il minimo sindacale per un sistema universalistico. Per festeggiare il nostro record, in compenso, possiamo prenotare una risonanza magnetica per il prossimo gennaio. Anzi, meglio: per il gennaio del duemilaventotto. Ma con un po’ di fortuna si libera un buco prima, quando qualcuno rinuncerà alle cure. La rinuncia alle cure, a proposito, è l’unico settore italiano davvero in crescita stabile. Un risultato storico, effettivamente.
Il piano casa merita un paragrafo a parte per ragioni di galanteria verso l’ingegneria retorica. Centomila case in dieci anni, dice la premier, come se le avesse contate una per una la sera prima. In realtà non è prevista una sola nuova casa popolare: si tratta di ristrutturare sessantamila alloggi Erp già esistenti, con soldi europei del Pnrr, e di chiamare “edilizia sociale” tutto il resto, dove “sociale” è la parola magica che significa “affitti per chi se li può permettere”. È un piano casa nello stesso senso in cui una foto del frigorifero vuoto è un piano alimentare. Ma concediamo il beneficio del dubbio: forse alla fine qualcuno ci abiterà davvero, magari gli studenti fuori sede che oggi dormono in macchina. Basta aspettare. L’importante è non perdere la speranza. E le bollette. Quelle non si perdono mai.
Chiudiamo la rassegna dei dati con il miliardo di euro speso per tagliare venticinque centesimi su benzina e diesel, con il nobile obiettivo di far calare i prezzi alla pompa. I prezzi alla pompa, come da miracolo laico, sono saliti. Lo certifica lo stesso Ministero delle Imprese: un centesimo in media più alti rispetto a tre settimane fa. Dunque: abbiamo speso un miliardo, abbiamo ottenuto un aumento, abbiamo spedito la premier nel Golfo Persico a sorridere ai sauditi, e alla fine il pieno costa di più. Se non è efficienza questa, bisognerà inventare una parola nuova. “Efficineza”, magari. Suona abbastanza governativa.
Lo “standard europeo”: un capolavoro di geografia creativa

Veniamo alla giustizia, terreno sul quale il governo ha dato prova delle sue migliori capacità cartografiche. Secondo Palazzo Chigi, la riforma respinta al referendum sarebbe servita ad “allineare l’Italia agli standard europei”. Magnifica espressione: lo “standard europeo”. Evoca l’idea di un’Europa perfettamente ordinata, con un unico modello di magistratura, uguale dal Portogallo alla Finlandia, certificato Ue e venduto nei supermercati con il codice a barre. Peccato che quest’Europa non esista. Esistono la Francia con il suo Consiglio superiore a composizione mista, la Germania con la magistratura inquadrata nelle amministrazioni dei Länder, la Spagna con un organo di autogoverno che litiga per anni a ogni nomina, il Portogallo con un sistema affine al nostro, la Grecia con le sue specificità e così via. Un paesaggio plurale, contraddittorio, complicatissimo. Nessuno “standard”. Ma ammettere la pluralità costerebbe fatica: molto più comodo inventarsi un’Europa che non c’è e dichiararsene pionieri.
Il bello è che l’Italia, in questo fantomatico allineamento, era già avanti. Il nostro pubblico ministero è tra i più indipendenti del continente, caratteristica che altrove molti giuristi studiano con ammirazione. Quella indipendenza, però, è un inconveniente per chi governa, perché ogni tanto qualche toga si mette a indagare dove non dovrebbe. La riforma non serviva a modernizzare: serviva a sistemare. Non a efficientare: a disciplinare. E quando il popolo — quel popolo sovrano che viene celebrato nei comizi e ignorato nelle urne — ha detto di no, il governo ha reagito con la consueta eleganza: «Rispettiamo il giudizio degli italiani», ha detto la premier. Due righe dopo: «Occasione mancata». Tre righe dopo: «Il cantiere non si ferma». È il rispetto nella sua versione post-moderna: quella in cui se non sei d’accordo con me, ti rispetto, ma poi faccio comunque quello che volevo.
Nel frattempo, per un intero anno, abbiamo assistito a un campionato di demonizzazione della magistratura nel quale figure come Nicola Gratteri sono state trattate come se fossero pericolosi ultrà da allontanare dallo stadio. È la celebre teoria del “conflitto istituzionale come derby”, variante italiana del tifo da curva applicata alle toghe. Lo schema è semplice: prima demolisci un contropotere, poi ti offendi se ti rispondono, poi convochi l’elettorato e gli chiedi di arbitrarti. Nel calcio si chiama moviola in campo. In politica costituzionale si chiamava, una volta, separazione dei poteri. Ma nomi vecchi, ormai.


L’«unità europea» a uso interno

Poi c’è la guerra contro l’Iran, e qui bisogna prendere fiato prima di iniziare, perché il livello di creatività raggiunto dal governo è commovente. La premier assicura che la posizione italiana è stata “esattamente la stessa” dei principali paesi europei. Cerchiamo di capirci: Pedro Sánchez ha parlato di “aggressione illegale” e di “guerra contro il diritto internazionale”; l’Irlanda ha chiesto un cessate il fuoco immediato; persino la Francia ha adottato formule molto più prudenti di quelle italiane. Se questa è la stessa posizione, allora anche il gatto e il topo condividono lo stesso progetto gastronomico. È vero: a volte si incontrano nella stessa stanza. Ma le loro prospettive sull’evento sono lievemente divergenti.
In compenso la premier, mentre parlava di “unità occidentale”, è volata da sola nel Golfo. Da sola nel senso proprio: senza coordinamento europeo, senza un piano condiviso, senza quell’orpello fastidioso chiamato politica estera comune. È andata a sorridere a sauditi ed emiratini come si va a un battesimo di un cugino lontano: bisogna esserci, non si sa bene perché, e l’importante è farsi fotografare. Sul piano del quadro strategico, quella missione si è inscritta docilmente dentro un disegno disegnato altrove, precisamente a Washington e a Gerusalemme. Ma guai a dirlo: l’Italia è “sovrana”, lo dicono tutti i giorni. Lo dicono con così tanta insistenza che viene quasi il sospetto che debbano rassicurare qualcuno, forse sé stessi.
Sul capitolo voli partiti dalle basi italiane durante la crisi, il governo ha adottato una tecnica comunicativa innovativa: il silenzio assoluto. Non è stato smentito nulla, perché non è stato confermato nulla, perché non è stato detto nulla. È la trasparenza versione nebbia fitta. E quando qualcuno ha chiesto conto del ruolo logistico delle basi italiane in un’operazione militare che l’Italia non ha deciso né discusso, la risposta è stata: “Rispettiamo scrupolosamente i trattati con gli Stati Uniti”. Traduzione per chi è rimasto indietro: facciamo quello che ci chiedono di fare, come sempre, ma abbiamo deciso di sentirci orgogliosi nel farlo. È la sovranità come stato d’animo: indipendentemente dai fatti, purché ci si creda con convinzione.
E mentre i caschi blu italiani di Unifil stanno in Libano in una missione svuotata di ogni copertura politica, senza regole d’ingaggio aggiornate, senza una cornice diplomatica coerente, il governo esulta per averne ottenuto la proroga fino al 2026. È come rivendicare di aver salvato una barca perché non è ancora affondata del tutto, pur avendo riempito d’acqua la stiva. “Abbiamo chiesto a Israele di fermare l’escalation”, ha detto la premier. Bene. E Israele ha smesso. È vero. L’unico dettaglio è che non l’ha fatto. Ma la richiesta, ufficialmente, è partita. I soldati italiani possono dormire tranquilli, protetti dal peso geopolitico di un comunicato stampa.
Chi paga, chi incassa: il magico mondo della ridistribuzione al contrario

Veniamo ora alla parte economica, forse la più spassosa, perché qui la differenza fra la narrazione e la realtà raggiunge la profondità di una fossa marina. I salari reali sono sotto di otto punti rispetto al 2021. Ma tranquilli, il governo dice che crescono. E siccome la realtà è democratica, vale quello che dice il governo oppure vale quello che dicono i dati. Noi, per una volta, rischiamo di dar retta ai dati. Ma giuriamo di pentirci.
Intanto, chi ha guadagnato in questi anni di “ripresa del potere d’acquisto”? Curiosamente, non i lavoratori dipendenti. Curiosamente, i grandi gruppi energetici hanno registrato utili record mentre le famiglie italiane spegnevano i termosifoni. Curiosamente, le rendite finanziarie si sono gonfiate mentre i salari recuperavano soltanto sulla carta intestata dei ministeri. L’inflazione, ci raccontano, è stata un evento atmosferico, come una grandinata: arrivata da chissà dove, nessuno è responsabile, nessuno ha beneficiato. È strano: di solito quando piove qualcuno si bagna e qualcun altro sta all’asciutto. Ma non in Italia. In Italia piove su tutti allo stesso modo, tranne che non è vero. È piovuto molto di più su chi viveva di stipendio, e molto di meno su chi viveva di rendita, di speculazione e di posizione oligopolistica. Ma chiamare le cose con il loro nome costerebbe fatica: molto più comodo parlare di “congiuntura internazionale”.
I numeri dell’occupazione meritano una menzione d’onore. «Un milione e duecentomila occupati stabili in più», «550 mila precari in meno». Cifre stupende, degne di un miracolo economico. Peccato che la quota principale di questi occupati aggiuntivi sia composta da cinquantenni e sessantenni che non possono più andare in pensione, perché il governo stesso ha alzato i requisiti. Non è il mercato del lavoro che si riscalda: è la popolazione attiva che invecchia, costretta a rimanere al tornio, in ufficio, in corsia. I giovani nel frattempo restano dove erano: precari, malpagati, o all’estero. Ma sui pannelli del governo appaiono comunque tra gli “occupati in più”, con la stessa logica con cui, se non vuoi che il frigo sia vuoto, basta togliere i ripiani.


La sanità: il reparto cortesia del tramonto dello Stato sociale

Arriviamo alla sanità, e qui l’ironia si fa più difficile, perché la materia prima sono i corpi delle persone. Proviamoci lo stesso, perché a volte il sarcasmo è l’unica forma di rispetto possibile per chi non viene rispettato da nessuno. Il Fondo sanitario nazionale, ricordiamolo, ha raggiunto “il livello più alto di sempre”. Uno penserebbe a sale operatorie che funzionano, a pronto soccorso fluidi, a medici di famiglia disponibili. Invece la percentuale sul Pil è scesa rispetto al 2022 e la sanità si sta spegnendo a luce intermittente. È il paradosso italiano: il livello più alto di sempre coincide con il momento in cui ti dicono che per una visita cardiologica devi aspettare fino al prossimo governo. Forse anche al successivo.
Il decreto del giugno 2024 sulle liste d’attesa, vantato come svolta storica, sta per compiere due anni. In questi due anni, la piattaforma digitale per monitorare le liste non ha reso pubblico un solo dato — non uno — e l’Organismo di vigilanza non è mai stato costituito. È come una legge antincendio che prevede vigili del fuoco immaginari e estintori da installare appena ci sarà tempo. In compenso il governo lo cita nei discorsi come esempio di coraggio. “Il primo ad aver avuto il coraggio”, dice la premier. Il coraggio di non applicare la legge che si è approvata è effettivamente raro, bisogna ammetterlo: ci vuole stoffa.
Nel frattempo, con la discrezione di chi non vuole disturbare, lo Stato italiano sta lentamente cambiando mestiere in sanità. Non cura più: smista. Non garantisce più: consiglia. La transizione verso un sistema misto — nel quale chi può paga di tasca propria e chi non può aspetta, peggiora, rinuncia — è in corso da anni, ma adesso procede in discesa. È la privatizzazione elegante, quella che non osa dire il proprio nome. Si chiama “efficienza” quando il servizio è lento. Si chiama “responsabilizzazione” quando ti mandano dal privato. Si chiama “responsabilità delle Regioni” quando il sistema crolla. E si chiama “modernizzazione” quando la classe media si stipula una polizza, mentre chi non può permettersela si iscrive alla più triste delle liste d’attesa: quella della rinuncia alle cure. Ma ogni paese merita il sistema sanitario che si sceglie, e il nostro, a quanto pare, ha scelto questo. Anche se non ricordiamo bene di averlo mai votato.


La classe dirigente: una tragicommedia in tre atti

Sul capitolo selezione della classe dirigente, la premier ha raggiunto le vette dell’autocoscienza. «Abbiamo chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo per anteporre l’interesse della Nazione». Una frase che, letta a mente fredda, suona così: abbiamo scelto persone discutibili, le abbiamo difese contro ogni evidenza, poi abbiamo perso un referendum, poi ci siamo accorti che erano discutibili, e adesso vi chiediamo di applaudire perché le abbiamo allontanate. Il caso Santanchè è in questo senso esemplare: imposto soltanto dopo la sconfitta politica, cioè quando il consenso non reggeva più. La sensibilità etica si è risvegliata esattamente nel momento in cui costava zero. Un tempismo miracoloso. Più di un prodigio: quasi un segnale divino.
Il criterio di selezione di questa maggioranza, del resto, non è mai stato la competenza. Non è stata la credibilità. Non è stata la sobrietà. È la fedeltà. La fedeltà regge finché regge il consenso, dopodiché viene ridefinita come “sacrificio”, e il sacrificio diventa merito personale della premier, come se il capitano di una nave si vantasse di aver buttato in mare i passeggeri durante una tempesta da lui stesso provocata. Il pubblico del teatro, come sempre, è invitato ad applaudire: la rappresentazione continua finché continua il biglietto staccato. Solo che qui il biglietto lo paghiamo noi, e la rappresentazione è il nostro paese.
Il regime del discorso, con contorno di giornalismo affamato

Nulla di tutto questo funzionerebbe senza un ecosistema mediatico compiacente, e l’Italia ne ha costruito uno negli ultimi trent’anni con una dedizione che meriterebbe un museo. Grandi gruppi editoriali concentrati, proprietari legati a interessi industriali, redazioni dipendenti dagli investimenti pubblicitari, giornalisti che sanno che una critica eccessiva può costare la carriera. È in questo terreno fertile che il dispositivo narrativo del governo sboccia come un’ortensia a maggio. Un ministro dice una cosa falsa, il giorno dopo è titolo di apertura, tre giorni dopo arriva la smentita tecnica a pagina sedici, il quinto giorno la smentita viene smentita da un editoriale compiacente, il settimo giorno ci si riposa. È la settimana della creazione, versione italiana della post-verità.
Il potere contemporaneo non ha bisogno di censurare — sarebbe volgare, oltre che inefficace. Gli basta saturare. Gli basta occupare lo spazio, sommergere di annunci, distribuire incarichi pubblici ai giornalisti compiacenti, isolare con la denigrazione personale chi non sta alle regole del gioco. La libertà di stampa formalmente esiste, come esiste formalmente il diritto di chiunque di volare sulla Luna con mezzi propri. In pratica, il dissenso viene relegato nei margini, trattato come folclore, riassegnato allo statuto di eccentricità personale. È il regime del discorso educato, quello in cui non ti arrestano: ti ignorano, che è molto peggio, perché non c’è neppure il martirio a consolare.


Le conseguenze sulla carne dei vivi (che continua a non trovare la battuta)

Qui, per un momento, l’ironia deve tirare il freno, perché al di sotto di ogni cifra gonfiata ci sono delle vite vere, e le vite vere non sono mai divertenti. Un paese in cui i salari reali sono più bassi di cinque anni fa è un paese in cui qualcuno ha saltato il pranzo, qualcun altro ha lasciato spegnere il termosifone, una terza persona ha rimandato l’acquisto delle scarpe per i figli. Un paese in cui la sanità pubblica si ritira è un paese in cui la morte comincia a distinguersi per reddito: chi può pagare si cura, chi non può pagare entra nella statistica della “rinuncia alle cure”, nome burocratico per una forma di ingiustizia silenziosa che ha tutto il diritto di chiamarsi violenza sociale. Un paese in cui il diritto alla casa non esiste è un paese in cui studenti brillanti scelgono l’università in base al prezzo dell’affitto, e dove intere generazioni vengono espulse dalle città in cui sono nate.
Dietro ogni statistica addomesticata, ogni taglio contabile, ogni annuncio trionfale, ci sono persone reali. Ci sono madri che decidono se comprare la medicina o pagare la luce. Ci sono cinquantenni che hanno capito che non andranno mai in pensione, e ci hanno rinunciato con quel misto di rassegnazione e orgoglio che è diventato la cifra emotiva del lavoratore italiano. Ci sono giovani donne che rinviano ad avere figli perché nessun contratto dura abbastanza per poterli crescere . Ci sono anziani che aspettano un’ecografia per un anno e mezzo, da soli, in case dove la televisione è accesa tutto il giorno per simulare una presenza. La fabbrica della realtà lavora a pieno regime per cancellare queste vite dal campo visivo della politica, e ci riesce piuttosto bene, perché i protagonisti raramente prendono la parola, e quando la prendono vengono classificati come “disagio sociale”, “caso limite”, “nicchia”. Una nicchia di sessanta milioni di persone, va detto. Ma pur sempre nicchia.
Riprendere la realtà, se qualcuno l’ha vista passare

A questo punto qualcuno, giustamente, si chiederà: e adesso? Non è una domanda retorica. È la domanda. La risposta breve è che non esiste democrazia senza un rapporto onesto tra parole e cose, e che la partita vera oggi si gioca proprio lì: nel tentativo di riportare le parole della politica a qualche forma di corrispondenza con i fatti. Un paese può sopportare governi mediocri, può sopravvivere a scelte sbagliate, può convivere persino con leadership che lavorano contro gli interessi della maggioranza. Non può sopravvivere alla rottura strutturale del legame tra ciò che viene detto e ciò che accade, perché in quel momento il giudizio collettivo diventa impossibile, e la sovranità popolare si riduce a tifo. Il tifo, è bene ricordarlo, non ha mai salvato nessuno. Neppure al novantesimo minuto.
Riprendere la realtà significa pretendere la verifica di ogni annuncio. Significa trattare la retorica istituzionale con lo stesso rispetto con cui si tratta un volantino promozionale del supermercato: leggendo anche le righe piccole. Significa rimettere al centro chi paga davvero il prezzo di questa Italia immaginaria: i lavoratori senza aumenti, i pazienti senza cure, i giovani senza orizzonti, gli studenti senza case, i migranti trasformati in scenografia elettorale, i civili iraniani e libanesi e palestinesi e ucraini che nei discorsi ufficiali sono sempre meno nominati, come se il silenzio potesse risparmiare qualcuno. Non risparmia nessuno: né loro, né noi, che perdiamo un pezzo di umanità ogni volta che accettiamo di non dire.
L’Italia virtuale della premier non è un incidente. È un progetto. È la forma politica di una destra neoliberale che ha deciso di difendere rendite e privilegi trasformando la democrazia in un palcoscenico, dove il copione lo scrive chi paga, gli attori recitano in cambio di una parte, e il pubblico è invitato a non disturbare l’illusionista. L’unica risposta possibile, contro un palcoscenico, è ricordare che fuori dal teatro c’è una strada, e sulla strada ci siamo noi: con le nostre bollette, le nostre visite rimandate, i nostri stipendi stagnanti, le nostre case introvabili, i nostri figli che partono. Siamo ancora il paese reale. E il paese reale, prima o poi, ha il brutto vizio di presentarsi al botteghino a chiedere il rimborso del biglietto.
FONTI

Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, bollettini 2024-2025.
Istat, Indici delle retribuzioni contrattuali e di fatto, serie storica 2021-2025.
Istat, Statistiche sulla povertà e sulle condizioni di vita delle famiglie, ultima edizione disponibile.
Ministero dell’Interno, Cruscotto statistico giornaliero sugli sbarchi, 2023-2025.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Osservatorio prezzi carburanti, rilevazioni 2026.
Commissione europea, dichiarazioni del commissario Valdis Dombrovskis sulla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità.
Corte dei conti, Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, sezione sanità, 2024-2025.
Fondazione Gimbe, Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, edizioni 2024 e 2025.
Organizzazione mondiale della sanità, parametri di finanziamento dei sistemi sanitari universalistici.
Gazzetta Ufficiale, Decreto-legge 7 giugno 2024, n. 73 (liste d’attesa).
Nomisma e Sunia, Rapporti sull’emergenza abitativa nelle grandi città italiane.
Dichiarazioni ufficiali dei governi di Spagna, Irlanda e Francia sulla crisi iraniana, marzo-aprile 2026.
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu sulla missione Unifil, proroghe 2025-2026.
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 32.

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com

La vignetta è scorrettissima: infatti è del “nostro” Benigno Moi; infatti dice il vero; infatti l’abbiamo scelta come redazione.

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