Trump, «il prescelto»

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Elisabetta Raimondi 22/aprile/ 26

Ultimamente le immagini di Donald Trump circondato da  predicatori nello Studio Ovale e le sue autorappresentazioni in chiave cristologica hanno riportato al centro del dibattito pubblico il rapporto tra religione e politica negli Stati uniti. Parallelamente le ultime operazioni belliche in Medio oriente condotte dal presidente americano insieme a  Benjamin Netanyahu, che hanno contribuito a ridisegnare gli equilibri geopolitici dell’area, hanno reso ancora più visibile il legame tra evangelismo conservatore americano e sostegno a Israele. Sebbene il fenomeno non sia nuovo, viene ora guardato attraverso prospettive più complesse anche in ambito mainstream. 

Già nel primo mandato erano presenti scene di leader religiosi intorno al presidente, linguaggio biblico e simbologia cristiana. Bibbie e croci  di ogni materiale e dimensione, nonché bandiere cartelli e slogan in cui Trump era assimilato a Gesù Cristo, imperavano tra la folla di fanatici che assaltò il Campidoglio il 6 gennaio 2021. Per non dire poi della foto opportunity che il presidente si fece fare con la Bibbia in mano davanti alla St. John Church durante le proteste per la morte di George Floyd nel 2020. O ancora della promozione pubblicitaria che lui stesso fece  per la vendita a 59,99 dollari della sua versione della Bibbia, God Bless the USA Bible, che lo aiutò a finanziare le spese per i suoi processi. 

La teoria del «prescelto» arriva da lontano

Ma l’intreccio politico-religioso è generalmente stato trattato in modo frammentario dall’informazione mainstream, spesso ridotto a teatro politico o a concessioni di Trump a particolari settori della base elettorale che gli conveniva lusingare. In realtà è una componente stabile di un sistema di potere che ha salde basi storiche in cui religione e strategia politica si rafforzano reciprocamente. 

Il fenomeno è stato indagato a fondo in ambiti più di nicchia, grazie a saggi di giornalisti e storici e a documentari indipendenti tra cui gli eccellenti God and Country (2024), prodotto dal compianto regista Rob Reiner, Praying for Armageddon (2023), Bad Faith (2024), e la serie Netflix The Family (2020), tratta dai libri di Jeff Sharlet.

In parte sovrapponibili ma soprattutto complementari, tali lavori offrono il retroterra storico di un fenomeno che ha avuto la sua massima manifestazione nell’ultima decade grazie all’individuazione in Donald Trump del cosiddetto «prescelto», l’uomo mandato da Dio sulla terra per compiere il destino di supremazia politico-cristiana per il quale gli Stati uniti sarebbero stati appositamente creati. 

Anche la retorica del martirio ha assunto un ruolo centrale. Le inchieste giudiziarie, le sconfitte politiche e le contestazioni istituzionali dell’attuale presidente non sono state lette come elementi del normale funzionamento democratico, ma come prove di una persecuzione. A ciò va aggiunto il miracoloso passaggio, a pochi millimetri dal suo orecchio, della pallottola destinata a ucciderlo nell’attentato del 13 luglio 2024 a Butler, Pennsylvania, subito reinterpretato come segno di una protezione divina.

Che tutto ciò sia avvenuto a dispetto della fede discutibile e dell’ignoranza religiosa di Trump, attestate da diverse uscite verbali, non ha alcuna rilevanza. Anzi la sua vita colma di comportamenti immorali è stata per lui quasi un punto di forza alla luce dell’interpretazione biblica, che lo ha reso un personaggio paragonabile a re Davide, responsabile di aver messo incinta Betsabea e di averne fatto uccidere il marito senza subire alcuna punizione divina. E paragonabile ancor di più a Ciro, il re persiano che liberò gli ebrei dalla prigionia babilonese permettendo il loro ritorno in Israele e la costituzione del Tempio di Gerusalemme. 

Tale narrazione si è strutturata attraverso una rete di organizzazioni religiose e politiche che hanno lavorato per decenni all’intersezione tra fede e potere. Tra queste, un ruolo centrale l’ha avuto l’organizzazione The Family, fondata da Abraham Vereide nel 1935 col nome di Fellowship Foundation per contrastare il New Deal di Franklin Delano Roosevelt e dare supporto a personaggi dell’élite politica e affaristica di destra. Ma fu sotto la guida di Douglas Coe, capo assoluto dal 1969 alla sua morte nel 2017, che la Family divenne sempre più potente e opaca.

Coe ne costruì la forza nella capacità di operare in modo occulto tra élite politiche e leadership religiosa, nonostante l’enorme visibilità di uno dei suoi eventi principali, l’annuale prestigioso National Prayer Breakfast. Percepito come evento ufficiale del Congresso in cui illustri invitati da tutto il mondo possono pregare insieme per il bene comune, è invece frutto della ragnatela di potere intessuta dalla Family per mettere in contatto potere politico e potere religioso sotto una cornice apparentemente neutra, dietro la quale si celano anche progetti sanguinari non rivelabili, come attestato nelle indagini di Jeff Sharlet.

Nel 2020, all’ultimo National Prayer Breakfast della prima amministrazione Trump, c’era anche Giorgia Meloni, che lodò il discorso «patriottico» di Trump, auspicando di poter agire come lui in un futuro governo di «patrioti» italiani. Fu peraltro Douglas Coe – ideatore della teoria del lupo e della pecora secondo cui chi vuole avere potere non deve preoccuparsi della pecora bensì trovare il re dei lupi – uno dei primi a individuare il re dei lupi in Donald Trump, che rispondeva in pieno alla teoria del prescelto.

I televangelisti nazionalisti e sionisti

Accanto alla dimensione più istituzionale, l’evangelismo nazionalista e sionista ha fornito una base ideologica esplicita in particolare attraverso popolarissime, e ricchissime, figure del televangelismo. Tra loro i texani John Hagee, fondatore del Cufi (Christians United for Israel), e Robert Jeffress, non a caso presenti nel 2018 all’inaugurazione dell’ambasciata americana trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme, in un’operazione che rientrava nell’ulteriore rinforzo della già strettissima alleanza  tra Usa e Israele.
E poi Lance Wallnau, padre del Dominionismo delle Sette Montagne, una dottrina fondata sull’idea che per prendere il dominio della società bisogna controllare sette pilastri cruciali: famiglia, religione, intrattenimento, informazione, istruzione, affari, governo.

O ancora Franklin Graham – figlio d’arte del famoso predicatore Billy Graham che il Trump bambino guardava sempre in televisione – che ricopre un ruolo insieme religioso, mediatico e politico.
Ma soprattutto Paula White, spesso protagonista di prediche dai toni talmente esagerati e spettacolari da apparire un’invasata, consigliera personale di Donald Trump e principale punto di riferimento del rapporto tra Casa Bianca e mondo evangelico.

White ha contribuito a portare nell’amministrazione il linguaggio teologico del prosperity gospel, la dottrina della prosperità materiale e spirituale sviluppatasi nel mondo evangelico americano nel corso del Novecento grazie a figure come Norman Vincent Peale, che Trump stesso ha più volte indicato tra i suoi mentori insieme a suo padre e a Roy Cohn. Nei suoi sermoni White intreccia linguaggio religioso e raccolta fondi, in una visione in cui la benedizione divina passa anche attraverso la donazione economica.

In questo contesto due sono le convinzioni basilari. La prima, storicamente infondata, secondo cui la religione è alla base della Costituzione americana, è stata alimentata da riferimenti a Dio introdotti in epoche successive nei simboli nazionali. È una credenza del tutto estranea all’impianto originario voluto dai Padri fondatori, che al contrario stabilirono una netta separazione tra sfera religiosa e potere politico.

La seconda sostiene l’interpretazione letterale della Bibbia, che funzionerebbe sostanzialmente come una sorta di cronaca del presente e del futuro, anticipando avvenimenti profetizzati in modo particolare nel Libro della Rivelazione.

La loro realizzazione comincerà con la Rapture, cioè la scomparsa improvvisa di persone prelevate in vita da Dio prima del periodo della Tribolazione, quando terribili calamità culmineranno nello scontro finale dell’Armageddon, dopo il quale vi sarà la seconda venuta di Cristo. Il film Left Behind (2014) con Nicholas Cage è la versione mainstream di questa narrazione apocalittica, adattamento di una fortunata saga letteraria che ha avuto diverse trasposizioni cinematografiche realizzate da reti e case evangeliche americane.

Dentro questo schema, Israele assume dunque un ruolo centrale. Il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa – intesa come lo spazio tra il Giordano e il Mediterraneo e in alcune letture persino tra il Nilo e l’Eufrate – e la centralità di Gerusalemme diventano passaggi necessari del disegno profetico.

Ecco perché il sostegno incondizionato a Israele e alle politiche belliche e di pulizia etnica promosse da Netanyahu finisce per saldarsi con l’agenda di una parte dell’evangelismo americano, seppur con motivazioni diverse. Per Israele si tratta di una questione politica e identitaria. Per i cristiani evangelici fondamentalisti è invece un passaggio verso il compimento delle profezie che culminerebbero nell’Armageddon e nel ritorno di Cristo.

Paul Weyrich, l’architetto della Nuova destra cristiana 

Questa costruzione religiosa si è intrecciata negli anni con una strategia politica molto precisa. A partire dagli anni Settanta, lo stratega repubblicano, nonché fondatore della potente Heritage Foundation, Paul Weyrich (1942-2008) ha contribuito a trasformare temi morali come aborto, famiglia e scuola in strumenti di mobilitazione politica.

Architetto della Nuova destra cristiana e artefice di molte delle idee confluite anche nel Project 2025 della suddetta Heritage Foundation, Weyrich voleva creare un blocco elettorale stabile, anche minoritario, ma altamente organizzato. Il suo progetto si basava sulla convinzione che «se fosse riuscito a organizzare un esercito di cristiani arrabbiati in un blocco elettorale, sarebbe riuscito a trasformare l’America».

Nel 1980 prima dell’elezione di Ronald Reagan, Paul Weyrich sostenevaIo non voglio che tutti vadano a votare. Le elezioni non sono vinte dalla maggioranza delle persone. Non è mai stato così fin dall’inizio del nostro paese ed è così anche oggi. Il fatto è che il nostro potere nelle elezioni aumenta quanto più diminuisce il voto popolare». Reagan vinse ma tanto lui quanto i successivi presidenti repubblicani delusero l’estremismo evangelico per aver promesso troppo e mantenuto poco rispetto ai loro obiettivi.   

Comunque in una nazione dove dal 40 al 50% della popolazione non vota, si è dimostrato valido il fatto che un gruppo minoritario molto finanziato, organizzato e motivato che vota in proporzioni straordinarie possa facilmente vincere il ciclo elettorale. Escludendo l’elezione di Joe Biden del 2020 in cui il Covid ha giocato un ruolo fondamentale, è quel che è successo nel 2016 e nel 2024, quando tra i fattori della vittoria trumpiana ha contato molto  l’astensionismo della working class e delle fasce più deboli della popolazione, ormai abbandonate da un Partito democratico sempre più al soldo di corporation e Aipac e disinteressato ai bisogni della gente. 

Ecco dunque che dentro questa lunga evoluzione,  il linguaggio biblico e religioso non è più un’influenza esterna sulla politica, ma una struttura interna. Non una lobby tra le altre, ma un sistema di potere.

La situazione attuale e le invettive contro Papa Leone

Oggi quello zoccolo duro minoritario continua a essere compatto anche di fronte agli ultimi sviluppi di guerra in Medio oriente, comprese la guerra all’Iran e le operazioni in Libano. Il sostegno a Israele è rimasto solido, soprattutto ai vertici del movimento, con leggere sfumature nella base.

Tuttavia tale compattezza interna confligge con l’instabilità del quadro politico più ampio. In scenari geopolitici nuovi e in elezioni future meno lineari, la tenuta di una minoranza dipende anche dalla sua capacità di restare decisiva nel tempo. Quando il leader precipita, come dimostrato dagli indici di gradimento di Trump, anche la rete che gli ruota attorno ne risente e diventa più debole.

A ciò si aggiunge un fronte più ampio e trasversale di distacco, che coinvolge anche parte dell’elettorato repubblicano meno ideologizzato, nonché settori del cattolicesimo conservatore che in passato avevano mostrato notevole vicinanza a Trump. Le tensioni legate agli attacchi al Papa hanno contribuito a raffreddare parecchie di queste convergenze, pur senza cancellarle del tutto.

Dallo scarto tra struttura organizzata e consenso reale si misura oggi il limite più evidente del sistema che ha permesso a Trump di vincere due volte. Un sistema che oggi è semplicemente più visibile. 

*Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola media secondaria pubblica per oltre 40 anni. Attiva in ambito artistico e teatrale, ha cominciato a seguire la Political Revolution di Bernie Sanders nel 2016 per la rivista Vorrei.org. Collabora con Fata Morgana Web e con Libertà e Giustizia.

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