Dal blog https://www.futuroprossimo.it/
Gianluca Riccio 5 Giugno 2026
A Monterey Park 86% di sì al divieto perpetuo. I data center diventano le nuove centrali nucleari? Un paradigma.
Monterey Park, nella contea di Los Angeles, 2 giugno 2026. Una città di 62mila abitanti vota una roba che gli Stati Uniti non avevano mai votato prima: un divieto permanente per i data center. Raus, ciccia, vade retro, jatevenne: per sempre. Si tratta della Misura NDC, scritta direttamente nel piano regolatore comunale, e approvata col 86% dei voti. Per ribaltarla servirà un’altra elezione cittadina.
Il bersaglio iniziale era un singolo progetto: HMC StratCap, uno sviluppatore australiano, voleva costruire un impianto da 23mila metri quadrati nella cittadina grande due terzi di Viareggio, per capirci: l’immagine di copertina di questo articolo è una ricostruzione AI di come avrebbe potuto apparire l’impianto. Vi confesso una cosa: la prima volta che ho letto la cifra non mi è sembrata enorme. Poi ho fatto i conti su quanta acqua avrebbe consumato (ci torno fra poco) e ho capito perché in città è scattato il riflesso che ai miei tempi si vedeva solo quando qualcuno proponeva di piazzare un termovalorizzatore vicino alla scuola elementare. Stessa identica reazione.
Il NIMBY cambia bersaglio
La sindrome NIMBY, acronimo che come sapete sta per Not In My Back Yard (non nel mio cortile) ha una lunga storia di applicazione al nucleare: centrali, depositi di scorie, perfino i mini reattori modulari che l’Italia sta valutando in queste settimane incontreranno lo stesso muro non appena si proverà a indicare un sito. Funziona così: la tecnologia è teoricamente utile per tutti, concretamente fastidiosa per chi vive nei suoi paraggi, quindi nessuno la vuole accanto a sé. Era il copione classico delle centrali atomiche.
I data center ci stanno entrando con dieci anni di anticipo sul previsto. Un sondaggio Gallup di maggio 2026 dice che sette americani su dieci non vogliono un impianto del genere nella propria zona. Data Center Watch, l’osservatorio di settore, ha contato fra marzo e giugno 2025 progetti per circa 90 miliardi di euro bloccati o rinviati per opposizione locale. Il Maine ha imposto una moratoria statale ad aprile 2026. Pure la cittadina di Port Washington, in Wisconsin, ha approvato una propria misura. In poche parole non è un sentimento di nicchia, dico io: è una corrente. E su quali considerazioni si basa? Vengo al punto.
L’acqua, il bersaglio più visibile dei data center
Negli Stati Uniti i data center hanno consumato 64 miliardi di litri d’acqua nel 2023, secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory. Cifra destinata a raddoppiare o quadruplicare entro il 2028. Ma è solo metà della storia, e per noi italiani è la metà comoda. A questi 64 miliardi se ne aggiungono altri 800 miliardi consumati a monte, nelle centrali elettriche che alimentano gli impianti. Acqua che non compare mai nei bilanci aziendali delle aziende big tech, perché formalmente non la usano loro.
Faccio un conto domestico? Una famiglia italiana media consuma circa 220 litri d’acqua al giorno (dato Utilitalia). Un singolo data center hyperscale di taglia media consuma fra 4 e 19 milioni di litri al giorno, a seconda del sistema di raffreddamento. In “poche parole povere”, come diceva un mio amico per abbondare, ogni nuovo impianto bevuto da AWS o Microsoft equivale, in giornata, al fabbisogno idrico di fino a 86mila famiglie italiane. Da notare: il progetto bocciato a Monterey Park sarebbe stato uno dei più piccoli del settore.

Una noticina che forse vi dà altri spunti. Nel giugno 2025, lo stato dell’Indiana ha aperto un’indagine sul cantiere del data center “Rainier”, quello costruito da Amazon per ospitare il calcolo di Anthropic. L’accusa: aver pompato fuori dal suolo milioni di litri d’acqua durante la costruzione, prosciugando i pozzi di chi abita vicino. Notate il dettaglio temporale: durante la costruzione. Non quando l’impianto era acceso. Solo per tirarlo su. Pensate dopo.
Il suolo che scotta (forse)
Un gruppo di ricerca dell’Università di Cambridge guidato da Andrea Marinoni ha pubblicato a marzo 2026 un preprint dal titolo poco rassicurante: The data heat island effect. Analizzando vent’anni di dati satellitari su oltre 6mila impianti, gli autori sostengono che la temperatura del suolo intorno ai data center sia aumentata in media di 2°C dopo l’entrata in funzione, con punte fino a 9°C, ed effetti misurabili fino a 10 chilometri di distanza. Circa 340 milioni di persone, dicono, vivono dentro questi anelli di calore.
Scheda Studio
Pubblicazione: Marinoni, Lio’, Cambria et al., “The data heat island effect: quantifying the impact of AI data centres in a warming world”, preprint arXiv (marzo 2026). DOI: 10.48550/arXiv.2603.20897.
Dati chiave: aumento medio della temperatura superficiale del suolo di 2°C, fino a 9°C nei casi estremi, in un raggio di 10 km dagli impianti. Analisi su 6.000+ data center globali.
Cautele: lo studio non è ancora peer-reviewed. Diversi ricercatori indipendenti, fra cui Andy Masley, hanno contestato la metodologia, suggerendo che il riscaldamento misurato dai satelliti possa dipendere dal semplice fatto che si sostituisce vegetazione con tetti e asfalto, fenomeno noto come urban heat island. Vlad Galabov di Omdia, citato da The Register, ha invitato alla cautela: misura la temperatura del suolo, non quella dell’aria che respiriamo.
La verità sta probabilmente nel mezzo, e qui mi metto i panni del cronista: chiunque abbia visitato un data center sa che è una scatola sigillata di metallo che frigge dentro, e soffia calore fuori. Tipo come il Mio Alienware Aurora (non è una pubblicità) quando lo metto in Overdrive. La fisica del calore non si discute, no? Questo calore soffiato fuori dovrà produrre qualche effetto, o sbaglio? Poi, quanto sia attribuibile alla macchina e quanto al fatto che hai cementificato un campo, lo dirà la peer review nei prossimi mesi. La direzione del fenomeno, però, è plausibile.
Cosa rende davvero singolare questo voto sui data center
C’è un dettaglio politico che merita una riflessione, e qui ci metto la mia opinione esplicita. Monterey Park è una città democratica, in una contea democratica, in uno stato democratico, in un periodo storico in cui il NIMBY (cioè “non nel mio cortile”) è considerato dalla sinistra americana come uno strumento conservatore: quello che blocca le case popolari, le linee del tram, le piste ciclabili. Eppure il sindaco Elizabeth Yang e tutti e quattro i consiglieri hanno fatto campagna per il sì. La sinistra californiana ha appena usato l’arma preferita dei comitati di quartiere reaganiani per bloccare la grande infrastruttura dell’AI capitalistica. Una contraddizione che dice molto sul punto in cui siamo.
HMC StratCap aveva minacciato vie legali. Poi ha mollato. Sapeva che, anche vincendo in tribunale, avrebbe perso comunque sui media: nessuna città americana vuole essere il prossimo titolo di prima pagina sul “colosso australiano che impone il data center contro la volontà dei residenti”. Un precedente che adesso, in ogni consiglio comunale del Paese, ha un nome e un punteggio: Monterey Park, ottantasei a quattordici.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 2-4 anni in Europa, già adesso negli Stati Uniti.
Negli USA il fenomeno è in corso ora: 25 progetti cancellati nel 2025 per opposizione locale, oltre 300 disegni di legge in trenta stati. In Europa il copione arriverà più lento ma più strutturato: Irlanda e Germania hanno già introdotto restrizioni nazionali, e la combinazione AI Act + Green Deal renderà i nuovi impianti hyperscale obiettivi politici naturali. L’Italia ne discuterà fra due-tre anni, quando il primo grande progetto verrà annunciato vicino a una città di medie dimensioni. A quel punto vedremo se anche da noi vale il buon vicinato oppure il bisogno di megawatt.
Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto – Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn
Per segnalare ricerche, scoperte e invenzioni, contatta la redazione!Segui Futuro Prossimo su Whatsapp: news e update esclusivi (gratis).


Gianluca Riccio è ospite fisso nel Podcast del dr.Alessandro Calderoni su Relief, per raccontare scenari futuri legati a mente e società