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Mario Pianta 26 Marzo 2026
Niente complicità nella guerra di Usa e Israele in Iran, controllo dei prezzi dell’energia e uscire al più presto dalle energie fossili: queste le tre strade che l’Italia dovrebbe prendere di fronte alla guerra e alle crisi in arrivo.
La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran avvicina una crisi energetica mondiale. Il prezzo di un barile di petrolio, intorno ai 70 dollari prima del conflitto, in tre settimane è aumentato del 50%, quello del gas naturale, intorno ai 30 euro, è ora raddoppiato. Si scommette su aumenti – alimentati dalla speculazione – che potrebbero arrivare al 200%.
Mentre il prezzo del petrolio riflette le politiche dei grandi paesi produttori, il mercato del gas – in Europa il TTF (Title Transfer Facility) di Amsterdam – ha come protagoniste le società finanziarie. Gli effetti si sono già visti nel 2022 quando, con la guerra in Ucraina e la fine delle forniture russe, il prezzo del gas su quel mercato si moltiplicò per cinque, contribuendo alla corsa dell’inflazione, come spiega l’articolo sull’energia di Leopoldo Nascia.
L’Italia nel 2025 ha importato gas e petrolio per 46 miliardi di euro ed è particolarmente esposta a questi rischi. Per il fabbisogno di energia elettrica abbiamo utilizzato nel 2025 energie fossili per il 44%, le rinnovabili per il 41% e importazioni di elettricità per il 15%. La nostra dipendenza è peggiorata: rispetto all’anno precedente il fossile è aumentato di due punti percentuali e si sono ridotte le installazioni di fotovoltaico ed eolico. Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ora pensa di riaprire le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi: una grave marcia indietro.
In questo arretramento pesano le politiche del governo Meloni, le strategie sbagliate di imprese pubbliche come l’Eni, le pressioni degli Stati Uniti che hanno spinto i Paesi europei a sostituire il gas naturale russo con acquisti di gas liquefatto dagli Usa.
L’‘accordo’ sui dazi imposto da Trump prevede che i Paesi Ue comprino energia dagli Stati Uniti per 750 miliardi di dollari in tre anni, con un aumento del 50%. Non era una strada obbligata. La Spagna – come ha ricordato Pedro Sánchez – ora si affida a fonti rinnovabili per il 57% e ha prezzi dell’energia molto inferiori.
Le lezioni degli anni scorsi ci ricordano che ci sono tre strade per evitare la spirale tra guerra e crisi energetica.
La prima è convincersi che le operazioni militari che producono la crisi non sono in grado di risolverla. E’ essenziale non essere complici della guerra di Usa e Israele; la nostra sicurezza non si garantisce inviando, come vorrebbe Trump, cannoniere italiane nello Stretto di Hormuz, dove – tra l’altro – transita petrolio destinato essenzialmente all’Asia. Solo il cessate il fuoco può creare le condizioni per un ritorno alla stabilità nell’area e nell’economia mondiale.
Il secondo fronte riguarda il controllo dei prezzi. Come hanno fatto altri paesi nel 2022, i prezzi dell’energia per imprese e famiglie devono essere fissati dal governo; le imprese importatrici che affrontano rialzi nei costi potranno essere compensate da risorse pubbliche. E’ cosi – non con i ‘bonus energia’ – che si ferma l’inflazione.
La terza, e più importante, priorità strategica per l’Italia è quella di uscire dalla dipendenza dalle energie fossili.
Si potrebbe lanciare un piano – condiviso da forze politiche, imprese, sindacati, regioni, ambientalisti – per portare le energie rinnovabili all’80% del nostro fabbisogno, con investimenti pubblici e privati per nuove capacità produttive, tecnologie avanzate, occupazione qualificata, in coerenza con gli obiettivi del Green Deal europeo e del Pnrr.
Le energie rinnovabili ci permetterebbero anche di rispettare gli impegni presi sul fronte del clima, con gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2. Le emissioni sono alimentate anche dalle politiche sbagliate che offrono “Sussidi ambientalmente dannosi” a chi consuma energie fossili: ogni anno sono 19 miliardi di euro che dovrebbero diventare incentivi a produrre e usare energie rinnovabili.
Un ruolo chiave va svolto dalle imprese a partecipazione pubblica che producono e distribuiscono energia: finora si sono mosse in ordine sparso e dovrebbero diventare il braccio operativo della transizione energetica. Sarebbe bello se l’annuncio di Poste italiane che si compra Tim, e riporta un settore strategico come le comunicazioni sotto il controllo pubblico, segnasse – anche per l’energia – il tramonto dell’epoca delle privatizzazioni.
Articolo pubblicato da il manifesto del 26 marzo 2026