Nuovo rapporto “Don’t Bank on the Bomb”: in aumento le istituzioni finanziarie che investono nei produttori di armi nucleari

Dal blog https://www.pressenza.com

24.04.26 – Rete Italiana Pace e Disarmo

La nuova edizione del Rapporto “Don’t Bank on the Bomb” (promosso da ICAN e PAX e pubblicato ogni anno dal 2014 e dal titolo “Investing in the Arms Race”) mostra che 301 istituzioni finanziarie nel mondo hanno una significativa esposizione finanziaria verso aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari, un aumento del 15% rispetto ai risultati precedenti. Dopo un calo costante a partire dal 2021, per la prima volta il numero di investitori torna a crescere.

Sullo sfondo di tensioni globali crescenti e di livelli record di spesa militare, il valore di borsa di molti grandi contractors della difesa è aumentato sensibilmente. Si è inoltre intensificata la pressione dei governi (in particolare europei) sugli investitori affinché abbandonino le restrizioni etiche sugli investimenti nelle aziende del settore militare. Di fronte alla minaccia della Russia e ai timori che gli Stati Uniti non possano più essere considerati un alleato affidabile in un eventuale conflitto con Mosca, alcuni governi hanno sostenuto che investire nel riarmo europeo non debba essere limitato da considerazioni etiche, spingendosi persino ad affermare che si tratti di un dovere morale.

I maggiori investitori globali

I tre maggiori investitori in produzione di armi nucleari per valore di azioni e obbligazioni sono Vanguard, BlackRock e Capital Group. I tre principali erogatori di prestiti sono Bank of America, JPMorgan Chase e Citigroup. Il rapporto identifica 25 aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari: General Dynamics, Honeywell International e Northrop Grumman sono quelle con i contratti attivi di maggior valore, con importi potenziali rispettivamente di almeno 28, 75 e 16 miliardi di dollari. Tra le aziende con contratti miliardari figurano anche BAE Systems, Bechtel, Leonardo, Lockheed Martin e RTX.

“Mentre gli esperti avvertono contro una nuova corsa alle armi nucleari, le istituzioni finanziarie di tutto il mondo continuano a investire nelle aziende coinvolte nella modernizzazione o nell’espansione degli arsenali nucleari. Essere legati alla produzione di armi nucleari comporta rischi significativi in termini di diritti umani. Invece di investire in questa industria dannosa, le istituzioni finanziarie dovrebbero esercitare la propria influenza per promuovere comportamenti aziendali responsabili”, evidenzia  Alejandra Muñoz di PAX, autrice principale del Rapporto. “Per la prima volta da anni, il numero di investitori che cercano di trarre profitto da una corsa agli armamenti è in aumento: si tratta di una strategia a breve termine e rischiosa, che contribuisce a una pericolosa escalation. È impossibile trarre profitto da una corsa agli armamenti senza alimentarla. Gli investitori hanno una scelta, e scommettere su una corsa agli armamenti è rischioso sia per i portafogli che per il mondo” aggiunge inoltre Susi Snyder, Direttrice dei Programmi della International Campaing to Abolish Nuclear Weapons (ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017).

Il Trattato TPNW e il disinvestimento

nove Stati dotati di armi nucleari stanno modernizzando e/o espandendo i propri arsenali, alimentando la domanda per queste armi. Negli anni precedenti, nonostante il generale aumento del valore degli investimenti in aziende del settore armiero dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, il numero totale di istituzioni finanziarie con una significativa esposizione verso i produttori di armi nucleari era in calo. Quest’anno, per la prima volta dal 2021, tale numero è tornato ad aumentare.

Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), entrato in vigore oltre cinque anni fa, ha generato una nuova norma internazionale che ha avuto un effetto stigmatizzante sulle armi nucleari, inducendo molte istituzioni attente alle considerazioni ambientali, sociali e di governance (ESG) a voltare le spalle alle armi nucleari – e ad altre armi controverse. Il valore totale degli asset gestiti da istituzioni che evitano di investire nelle aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari supera oggi i 4.000 miliardi di dollari, e molte di queste istituzioni citano esplicitamente il TPNW come ragione di tale scelta.

Focus Italia: nove banche per 5,7 miliardi con un leggero calo rispetto all’anno scorso

Tra gennaio 2023 e settembre 2025, nove istituzioni finanziarie italiane hanno avuto rapporti sostanziali di finanziamento o investimento con aziende produttrici di armi nucleari, erogando complessivamente oltre 5,74 miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni. Il dato va letto in controluce rispetto a quello dell’edizione precedente: nel rapporto 2024 erano otto gli istituti italiani coinvolti, per un totale di 6,3 miliardi di dollari. Il che significa che, pur aumentando di un unità il numero di banche presenti nella lista, il volume complessivo dei finanziamenti è sceso di circa 560 milioni di dollari.

Al vertice della classifica si conferma UniCredit, che rimane di gran lunga il principale finanziatore italiano del settore con 2,84 miliardi di dollari complessivi tra prestiti e sottoscrizioni (cifra comunque in netto calo rispetto ai 4,5 miliardi dell’anno precedente) e rapporti finanziari con un ampio ventaglio di produttori: Honeywell, Leonardo, Lockheed Martin, Northrop Grumman, RTX, Rolls-Royce, Thales e Airbus. Intesa Sanpaolo segue con 718 milioni (contro gli 885 milioni del 2024), con esposizioni verso Bechtel, Boeing, Lockheed Martin e Rolls-Royce. Le altre sette banche – Banco BPM (271 milioni), BPER Banca (200 milioni), Cassa Depositi e Prestiti (110 milioni), Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore & C., Banca Popolare di Sondrio e Mediobanca (88 milioni ciascuna) – risultano coinvolte esclusivamente per i loro rapporti finanziari con Leonardo, unica azienda italiana presente tra le 25 produttrici di armi nucleari identificate nel rapporto.

Leonardo detiene infatti una quota del 25% in MBDA, il consorzio europeo che è contraente principale per i missili nucleari ASMPA dell’arsenale francese e che è già al lavoro sul successore ASN4G. L’azienda, il cui azionista di riferimento è il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha inoltre ricevuto contratti per oltre 4 miliardi di dollari per la fornitura di componenti di propulsione elettrica integrata ai sottomarini nucleari della U.S. Navy della classe Columbia.

“I dati di quest’anno confermano una tendenza che non possiamo ignorare: il sistema bancario italiano è tutt’altro che estraneo alla corsa agli armamenti nucleari. Certo, il calo del volume complessivo dei finanziamenti è un segnale che va registrato positivamente, così come la flessione nei portafogli dei due principali istituti coinvolti. Ma il fatto che il numero di banche presenti nella lista sia salito da otto a nove, in un contesto globale in cui gli investitori in armi nucleari tornano ad aumentare per la prima volta dopo anni, ci dice che la rotta non è ancora stata invertita. I risparmiatori italiani hanno il diritto di sapere dove finiscono i loro soldi, e di pretendere che le banche a cui li affidano non li utilizzino per finanziare le armi più distruttive del pianeta”, evidenzia Francesco Vignarca, coordinatore campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo (promotrice nel nostro Paese insieme a Senzatomica della campagna “Italia, ripensaci” per il disarmo nucleare)

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Il Rapporto “Don’t Bank on the Bomb 2025” è disponibile su www.dontbankonthebomb.com

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