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29 Aprile 2026 Dario Lucisano
Mentre nei salotti della diplomazia a stelle e strisce il “Board of Peace” discute di come implementare le prossime tappe del cessate il fuoco, la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza non si è fermata, e la necessità di ricostruire quanto distrutto da Israele è diventata ancora più impellente. I finanziamenti scarseggiano, i piani di ricostruzione sono ancora un miraggio; la popolazione palestinese di Gaza, tuttavia, ha iniziato a fare da sé.
Supportati da un programma delle Nazioni Unite, i cittadini della Striscia stanno rimuovendo le macerie, rassettando le strade, livellando la pavimentazione, per poi riutilizzare gli stessi materiali recuperati per una prima riabilitazione della Striscia. I lavori procedono a ritmo lento, ma costante; ci vorranno anni prima che l’exclave palestinese si riprenda completamente, ma il popolo palestinese sta affermando con forza la propria intenzione a restare nella propria terra, lavorando ogni giorno per la sua ricostruzione.
Nonostante il silenzio tombale calato con la firma della tregua ottobrina, tra le strade di Gaza riecheggia il rumore dei macchinari manovrati dalla stessa popolazione palestinese per smaltire i detriti; il programma di ricostruzione domestica è stato lanciato negli scorsi mesi dalle Nazioni Unite e a oggi ha rimosso circa 287.000 tonnellate di macerie. «È solo la “punta dell’iceberg”», dice Alessandro Mrakic, capo ufficio del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), ai microfoni dell’agenzia di stampa Reuters. Il quotidiano parla di uno dei maggiori sgomberi postbellici della storia, con circa 61 milioni tonnellate di macerie da smaltire, rimessa in funzione dei servizi primari, lavori transitori e ricostruzione finale, per una spesa stimata di 71,4 miliardi di dollari in una decade.
Sul fronte dello smaltimento, stanno venendo impiegati macchinari pesanti per demolire i cumuli di cemento distrutto, mentre intanto squadre di operai setacciano l’acciaio e le macerie degli edifici danneggiati. La rimozione delle macerie da Gaza potrebbe richiedere sette anni, ritiene l’UNDP; la stima tuttavia ipotizza un accesso accelerato e senza ostacoli di macchinari pesanti e un approvvigionamento costante di carburante, tutti elementi spesso oggetto delle restrizioni israeliane.
I lavori non sono esenti da pericoli: sotto le macerie potrebbero infatti trovarsi ordigni inesplosi, che stanno venendo cercati – ed eventualmente rimossi – in coordinamento con il servizio di sminamento delle Nazioni Unite. I rischi non riguardano solo il lavoro, ma anche la possibilità concreta di finire sotto il fuoco dei soldati israeliani; le aree interessate dal programma sono situate in diverse zone della Striscia, alcune delle quali confinanti con la cosiddetta “linea gialla”, la linea entro cui i soldati israeliani dovrebbero – in linea teorica – rimanere stazionati; la posizione di taluni cantieri, spiegano gli stessi lavoratori, espone le persone al rischio di venire colpite da proiettili israeliani vaganti.
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A gennaio, l’UNDP aveva assunto 2.819 lavoratori locali per supportare i servizi essenziali a Gaza; si tratta di figure di diversa natura, da semplici operatori a operai qualificati e ingegneri specializzati; non erano – tuttavia – impiegati solo per raccolta e smaltimento dei detriti. L’agenzia dell’ONU parla di diversi programmi attivi con lo scopo di «gettare le basi per comunità più sicure e sane», non solo rimuovendo le macerie, ma anche selezionando, frantumando e riutilizzando i materiali smaltiti nell’ottica della massima riduzione degli sprechi: «Abbiamo utilizzato quasi la stessa quantità di materiale che abbiamo raccolto», spiega Mrakic.
In tutta Gaza, l’UNDP sta rimuovendo e frantumando le macerie a un ritmo di circa 1.500 tonnellate al giorno in cinque siti di frantumazione diversi. Le macerie vengono poi utilizzate per livellare strade e aree di rifugio, nonché per migliorare l’accesso a panifici, cucine e ospedali. Tra i primi progetti attivi, vi è quello della riparazione di tratti della strada Salah al-Din, una delle due arterie principali che percorrono la Striscia di Gaza che risulta vitale per il trasporto di persone e merci. A ora, sono stati riparati oltre 267 tratti stradali nella Striscia di Gaza utilizzando detriti frantumati, per una superficie di oltre 80.000 metri quadrati.
La vera sfida, dopo la riabilitazione delle macerie, è quella che riguarda la riparazione delle infrastrutture, dell’elettricità, dell’acqua, delle fognature, delle scuole e delle strade. Tra le varie cose, l’UNDP sta anche «ripristinando i sistemi fognari e i pozzi e fornendo acqua potabile alle aree che ne hanno più bisogno». L’acqua potabile viene inoltre raccolta e trasportata tramite autocisterne, spesso passando per strade dissestate e aree ristrette, come i rifugi. Ogni giorno, l’UNDP trasporta circa 1.800 metri cubi d’acqua in tutta la Striscia di Gaza, sufficienti per 3.000 persone. Come per molte altre infrastrutture, i palestinesi hanno utilizzato detriti frantumati come base per il campo che si occupa del trasporto quotidiano di acqua.

Dario Lucisano
Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.