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Gilbert Achcar 30 Aprile 2026
Il regime di Teheran sta tendendo verso un sistema politico-economico simile a quello della Russia di Vladimir Putin, basato sulla militarizzazione e sulla rendita, in netto contrasto con il modello cinese favorito dai «riformisti»
Donald Trump ha affermato di voler perseguire un «cambio di regime» in Iran, ma in modo distinto rispetto al modo in cui l’amministrazione di George W. Bush utilizzò il termine per giustificare l’invasione dell’Iraq del 2003, presentata come una mossa per instaurare la democrazia dopo il rovesciamento di Saddam Hussein.
Come abbiamo ripetutamente sostenuto, anche prima dell’aggressione congiunta Usa-Israele contro l’Iran (si veda, ad esempio, Washington non porterà la democrazia in Iran [in arabo], 10 febbraio 2026), l’obiettivo di Trump era – e rimane – la replica della sua strategia venezuelana: rimuovere il presidente per spianare la strada a un successore disposto a cooperare con Washington e i suoi interessi petroliferi. In altre parole, il suo obiettivo era «cambiare il comportamento del regime», non il regime stesso.
Eppure, l’esito delle azioni di Trump in Iran è stato l’opposto di quello che si era prefissato. Non ha rafforzato l’ala riformista «pragmatica» all’interno del regime iraniano. Questi riformisti sostengono che il miglior interesse dell’Iran risieda nell’arresto del suo programma di arricchimento dell’uranio, che si colloca in una posizione ambigua tra la soglia per le armi nucleari e l’uso pacifico dell’energia nucleare.
La verità è che l’Iran non ha bisogno dell’energia nucleare: possiede un’abbondanza di combustibili fossili e un potenziale ancora maggiore di energie rinnovabili, in particolare l’energia solare, di cui la Cina, suo principale partner commerciale, è il leader mondiale. I riformisti sostengono inoltre che la politica iraniana di espansione della propria influenza nel mondo arabo non ha prodotto un effetto deterrente, innescando invece guerre distruttive che hanno coinvolto l’Iran e il suo alleato libanese, Hezbollah.
Soprattutto, credono che la liberalizzazione economica e il dialogo con l’Occidente potrebbero rivitalizzare l’economia iraniana, sviluppare le sue risorse umane e tecnologiche e ricucire il rapporto deteriorato tra il governo e una popolazione sempre più ostile all’attuale regime.
L’aggressione bipartisan guidata da Washington, tuttavia, ha rafforzato l’ala militare del regime iraniano, incentrata sul Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc). Questa branca si basa su un modello economico rentier alimentato dalle entrate petrolifere e del gas e mostra scarso interesse nello sviluppo di un’economia produttiva e globalmente integrata, un obiettivo che la Cina ha raggiunto grazie alla sua storica apertura economica, che le ha permesso di realizzare il più grande miracolo economico della storia moderna.
Di fatto, l’Iran sta tendendo verso un modello simile a quello della Russia di Vladimir Putin, basato sulla militarizzazione e sul rentierismo, in netto contrasto con il modello cinese favorito dai riformisti.
È importante sottolineare che l’ideologia religiosa non è stata una forza guida nella Repubblica Islamica dalla morte del suo fondatore, il Grande Ayatollah Ruhollah Khomeini, nel 1989, e dalla successiva ascesa di Hojjatoleslam Ali Khamenei, un religioso di medio rango la cui ascesa ha richiesto emendamenti costituzionali che di fatto hanno abbassato i requisiti teologici necessari per la più alta carica.
L’ascesa di Khamenei, facilitata da Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, è stata il risultato di una manovra politica che ha gradualmente eroso la leadership spirituale e religiosa dell’era Khomeini. Contrariamente alle aspirazioni pragmatiche di Rafsanjani, l’Iran si è trasformato in una repubblica militare dominata dalle Guardie Rivoluzionarie, strettamente alleate di Khamenei, abbandonando progressivamente le sue pretese ideologiche panislamiche in favore di un opportunismo settario volto ad espandere la propria influenza regionale.
Questa espansione ebbe inizio in Libano durante l’era di Khomeini, giustificata a ragione come sostegno contro l’occupazione sionista del Libano meridionale. L’espansione si estese poi, in maniera molto meno legittima, all’Iraq, dove Teheran incoraggiò i suoi gruppi settari a cooperare con l’invasione e l’occupazione americana al fine di accrescere la propria influenza.
In Siria, il sostegno al regime di Assad – presumibilmente aderente all’ideologia «ba’athista arabo-socialista» che l’Iran ha a lungo detestato – faceva parte di una strategia più ampia per costruire un asse settario fedele a Teheran, che si estendesse dall’Iran alle coste mediterranee del Libano e della Siria, passando per l’Iraq.
Gli Houthi yemeniti si sono uniti in seguito a questo asse, inizialmente ribellandosi al governo eletto emerso dalla rivolta popolare del 2011 e dal rovesciamento di Ali Abdullah Saleh. Si sono alleati temporaneamente al dittatore deposto, con il quale condividevano solo affinità religiose, per poi assassinarlo poco dopo.
«È ancora una guerra per il petrolio» Gilbert Achcar – Bashir Abu-Manneh
L’aggressione bipartisan guidata dagli Stati uniti ha ulteriormente rafforzato questo orientamento militarista ed espansionista, spiegando perché i negoziati tra Teheran e Washington siano in una fase di stallo. Questo esito coincide con i desideri del governo israeliano che, a differenza di Trump, non mira semplicemente a un cambiamento nel comportamento del regime iraniano, ma al suo completo rovesciamento e persino alla frammentazione del paese su base etnica.
Netanyahu, quindi, alimenta questa situazione di stallo, sperando che gli sforzi riformisti iraniani per raggiungere una soluzione negoziata (vedi Schema di un accordo tra America e Iran [in arabo], 7 aprile 2026) falliscano.
Trump ora si trova a dover affrontare le conseguenze della sua miopia politica e del suo tentativo di replicare in Iran lo scenario venezuelano, senza tenere conto delle profonde differenze tra i due paesi.
Si trova di fronte a un dilemma: continuare l’aggressione bipartisan, come auspica Netanyahu, assumendosi enormi rischi economici e politici negli Stati uniti, soprattutto in vista delle prossime elezioni parlamentari; oppure ritirarsi con un pretesto che non ingannerebbe nessuno e minerebbe ulteriormente la fiducia dei suoi alleati regionali e occidentali. In ogni caso, l’attuale stato di «né guerra né pace» non può durare indefinitamente.
Gilbert Achcar è professore emerito alla Soas università di Londra, il suo ultimo libro è Gaza, genocidio annunciato. Questo articolo, pubblicato sul suo blog, è un adattamento dell’originale arabo pubblicato su Al-Quds al-Arabi il 28 aprile 2026.