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Dario Salvetti – Salvatore Cannavò 13 Maggio 2026
Dal porto di Marmaris, in Turchia, Dario Salvetti ragiona sulla rotta della solidarietà con la Palestina e sulla forza creatrice dei movimenti, a pochi giorni dallo sciopero del 18 maggio
Raggiungiamo Dario Salvetti al telefono mentre si trova con la Global Sumud Flotilla a Marmaris in Turchia. Ha vissuto l’abbordaggio illegale di Israele in acque internazionali, il riparo in Grecia e poi la ripartenza verso la Turchia per dirigersi a Gaza.
La Flotilla è arrivata in Turchia. Non era scontato dopo l’abbordaggio israeliano e la cattura di 175 attivisti. Cosa rappresenta questa ripartenza?
Semplicemente il fatto che esiste un’umanità che non si fa intimorire.
Non è psicologicamente facile accettare di essere sequestrabili e torturabili (perché questo è quello che è avvenuto il 29 aprile: 175 persone sono state rapite e torturate). Ci si aspetta di essere protetti da qualche forma di stato di diritto, magari ci si aggrappa all’idea che «non lo possono fare, non a noi». Il tempo di queste illusioni è semplicemente terminato. Se il diritto è privilegio, non è diritto. L’ingiustizia accettata per altri è semplicemente l’ingiustizia che sta per colpire te.
Il diritto alla resistenza e a vivere in pace è da tempo strappato ai palestinesi e a una parte importante della popolazione mondiale, a grande parte della nostra classe che paga con la vita e con la tortura le proprie lotte. Riprendendo a navigare non vogliamo di certo equiparare il nostro sacrificio al loro, che sappiamo essere enormemente più grande. Nè stiamo dicendo che non abbiamo paura. Stiamo semplicemente rifiutando di farci guidare da questa paura o dall’illusione di avere il privilegio di non essere coinvolti.
Ci siamo già dentro e il fatto che oggi vengano a prenderci fino alle acque «di casa», ci disvela ulteriormente il legame tra ciò che è Gaza e ciò che è casa.
Il presidente del Senato dice che nessun palestinese viene aiutato dalla Flotilla, si tratta di pura propaganda inutile sul piano concreto, addirittura se «si è fortunati e si viene arrestati» ci si prende il proprio momento di gloria.
Davvero si deve commentare? La destra si chiede perché parte la Flotilla per il semplice fatto che deve distrarre dalle ragioni per cui la Flotilla non può arrivare: non può arrivare per via del blocco illegale e genocidario su Gaza. Che «loro» tollerano e contro cui non agiscono. E deve chiedere quanti bambini ha salvato la Flotilla per distrarre da quanti bambini sono stati ammazzati con armi prodotte in Italia. E deve questionare sull’efficacia della Flotilla per distrarre dalla domanda più semplice: dunque perchè il sionismo è così focalizzato sulla distruzione della Flotilla?
La destra deve parlare di noi perchè ogni miglio che percorriamo attesta il loro servilismo. Infine, navi battenti bandiera italiana possono essere abbordate e chi si trova a bordo sequestrato. Eccolo qui il tricolore che tanto invocano. Sostituito dall’unico colore che venerano: quello del fiume di soldi e affari tra l’economia del genocidio e l’economia del riarmo.
Non hanno rotto un singolo rapporto con Israele. Mentre noi navighiamo con mezzi scarsi e con i nostri corpi per provare a rompere l’assedio. Questa è la disparità. Non dico che la cosa li imbarazzi, perché loro non conoscono questo termine. Semplicemente li costringe a manovre diversive.
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Una Flotilla anche per il salario
Attorno alla Flotilla si è sviluppato anche il dibattito sul tema del «sostituzionismo». Ossia la Flotilla è a volte accusata di volersi sostituire ai palestinesi, una sorta di interventismo animato da nobili intenzioni ma pur sempre un’attività occidentale, bianca, che pensa di liberare un popolo oppresso.
La decolonizzazione del nostro pensiero è un obiettivo importante. Bene quindi avere un richiamo costante contro l’idea del «bianco salvatore». E se questa critica esiste, va esplicitata, circostanziata, trasformata in fatti, opinioni, riferimenti chiari. Ma non ho visto un dibattito così chiaro.
Spandere scetticismo generico attorno a un fenomeno come la Flotilla, che si è dimostrato in grado di innescare una mobilitazione solidale alla resistenza palestinese, non mi pare un gran servizio. Partiamo da un fatto elementare: la Flotilla è un’esperienza internazionale. È un’enorme città galleggiante di classe dirigente dal basso. Ha all’interno motoristi, elettricisti, medici, operai, studenti, intellettuali, impiegati, giornalisti. È totalmente eterogenea, anche dal punto di vista della provenienza mondiale. Mi guardo attorno: tunisini, libanesi, messicani, olandesi, palestinesi con passaporti vari. L’idea che sia bianca ed europea è esattamente il riflesso di una mentalità bianca ed europea. Perché così ci immaginiamo il mondo, anche questo mondo galleggiante.
In secondo luogo, tra noi e Gaza arrivano continui messaggi di fratellanza, sorellanza, vicinanza. Per noi sono quasi imbarazzanti: in un messaggio ci mostrano una bottiglietta di acqua da 33 centilitri. Ci dicono che la devono custodire portandosela sempre dietro perché altrimenti non avranno altri contenitori per metterci acqua potabile. Per la soglia di sacrificio umano che riusciamo a concepire, ci sembra quasi impossibile che di fronte a simili livelli di difficoltà a sopravvivere a Gaza si trovi il tempo di occuparsi e comunicare con una flotta di navi che sta venendo nella tua direzione. I messaggi che ci arrivano da Gaza invece lo fanno con naturalezza: «Why not keep trying?». Perché non continuare a provare a rompere l’assedio.
E, cosa importante, tutto ciò che si respira in barca, attraccati, tutta la formazione, la discussione interna, i racconti, gli esempi, sono incentrati sulla resistenza palestinese. Ogni cura e ogni parola è utilizzata durante l’intera missione perché la Palestina sia sempre al centro.
Parli di scetticismo attorno alla missione. A che posizioni ti riferisci? A quelle espresse ad esempio da Francesca Albanese, la quale ha parlato di «istituzionalizzazione della rivoluzione». Com’è stato discusso questo diverbio?
Ho ovviamente grande rispetto per Francesca Albanese. Ho ascoltato e riascoltato l’intervento, ne ho visto le interpretazioni e poi le interviste successive. Devo essere sincero, ho fatto fatica a coglierne i nessi.
So che sicuramente – non so se di questo lei ne fosse consapevole – quell’intervento è diventato un po’ il punto di riferimento di «chi è critico» con questa missione. Ma, come ho detto, non ne ho compreso i nessi e quindi nemmeno il fondo di tanto scetticismo, per di più alla vigilia della partenza.
Posso dire in compenso le obiezioni che mi sono fatto io nel decidere se partire o meno. Il primo: il tema della pericolosità. È un tema da maneggiare con cura. Perché può rapidamente diventare paura e immobilismo. La storia della Flotilla, così come quella della solidarietà alla resistenza palestinese, è una storia anche di morte: 10 attiviste e attivisti ammazzati nel 2010 solo per fare un esempio. La storia del movimento sindacale lo è, del movimento transfemminista, di quello contro la mafia ecc. La nostra narrazione politica è piena di riferimenti a attiviste e attivisti che hanno dedicato a questo la propria vita. Hanno forse sottovalutato il risk assesment? O semplicemente hanno preso atto di dover fare quello che andava fatto? «Ma ora c’è l’Iran, c’è il Libano, è più pericoloso…». Semmai è più necessario, proprio perché l’accelerazione della catastrofe ci lascia ancora meno tempo per l’attesa.
L’altra obiezione è che la Flotilla sottragga energia alla mobilitazione di terra. Che «si potrebbe fare altro». La Flotilla non è il centro. Tutte le forme di lotta si possono e si devono fare. Nessuna forma di lotta è efficace senza un complesso di azioni di lotta: nemmeno lo sciopero generale è sufficiente se non è generalizzato. Non è efficace il boicottaggio senza intervento nei canali della produzione. Non è efficace la disobbedienza individuale se non innesca movimenti collettivi. E potrei continuare.
Ma mi sembra di spostare l’attenzione da una semplice constatazione. Dopo il cosiddetto cessate il fuoco il movimento a terra è entrato in una fase di stallo. In questa situazione «ripartire» è un minimo segnale di trasparente volontà da parte della Flotilla. Come dire: «noi facciamo la nostra parte, ripartiamo in mare. Ognuno ragioni su quale è la sua parte con le proprie forze e possibilità».
I motivi per cui il movimento a terra sia entrato in stallo e non sia stato in grado a oggi di articolarsi a sufficienza rimangono tutti da discutere. E peraltro non mi sembra sia nata chissà quale discussione da ottobre a oggi. La discussione a terra invece attorno a come usare queste barche da 12-15 metri mi sembra si accenda molto facilmente. Troppo facilmente, mi viene da dire. Un po’ come se si volesse scaricare in mare quel che non si discute a terra. C’è poi quest’idea di «usare le barche» in altri modi, non ancora definiti. Per carità, che cento fiori fioriscano. Nessuno culli l’illusione però che altri tipi di azioni in mare siano meno pericolose o non determinino il rischio di sequestro o di essere attaccati da droni. E quindi potenzialmente di subire danni psicologici e fisici gravi.
Se infine si vuole dire che non si può e non si deve vivere politicamente di sensazionalismo, si sfonda una porta aperta. È frustrante ma è un meccanismo assai complesso e di certo non è la Flotilla che lo può smontare. Che la Flotilla a volte ci appaia come l’unico innesco, dipende più dalla debolezza di ciò che avviene a terra che dalla scorrettezza di quello che si fa in mare. Il concetto è molto più semplice: «non temere che corro al mio dovere» (cit.), ognuno trovi il proprio porto, ognuno il proprio punto di attacco al sionismo, ognuno ha il proprio interesse sociale per sommarsi al movimento generale. E soprattutto è vitale collegare tutto questo alle condizioni di vita materiali di ognuno. Ognuno ai propri posti, e che la Palestina sia in ogni lotta, che ogni lotta sia per la Palestina. Per questo, per altro, per tutto.
Cosa si rischia con il passaggio in Turchia? Gli Usa stanno facendo pressione su Ankara per non dare supporto, non si rischia troppo?
Il passaggio da un porto era necessario. Dal punto di vista politico non è un passaggio semplice. Stiamo vivendo la contraddizione che vivono tutti i movimenti radicali che si muovono sul piano internazionale. I blocchi geopolitici nel loro scontro provano a usarci come pedine nel loro immaginario collettivo.
I nostri alleati in Turchia come altrove non sono i governi, ma i movimenti sociali e di liberazione. Qualsiasi decisione di scortarci, che venga da parte del Governo italiano, spagnolo o turco, sarebbe un minimo gesto di responsabilità unilaterale. Richiesto non da noi ma generato dalla pressione della lotta.
Arrivati in Turchia è anche giunta la notizia della liberazione di Thiago e Saif.
E immediatamente il senso di sollievo si mescola al senso di rabbia. Primo: per tutto quello che stanno ancora passando i prigionieri palestinesi. L’atrocità che hanno vissuto Thiago e Saif è solo una minuscola parte della quotidianità di un prigioniero palestinese. E in secondo luogo perché rivela come la minima pressione internazionale metta subito in difficoltà il sionismo. Il che vuol dire che in condizioni normali non solo non ricevono pressioni, ma al contrario ricevono complicità e impunità. Ancora più di prima, tutte e tutti gli occhi sui prigionieri palestinesi.
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La convergenza è un futuro da scrivere
Perché per la Flotilla vale il termine di mutualismo conflittuale e quanto questo può essere generalizzato oltre la missione?
È la pratica del conflitto sociale attraverso il mutuo aiuto. Nel portarti aiuti riconosco che non c’è lotta futura se non mi occupo della tua sopravvivenza presente. E contemporaneamente tolgo alibi al sistema. Dimostro che si potrebbe: si potrebbe destinare risorse ed energie a una vita migliore.
La politica istituzionale attuale non è impotente di fronte alla realtà; ne è strumento. Non è «l’arte del possibile» come amano dire loro, ma è l’arte di giustificare la realtà esistente.
E anche qua cade ogni critica sul «sostituzionismo»: io non sto sostituendo la resistenza o la critica altrui. Con il mio corpo sto esercitando una critica contro il mio Governo, sto denunciando complessivamente la società che ci opprime.
Il mutualismo conflittuale ti dice quanto in fondo sarebbe facile vivere meglio già qui e ora. E questo «qui e ora», questo senso del «devo fare qualcosa subito», diventa tanto più indispensabile in un’epoca storica dove noi non sappiamo quanto tempo ci rimane.
Diciamola tutta: non è solo una critica contro il loro sistema, ma anche contro il nostro politicismo. La nostra militanza rimane strutturata sull’attesa del giorno in cui la nostra parola sarà maggioranza: in un’elezione futura, quando avremo un numero di tessere x, quando infine il mio gruppo militante sarà più grande degli altri. Il che contraddice la nostra stessa analisi su quanto siamo giunti all’apice della catastrofe sociale, bellica, climatica.
Salpiamo, procuriamoci il necessario, coltiviamo competenze, raccogliamo risorse. In fretta perché stanno per venire a intercettarci. E in quel momento conterà solo essere equipaggi comunitari. E se rimaniamo in piedi al primo impatto, non abbiamo più paura. Tutto questo non sostituisce il conflitto sociale «classico» (il corteo, lo sciopero ecc,) ma anzi lo rivitalizza. Non saremo maggioranza futura attraverso la lenta preparazione della maggioranza che verrà. Ma saremo maggioranza futura comportandoci da maggioranza sociale da subito.
E infatti parliamo dello sciopero: l’Usb ha indetto lo sciopero generale il 18 maggio per rispondere all’appello della Flotilla.
La convocazione è doverosa e benvenuta. E al contempo nessuno di noi, nemmeno l’Usb ovviamente, concepisce lo sciopero come la x sul calendario. Non so che lavoro preparatorio è stato fatto per questo sciopero. Ma in ogni caso credo che ogni singolo minuto che ci separa da questa data vada usato urgentemente, visto che il tempo scorre, per la sua massima generalizzazione. Perché vi sia la più vasta adesione. La ripetizione dello sciopero di massa del 22 settembre non è affatto scontata. Al contrario.
Il Collettivo di fabbrica della Gkn ha parlato di Flotilla nell’economia. Che significa e che possono fare più in generale le flotille di terra?
La Flotilla ha una lunga storia che parte dal 2008 ed è uno strumento di lotta che può interessare o meno. Ma ad agosto-settembre-ottobre scorso uno dei più grandi movimenti degli ultimi anni si è sviluppato attorno a quest’iniziativa, ovviamente insieme ad altri metodi: lo sciopero, il blocco, il picchetto, il boicottaggio, il banchetto, la raccolta di firme.
Occorre interrrogarsi perché è avvenuto: questo ci responsabilizza rispetto al futuro delle flotille altrimenti rimaniamo nel campo dell’innamoramento stagionale. Sulle barche su cui siamo saliti dichiarandoci «equipaggio di terra», occorre interrogarsi su come sono arrivate fin qua, che accumulazione di forze hanno attraversato, a che tipo di militanza hanno corrisposto. Sono barche non solo su cui salire ma da cui tornare e chiedersi come impattano sulla nostra militanza.
Ogni volta che facciamo un post sui social veniamo attaccati da una scia di troll, spesso di destra, che ci accusano di occuparci solo di viaggi in mare. Una critica strumentale che però deve farci capire il paese a cui stanno parlando. Quello che dal 2006 si è impoverito con l’aumento dei poveri assoluti, di working poors. Un paese avvilito, frantumato, che non ha visto partire le nostre barche verso i propri problemi.
Va compreso che ci sarà lotta domani anche se mi occupo della sopravvivenza comunitaria oggi. La non estensione del metodo Flotilla in terra mette in difficoltà la stessa Flotilla in mare creando contraddizioni su cui gli avversari si inseriscono. Pensiamo quindi alle lotte sindacali, alla lotta della ex Gkn con i suoi scioperi, manifestazioni, presidio permanente della fabbrica con risultati nulli. Con quegli atti di lotta noi «chiedevamo» di agire a un potere che invece è incaricato di assicurare l’inazione: di farci credere che qualcosa si muoverà domani, mentre oggi l’unica cosa che realmente avviene è l’accelerazione catastrofica del capitalismo.
Per questo mettere in campo una Flotilla per l’economia qui e ora serve a rendere praticabile un esempio concreto. Dopo cinque anni di lotta all’ex Gkn per noi è fondamentale che ci sia una Flotilla nell’economia, una piccola zattera che attraverso l’azionariato popolare inizi una pur simbolica forma di reindustrializzazione ecologica, unica alternativa al riarmo.
Se questa sarà una zattera o una flotta composta da tante navi, lo decidiamo in base alle forze che metteremo in campo. Chiediamoci: quale è la natura della Flotilla? Essa è pubblica ma non è statale, è «nostra» ma non nel senso privatistico del termine. Ciò che viene fuori dalla ex Gkn dopo cinque anni deve essere questo: tenetevi liberi l’11 e il 12 luglio per decidere quando e come salpa la Flotilla nell’economia. Un’occasione storica che sta a tutti noi cogliere per dire che il capitale è distruzione e il movimento è forza creativa.
*Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). Dario Salvetti fa parte del Collettivo di fabbrica della Gkn di Campi Bisenzio. Ha scritto, con Gea Scancarello, Questo lavoro non è vita (Fuoriscena, 2024).