Biolabs, Pentagono e Ucraina: la narrativa occidentale entra in crisi

Dal blog https://www.lantidiplomatico.it

Per anni Washington ha liquidato come “propaganda del Cremlino” ogni accusa relativa ai biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina. Così come ha fatto il circuito informativo mainstream occidentale.

Oggi, però, qualcosa sta cambiando. La decisione dell’amministrazione di Donald Trump di avviare un’indagine su oltre 120 laboratori biologici USA all’estero, inclusi quelli presenti in Ucraina, rappresenta una svolta politica e mediatica difficilmente ignorabile. A rendere pubblica l’iniziativa è stata Tulsi Gabbard, che ha parlato apertamente della necessità di identificare dove si trovino questi laboratori, quali agenti patogeni custodiscano e quale tipo di ricerca venga condotta al loro interno.

Al centro dell’indagine vi è soprattutto la controversa “gain-of-function research”, ovvero la manipolazione di virus per studiarne trasmissibilità ed evoluzione.

Si tratta di un cambio di tono radicale rispetto alla linea mantenuta negli ultimi anni dall’amministrazione di Joe Biden e dagli apparati occidentali. Dal 2022 in avanti, ogni denuncia proveniente da Mosca era stata sistematicamente bollata come disinformazione. Eppure già nei primi mesi della guerra la Russia aveva presentato dossier e documenti sostenendo che in Ucraina fossero attivi programmi biologici finanziati dal Pentagono.

Secondo Mosca, alcuni progetti avrebbero riguardato lo studio della diffusione di agenti patogeni attraverso uccelli migratori e pipistrelli, con possibili implicazioni militari. Accuse sempre respinte da Washington, che ha insistito sul carattere sanitario e difensivo delle ricerche. Un passaggio chiave avvenne nel marzo 2022, quando Victoria Nuland ammise davanti al Senato statunitense l’esistenza in Ucraina di “strutture di ricerca biologica”, dichiarando al tempo stesso la preoccupazione che tali materiali potessero cadere sotto controllo russo. Quell’ammissione incrinò la narrazione ufficiale secondo cui i laboratori semplicemente non esistevano.

Anche il Pentagono, attraverso programmi legati alla Defense Threat Reduction Agency, aveva finanziato negli anni attività biologiche in numerosi Paesi dell’ex spazio sovietico con la motivazione ufficiale di ridurre i rischi derivanti da armi di distruzione di massa ereditate dal periodo post-Guerra Fredda.

Oggi la nuova amministrazione USA sembra voler prendere le distanze da parte di quella gestione. Gabbard ha attaccato apertamente figure come Anthony Fauci, accusando apparati politici e sanitari di aver mentito all’opinione pubblica sull’esistenza dei biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti.

Le sue dichiarazioni arrivano in un clima politico profondamente mutato dopo la pandemia da Covid-19, che negli Stati Uniti ha alimentato una crescente diffidenza verso le ricerche sui patogeni ad alto rischio e verso il ruolo delle agenzie federali nella gestione delle informazioni scientifiche.

Dal punto di vista geopolitico, la questione assume un peso ancora maggiore. La Russia sostiene da anni che le attività biologiche occidentali vicino ai propri confini rappresentino una minaccia strategica diretta.

Mosca ha più volte denunciato violazioni della Convenzione sulle armi biologiche, accusando gli Stati Uniti di condurre ricerche “dual use”, ufficialmente civili ma potenzialmente applicabili in ambito militare. Tra le figure più attive su questo dossier vi era il generale Igor Kirillov, che sosteneva l’esistenza di programmi biologici sensibili nei pressi dei confini russi. Kirillov è stato ucciso nel 2024 in un attentato del regime di Kiev.

Il punto centrale, oggi, non è stabilire se i laboratori esistessero – perché la loro esistenza è ormai ammessa apertamente – ma comprendere quali attività siano state realmente condotte e perché per anni qualsiasi discussione pubblica sul tema sia stata trattata come disinformazione. La nuova indagine USA rischia quindi di aprire una frattura politica significativa all’interno degli stessi Stati Uniti.

Da una parte vi sono coloro che sostengono che si trattasse esclusivamente di programmi di biosicurezza e prevenzione epidemiologica; dall’altra cresce il fronte che chiede trasparenza sulle attività finanziate dal Pentagono e sulle ricerche di manipolazione virale svolte all’estero. Sul piano internazionale, la vicenda potrebbe inoltre rafforzare la posizione diplomatica di Russia e Cina, che da tempo accusano Washington di utilizzare infrastrutture scientifiche e programmi biologici come strumenti di proiezione strategica globale.

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