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| Lo Spiegone |
| mag 17 Enrico Maria la Forgia, responsabile newsletter |
Dalla letteratura distopica alla realtà del giorno d’oggi: benvenuti in 1984
In 1984, il noto romanzo di George Orwell, il Grande Fratello ricorda continuamente agli abitanti dello Stato totalitario di Oceania la sua superiorità gerarchica tramite il motto “The Big Brother is watching you!” (il Grande fratello vi guarda). Nella società distopica immaginata dallo scrittore inglese, infatti, il controllo da parte delle autorità è esercitato nella maniera più invasiva e brutale possibile: la sorveglianza 24 ore su 24 di ciascun individuo. Nella sua opera, Orwell metteva in guardia il lettore dai pericoli dei regimi autoritari (soprattutto l’URSS e la Germania nazista), dalla loro repressione e dalle loro tecniche di sorveglianza.
Sebbene quello immaginato in 1984 fosse un universo distopico, ambientato in un futuro indefinito, non era poi così lontano da quella che sarebbe divenuta la nostra realtà quotidiana nel 2026. Dissenso disincentivato o addirittura represso, sorveglianza permanente e privacy quasi abolita fanno parte di quel processo di trasformazione del controllo in infrastruttura politica a cui stiamo assistendo al giorno d’oggi.
Il primo, distopico, campanello d’allarme suonò nel 2013, quando Edward Snowden – ex impiegato di un’agenzia informatica che operava sotto la National Security Agency (NSA), agenzia di intelligence statunitense – pubblicò documenti secretati inerenti a PRISM. Dai leak emerse l’esistenza di un programma di sorveglianza digitale abilitato al controllo in profondità delle comunicazioni di gran parte del traffico Internet mondiale e delle informazioni memorizzate.
“PRISM” appunto era il nome in codice scelto dal governo statunitense per l’ambizioso programma di sicurezza in funzione dal 2007. Il vasto accesso a email, chat, messaggi vocali, videochiamate e così via su cui si basava il programma sarebbe stato impossibile senza la collaborazione dei principali service-provider, tra cui Google, Microsoft, Facebook, Skype, Apple, Yahoo. Si tratta dei giganti dell’Hi Tech che già allora gestivano tramite routing gran parte del traffico mondiale delle comunicazioni, permettendo a PRISM di mettere le mani su inedite quantità di dati provenienti da tutto il mondo.
Nonostante le aziende in questione avessero negato il loro coinvolgimento – o almeno di essere a conoscenza delle finalità – l’immagine che ne emerse fu quello di un sistema di spionaggio (e non solo visto che la NSA effettuava veri e propri cyber attacchi e installava trojan sui PC delle vittime) in grado di arrivare ovunque e colpire chiunque grazie anche alle elastiche normative USA sul trattamento dei dati per fini inerenti alla “sicurezza”.
Per esempio, l’USA Patriot Act del 2001, introdotta dal governo Bush in seguito agli attacchi dell’11 settembre, fu prorogato, proprio nel 2013, anche dal governo di Obama. Oggi, invece, dopo anni di arretramento della privacy degli utenti online, la chimera della sorveglianza è rappresentata dal caso Palantir: una forma di sorveglianza predittiva, automatizzata e privatizzata che usufruisce di dati raccolti anche in ambito educativo e sanitario per individuare e controllare dissidenti e immigrati.
Siamo pienamente nell’era della sorveglianza digitale quindi, dove il controllo mirato e sistematico dei dati personali viene effettuato attraverso sistemi di monitoraggio di dispositivi telematici di varia natura – compresi smartphone e PC – e il rilevamento delle tracce che gli utenti (ovvero noi tutti) lasciano in Internet.
Sembra di vivere effettivamente in un romanzo distopico, eppure è tutto normalissimo, semplicemente tecnologicamente avanzato: il controllo perpetuo della popolazione – amica o nemica che sia – è il sogno nel cassetto di ogni forma di Stato mai esistita.
Già nel 1791, il filosofo Jeremy Bentham progettò il Panopticon: un nuovo tipo di prigione, dalla forma circolare e con le celle dei detenuti rivolte verso l’interno, al cui centro sarebbe stata eretta una torre che avrebbe permesso a uno (o pochi) carcerieri di sorvegliare costantemente i detenuti a loro insaputa.
Quasi 200 anni dopo, in Sorvegliare e punire, il filosofo Michel Foucault riprese l’idea di Bentham, aggiungendo il particolare di celle illuminate e la torre centrale completamente oscurata, per agganciarsi al concetto di autodisciplinamento, fine ultimo del potere statale. Nella concezione foucaultiana di Panopticon, infatti, il fine ultimo è l’autodisciplinamento dei detenuti: sapendosi potenzialmente sorvegliati costantemente, ma incapacitati nell’individuare i carcerieri e averne la conferma, i detenuti si sarebbero comportati in ogni momento come se fossero sotto controllo. Il sogno di ogni potere autoritario.

The Panopticon prison design – foto di Emelyn Brown (CC by 2.0)
PRISM, Palantir e altri sistemi di sorveglianza di Internet hanno realizzato (o stanno realizzando) il Panopticon su scala globale: gli utenti, nessuno escluso, possono essere sorvegliati senza che i sorveglianti si mostrino e, un’inchiesta dopo l’altra, stiamo sviluppando la consapevolezza di ciò. I più preoccupati corrono o correranno ai ripari, come avvenuto con Tor (The Onion Router) o la crittografia end-to-end. Il primo indica un sistema di onion routing che garantisce l’anonimato dell’utente “avvolgendo” le sue comunicazioni in più strati di crittografia e il secondo un sistema di crittografia che che garantisce al solo destinatario di un messaggio la capacità di decifrarlo.
Probabilmente ciò non basterà: se da un lato i sistemi Tor non garantiscono la stessa qualità dei servizi dei provider meno sicuri, dall’altro i giganti del settore come Meta hanno recentemente dichiarato che rimuoveranno la crittografia end-to-end, già scarsamente implementata, con la scusa che è opzionale e finora poco utilizzata dagli utenti.
In maniera altrettanto distopica, anche comuni e altre istituzioni stanno adottando sistemi di sorveglianza o raccolta dati che mettono a repentaglio la privacy e la sicurezza degli utenti.
Nel 2022, in Italia, il Garante della privacy ha avviato un’istruttoria contro un tentativo di social scoring proposto dal Comune di Bologna (come nello spauracchio cinese e nella nota serie Black Mirror) in cui veniva assegnato un punteggio alla cittadinanza a seconda dei propri spostamenti, monitorando la frequentazione di isole ecologiche o la fruizione del trasporto pubblico e premiando i più virtuosi.
Human Rights Watch, invece, ha riferito che su 163 piattaforme per la didattica online utilizzate da 49 Paesi e studiate in una loro ricerca, i dati degli studenti e delle loro famiglie non sono sufficientemente protetti. Una ricerca che assume tinte più scure se si pensa che il report dell’organizzazione risale al 2022 e la scuola è uno dei principali ambiti di raccolta dati di Palantir negli USA.
Lo stesso Foucault estendeva il suo modello di Panopticon e di Società della Disciplina ben oltre la prigione, arrivando a definire scuole, fabbriche e ospedali come istituzioni che producono corpi e menti docili attraverso il controllo minuzioso e la paura del cittadino di tale controllo.
La distopia diviene realtà perché sono ben poche le entità che provano a ostacolare questo avanzamento della sorveglianza di massa su scala globale, e sono quasi tutte della società civile, storicamente invise all’autoritarismo ma non sempre in grado di reagire alla repressione. Dovunque, anche in Occidente, le nuove capacità della tecnologia sono descritte come successi inopinabili in grado di proteggere la cittadinanza dalla criminalità e dal terrorismo.
Un obiettivo nobile sulla carta ma che nella pratica – esattamente come gli strumenti legislativi introdotti dopo l’11 settembre o gli attacchi di Daesh in Europa – sono spesso utilizzati contro dissidenti e figure invise alle autorità.
L’espansione delle nuove tecnologie sembra ormai bastare, da sola, a giustificare pratiche sempre più estese di sorveglianza, trasformando profondamente il rapporto tra cittadini e potere.
In questa nuova serie di “Estera – TecnoLeviatano” miriamo a esplorare le dinamiche della sorveglianza di massa nell’era della tecnologia senza limiti e confini. Se da un lato l’avanzamento scientifico ci proietta verso il futuro, dall’altro le libertà (non solo digitali) arretrano ovunque. Il punto d’incontro tra questi due trend è 1984, inteso come il distopico mondo immaginato da Orwell nel 1949, quando sconfitto un male repressivo ne emersero altri, nella forma della sorveglianza perenne introdotta con la scusa del nemico interno foraggiato dal nemico esterno.
Se in questo primo episodio abbiamo deciso di introdurre l’argomento utilizzando le coordinate forniteci dalla letteratura e dalla filosofia, nelle prossime domeniche avremo modo di entrare nei dettagli con un’intervista a un esperto in materia e un approfondito caso studio.
Il Panopticon immaginato da Bentham aveva mura, celle e una torre centrale. Quello contemporaneo non ha più bisogno di cemento, ma vive nel cloud, attraversa piattaforme, algoritmi e infrastrutture digitali che utilizziamo ogni giorno. Non ci osserva soltanto quando entriamo in una prigione, ma mentre lavoriamo, studiamo, viaggiamo, protestiamo o attraversiamo un confine.
Benvenuti nel Panopticon Cloud.