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Lydia Karazarifi 5 Maggio 2026
Garantire il diritto e l’accesso alle risorse idriche e condividere storie, prospettive e proposte delle lotte e dei movimenti per l’acqua pubblica nell’area mediterranea, dal Marocco alla Grecia, dall’Italia alla Palestina. Un evento a Palermo, in occasione dell’Earth Day Med Festival 2026.
Lo scorso 21 aprile a Palermo, in occasione dell’Earth Day Med Festival 2026 organizzato dalla Fondazione Heinrich Böll e dalla Fondazione Rizoma, si è tenuto un convegno-laboratorio dedicato alla gestione democratica delle risorse idriche nel Mediterraneo. L’evento si è concentrato sulle questioni attuali relative all’acqua, presentando soluzioni e proposte per una gestione responsabile di questo bene, attraverso storie, esempi e punti di contatto tra i vari paesi.
Il Teatro Garibaldi del capoluogo siciliano ha così ospitato un dialogo tra relatori e relatrici, provenienti da diversi paesi del Mediterraneo (Grecia, Libano, Palestina, Tunisia e Marocco), in cui sono state messe al centro esperienze e prospettive concrete per mettere in atto una transizione equa. A moderare la discussione è stata Francesca Greco, ricercatrice nel settore idrico e autrice di una recente pubblicazione (In difesa dell’acqua, edito da Intermezzi) sul tema del bluewashing e dell’inganno della sostenibilità idrica.
Il dibattito
Nel corso del convegno, è emersa un’idea comune a tutti gli interventi: l’acqua come simbolo di democrazia, vita e capacità di trasformazione e adattamento. Pur nella diversità dei contesti, i relatori e le relatrici hanno evidenziato una stessa urgenza condivisa dalle comunità: la difesa quotidiana del diritto all’accesso all’acqua e la sua tutela come bene comune, contro dinamiche di esclusione, appropriazione e concentrazione del potere.
Dalla Grecia, l’avvocata Ekaterini Georgiadou ha raccontato le battaglie legali e le mobilitazioni a tutela dell’acqua come bene comune e pubblico. Sami Kayed, dell’Università di Beirut in Libano, ha presentato le strategie di resistenza e adattamento relative all’accesso all’acqua in condizioni di vita difficili.
Dounia Mseffer, giornalista indipendente del Marocco, si è concentrata sulla migrazione climatica e su esempi di resistenza e protezione dell’acqua, affrontando questioni culturali e caratteristiche topografiche legate all’accesso all’acqua.
Voce dalla Palestina, l’ecologista politica Muna Dajani ha evidenziato le enormi difficoltà di accesso all’acqua nei territori palestinesi sotto il controllo israeliano, un regime oppressivo in cui essa è utilizzata come strumento di dominio e sfruttamento. In conclusione, la ricercatrice e attivista ambientale tunisina Emma Fourati ha messo in luce, da un lato, la relazione che sussiste tra risorse idriche, agricoltura intensiva e modello di produzione e, dall’altro, il nesso interdisciplinare tra questioni idriche, parametri di genere e classe sociale.
Prospettive dal Mediterraneo
Tunisia. Emma Fourati ha mostrato come l’agricoltura intensiva generi un problema significativo, legato all’enorme fabbisogno idrico necessario a soddisfarne le richieste, con un impatto fortemente negativo sulle risorse della Tunisia, la cui acqua viene per gran parte esportata. A partire da questa criticità, ha sottolineato il ruolo centrale delle comunità nei processi di democrazia dell’acqua e di giustizia climatica. Secondo la sua analisi, risultano fondamentali la ridistribuzione equa e accessibile delle risorse idriche, il riconoscimento del loro valore in relazione alle conoscenze locali, alle pratiche di riutilizzo e al lavoro quotidiano delle donne e delle comunità, nonché la partecipazione attiva delle comunità emarginate ai sistemi di governance dell’acqua.
Palestina. Muna Dajani ha collocato il tema dell’acqua all’interno di una prospettiva di decolonizzazione. In Palestina, una terra dilaniata da condizioni insostenibili, anche per ciò che riguarda l’approvvigionamento di cibo e acqua, esiste un legame indissolubile tra risorse idriche e realtà politica: le recenti violenze, come l’uccisione di due autisti di autocisterne, si inseriscono in un contesto in cui, su 56 sorgenti, 30 risultano sotto controllo israeliano, in violazione del diritto internazionale.
Emergono in alcune zone movimenti di resistenza locale e reti di sostegno comunitario, come nel caso della valle di Ein Faris, ma la situazione è critica. Non è garantito un accesso equo alle risorse idriche, né risultano disponibilità per l’irrigazione e l’agricoltura. In questo quadro, secondo Dajani, «tutti abbiamo un ruolo da svolgere in un sistema di oppressione». Si tratta di una lotta esistenziale di perseveranza e resistenza.
Marocco. Come riferisce Dounia Mseffer, in Marocco le questioni legate all’acqua si intrecciano con le conseguenze del cambiamento climatico, generando forme di ansia climatica ma anche sollevando rilevanti interrogativi di gestione politica e sociale. Insicurezza alimentare e produzione agricola a rischio sono strettamente legate alla gestione delle risorse idriche.
In risposta a questa precarietà, nel 2023 gli abitanti della città-oasi di Figuig hanno dato vita a un movimento di protesta contro la privatizzazione della fornitura idrica locale, come ci racconta la giornalista: comunità diverse della regione, sulla base di valori e pratiche tradizionali condivise, hanno unito le proprie voci per difendere l’acqua come bene comune e pubblico.
Oggi, però, l’aumento di dinamiche di progettazione economica e commercializzazione, legate agli investimenti e all’espansione del mercato delle acque in bottiglia, influenza sempre di più il consumo. In risposta a ciò, nasce in questi territori una “cultura della sopravvivenza” dell’acqua che attraversa le esperienze di popolazioni sfollate e marginalizzate, e, al contempo, si sviluppano le pratiche di resistenza e cura, come la coltivazione naturale e la protezione delle risorse idriche.
Libano. Sami Kayed ha presentato una prospettiva meno tecnica rispetto agli altri interventi, portando al centro della sua riflessione il potere dell’immaginazione attraverso simboli e pratiche di vita quotidiana in relazione all’acqua. Richiamando il simbolo nazionale – la palma, capace di rinascere dalle proprie ceneri – ha suggerito come anche le comunità possano rigenerarsi nei contesti di guerra o post-bellici. Ha inoltre evidenziato i rischi connessi ai partenariati pubblico-privati e agli investimenti in impianti di trattamento delle acque reflue, sviluppando una critica alle soluzioni esclusivamente tecniche in un contesto di crisi multiple e interconnesse.
In tale quadro ha fatto riferimento alle “ecologie della resistenza”, nelle quali le comunità marginalizzate elaborano strategie di sopravvivenza, richiamando l’esempio degli anfibi, in particolare della salamandra del fuoco in Libano, capace di adattarsi sia agli ambienti acquatici sia a quelli terrestri. Mettendo in discussione le logiche di separazione che caratterizzano il pensiero umano, ha infine proposto di dare più ampio spazio all’immaginazione, ponendo in primo piano il concetto di cura e le pratiche di reinvenzione in contesti segnati da profonde difficoltà e sfide.
Grecia. L’avvocata Ekaterini Georgiadou ha illustrato il legame tra acqua e democrazia attraverso l’esercizio del diritto dei cittadini, come dimostra il caso del referendum informale di Salonicco del 2014, in cui il 98% dei partecipanti si è espresso contro la privatizzazione dell’acqua. Il referendum si è svolto con il sostegno del sindacato dei lavoratori dell’azienda idrica di Salonicco, di migliaia di cittadini, del sindaco e di osservatori internazionali. Georgiadou ha inoltre sottolineato la continuità delle lotte per la tutela dell’acqua e la necessità di difenderla, come emerso anche dal grande concerto del 2023 nel centro di Salonicco e dalle lotte attualmente in corso per garantire il carattere pubblico dell’acqua contro forme indirette di privatizzazione, ma anche contro i processi di mercificazione, che includono l’aumento dei prezzi, il degrado della rete idrica, la diffusione della cultura del consumo di acqua in bottiglia e la costruzione di piscine in zone di sovraffollamento turistico.
Verso una governance democratica dell’acqua
Dalle discussioni del workshop è emerso chiaramente come il tema dell’acqua presenti molteplici sfaccettature. Pur declinandosi in contesti e situazioni differenti, è possibile individuare alcuni elementi comuni: criticità relative a controllo, accesso, qualità e disponibilità della risorsa.
Diviene necessario, sulla base di quanto emerso, interpretare le problematiche legate alla gestione delle risorse idriche alla luce delle specificità geografiche, sociali, culturali e politiche dei diversi contesti. In questo quadro, la responsabilità delle problematiche contemporanee legate alla risorsa idrica è riconducibile a precise scelte politiche.
Risulta necessario sviluppare una governance dell’acqua in grado di garantire un accesso equo a tale bene per tutti e tutte. Solidarietà, reti di sostegno e relazioni di cooperazione a livello locale e internazionale emergono come elementi fondamentali per una prospettiva di gestione democratica dell’acqua nel Mediterraneo.