Cina, il secondo e più forte shock industriale

Dal blog https://sbilanciamoci.info/

Vincenzo Comito 18 Maggio 2026

Il salto tecnologico del gigante asiatico, la risposta protezionista europea e il rischio di una guerra commerciale che sarebbe suicida

La prima ondata

Nel 2001 gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Subito dopo si è scatenata un’ondata di esportazioni di merci dal paese asiatico che in qualche modo terrorizzerà i concorrenti occidentali, che dovranno confrontarsi con quello che da allora sarà chiamato il “prezzo cinese”, sempre inferiore a quello dei produttori del nostro mondo. Si è a suo tempo trattato di un vero e proprio shock. La Cina è diventata in pochi anni la fabbrica dell’Occidente e l’impatto politico dell’evento si sta ancora sentendo oggi

Peraltro tale valanga di esportazioni, comunque di merci soprattutto di settori tradizionali, era per una parte considerevole il frutto delle delocalizzazioni di fabbriche di imprese dei paesi occidentali, insediate nel paese asiatico per approfittare del basso costo del lavoro locale e, in seconda linea, per entrare in un mercato che sembrava promettente. 

Così all’inizio della prima presidenza di Donald Trump, nel 2017, la Cina rappresentava ormai un quarto delle importazioni totali degli Stati Uniti, creando grandi difficoltà al settore industriale del paese e contribuendo a produrvi perdite di occupazione significative.

La seconda ondata

Ma da qualche mese i media occidentali pubblicano articoli estremamente allarmati sull’arrivo nel mondo di una seconda e ancora più temibile onda di shock da parte cinese; e questa volta non si tratta solo, come una volta, di giocattoli, arredi di Natale e tessili, prodotti che pur il paese asiatico continua miracolosamente ad esportare, pur essendo il costo del lavoro di quel paese aumentato nel frattempo di parecchie volte; questo riesce a farlo grazie, in particolare, all’elevato livello di automazione delle sue fabbriche. 

Questa volta si tratta in misura crescente di prodotti ad alto livello tecnologico, che molto spesso battono i concorrenti occidentali e di molto su prezzo e qualità. Così sembra che il vantaggio di costo tra una vettura elettrica cinese ed una di pari livello occidentale sia dell’ordine di un terzo. La Cina sta tra l’altro, investendo massicciamente in quei settori in cui gli Stati Uniti erano sino a poco tempo fa il leader incontestabile. Si parla di IA, telecomunicazioni, microprocessori, robot, impianti nucleari, biotech, farmaci, energia solare, batterie, veicoli. E l’onda sembra inarrestabile.

Nel frattempo apprendiamo da alcune stime che entro il 2030 il peso dell’industria cinese sul totale mondiale potrebbe avvicinarsi al 50%, mentre, secondo delle valutazioni di Morgan Stanley Asia, mentre l’attuale quota delle esportazioni del paese sempre sul totale mondiale si colloca al 15%, essa dovrebbe raggiungere il 16,5% nel 2030. Come peraltro apprendiamo da una dichiarazione del professor Richard Baldwin dell’IMEDE di Losanna “La Cina è oggi la sola superpotenza industriale del mondo. La sua produzione supera da sola quella cumulata dei nove paesi successivi nella lista”.

E mentre Trump si fa il campione di un mix di settori del secolo precedente, a cominciare dalle energie fossili e dalle auto tradizionali, la Cina si va assicurando non solo di riuscire a competere nell’economia del futuro, ma di riuscire a dominarla.

Nel 2025 il paese asiatico ha registrato un surplus nella sua bilancia commerciale di 1.200 miliardi di dollari; mentre le sue esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite in misura rilevante, sono invece aumentate fortemente quelle verso il Sud-Est asiatico, l’UE, l’Africa, l’America Latina. In cifre, mentre le prime si sono ridotte nell’anno di circa 100 miliardi di dollari, quelle verso il resto del mondo sono aumentate di 300 miliardi. Nei primi quattro mesi del 2026 esse tendono a crescere complessivamente ancora in misura rilevante, intorno all’11,3%.

Tra l’altro, ora la guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran le sta spingendo ulteriormente in alto; così nel mese di marzo 2026 le esportazioni di veicoli elettrici ed ibridi del paese sono aumentate del 140% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Un comportamento sostanzialmente analogo si registra per quanto riguarda pannelli solari, impianti eolici, grandi batterie per l’accumulo di energia.

Nelle pagine che seguono cerchiamo di analizzare in particolare il quadro della situazione in due aree chiave, quella del Sud-Est asiatico e dell’Africa da una parte e quella dei paesi dell’Unione Europea dall’altra.

Il quadro nell’Asia del Sud-Est ed in Africa

Un caso esemplare di quello che sta succedendo è quello relativo ai paesi dell’Asean, raggruppamento partito a suo tempo soprattutto con collegamenti occidentali ed ora praticamente il cortile di casa della Cina, con cui i rapporti economici si vanno facendo sempre più stretti.

Per molto tempo una gran parte dei paesi del Sud-Est Asia hanno cercato di inserirsi e con successo sulla scia del miracolo economico cinese. Ma ora, di fronte alla nuova ondata di esportazioni da parte del gigante asiatico, essi temono che il loro settore industriale risulti schiacciato. Dalla Cina arrivano in effetti prodotti sia a basso (scarpe, abbigliamento, prodotti in plastica) che ad elevato livello tecnologico (auto elettriche, pannelli solari, tecnologie digitali), lasciando poco spazio agli altri. La crescita si manifesta non solo nei prodotti finiti, ma anche nei beni intermedi e nelle materie prime necessarie per produrre. 

Così nel 2025 il surplus commerciale della Cina con gli 11 paesi dell’Asean ha raggiunto i 276 miliardi di dollari, con una crescita del 45% rispetto all’anno precedente. Nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni verso l’area stanno ancora crescendo fortemente.

Ma il quadro non presenta solo aspetti negativi per tali paesi; esso ha anche un’altra faccia, più benevola. I capitali e le tecnologie cinesi continuano in effetti ad essere una base fondamentale per lo sviluppo industriale locale. 

Sembrerebbe alla fine necessario che la Cina e i paesi dell’Asean trovino al più presto un accordo che bilanci le esigenze degli uni e degli altri. Un quadro per alcuni versi non molto dissimile da quello del Sud-Est asiatico si ritrova per quanto riguarda i rapporti della Cina con il continente africano.

Nel 2025 l’interscambio tra le due aree è stato in totale di 350 miliardi di dollari, in forte crescita rispetto all’anno precedente (+18,1%); ma le esportazioni della Cina sono state pari a 225 miliardi contro importazioni per soli 123. E nei primi tre mesi del 2026 quelle cinesi sono ancora aumentate del 32,1%.

Un quadro che si presenta di nuovo apparentemente in modo negativo per il continente africano. Ma anche in questo caso c’è un’altra faccia della medaglia.

La Cina sta dando infatti un forte contributo tecnico e finanziario alla costruzione di molte importanti infrastrutture e impianti industriali sul suolo africano; il paese asiatico nel solo 2025 ha poi direttamente messo in opera con suoi investimenti diretti, del valore di 12,5 miliardi di dollari, 64 nuovi impianti industriali nel continente e molti di più sono ora in progetto, in particolare in alcuni paesi. A partire poi dal 1maggio 2026 la Cina ha abolito totalmente i dazi alle esportazioni di 53 paesi africani su 54.

Il quadro dell’Unione Europea

Premessa

Nel 2025 La Cina, primo partner commerciale dell’Unione Europea, ha registrato un surplus commerciale con i paesi dell’area di 360 miliardi di euro (559,4 di esportazioni e 199,6 miliardi di importazioni) contro i 295,8 miliardi del 2024. E i primi tre mesi del 2026 vedono il surplus del paese asiatico crescere ancora di circa il 31%.

Tra l’altro il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez e il presidente francese, Emmanuel Macron, hanno giudicato questo squilibrio come poco sostenibile, mentre i paesi dell’Unione Europea sembrano indifesi di fronte all’ondata cinese, come sottolinea ad esempio un relativamente recente articolo apparso su Le Monde.

Ma, come afferma un articolo dell’Asia Times, l’Occidente afferma di volere la transizione energetica a costi contenuti e nello stesso tempo un basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che è in grado di offrire ambedue i risultati, la Cina.

Appare in effetti molto difficile portare avanti, come sarebbe necessario, un programma adeguato di decarbonizzazione dell’economia senza i prodotti e le tecnologie cinesi, che dominano ormai il settore, mentre il paese asiatico è anche il solo che è parallelamente in grado di “democratizzare” la disponibilità di prodotti avanzati e di elevata qualità a prezzi moderati, contribuendo così a sostenere il tenore di vita delle classi medie e popolari occidentali, frenando parallelamente la deriva inflazionistica dei loro partner. 

Per altro verso appare opportuno sottolineare la questione da un altro punto di vista. Nel momento in cui, ai primi del Seicento, l’Olanda cercava con molta determinazione di farsi strada sui mari, uno studioso di quel paese, Hugo Grotius, scrisse un testo molto efficace, Mare Liberum, in cui sosteneva che il mare era un territorio internazionale e che tutti i paesi dovevano poterlo usare per il commercio, contro la Spagna e il Portogallo che pretendevano ad un diritto di Mare Clausum, in particolare per i commerci con l’Asia.

Ma quando l’Olanda riesce alla fine a mettere insieme la flotta più potente del mondo allora conosciuto in Occidente e diventa la potenza marittima più importante la musica presto cambierà. Ne farà le spese, tra gli altri, una piccola squadra navale genovese, armata dai mercanti locali, che voleva anch’essa partecipare ai lucrosi traffici con l’Asia. Appena la squadra esce dal porto di Genova gli olandesi la affondano. La libertà dei mari non valeva più.

In maniera sostanzialmente simile, come è noto, i paesi occidentali hanno in questo dopoguerra predicato a tutto il mondo il libero mercato delle merci e dei capitali come strumento per diffondere crescita economica e benessere, imponendolo, anche tramite gli organismi internazionali sotto il loro controllo, dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario Internazionale, all’Organizzazione Mondiale per il Commercio, anche a paesi molto recalcitranti. Ora che la Cina vince al loro stesso gioco tali regole non convengono loro più e cercano di cancellarle sotto tutti i pretesti possibili. Il protezionismo avanza così negli Stati Uniti come nei paesi dell’Unione Europea.

Per ricordare i danni che esso può provocare si può sottolineare come il costo di un’auto che si può trovare in Cina per 10.000 dollari è negli Stati Uniti di 50.000 e per una vettura di peggiore qualità; nel primo paese il costo di un robotaxi è di 40.000 dollari, mentre nel secondo esso oscilla tra i 130 e i 200.000 dollari.

Cosa fa e cosa dovrebbe fare l’Unione Europea

Negli anni scorsi Bruxelles non è rimasta inattiva contro la Cina, mentre molta di tale ostilità è presumibilmente teleguidata dagli Stati Uniti.

C’è stata, alla fine del 2024, la sovratassa sulle importazioni di vetture elettriche. Vanno poi ricordate le clausole di salvaguardia sull’acciaio che dovrebbero entrare in vigore nel luglio di quest’anno, mentre quelle sulle ferroleghe sono in vigore già dal luglio 2025; poi si è deciso di tassare i piccoli pacchi (12 milioni al giorno) che arrivano ogni giorno nei paesi dell’UE. Si sta ora cercando di mettere a punto un progetto denominato Industrial Accelerator Act; questo testo introduce la preferenza europea nelle gare pubbliche e nella distribuzione degli aiuti pubblici, mentre rinforza i controlli su alcune categorie di investimenti esteri, quelle in cui la presenza cinese è particolarmente importante (Malingre, 2026). 

Nel gennaio del 2026 Bruxelles ha infine elaborato una proposta di revisione del suo Cybersecurity Act risalente al 2019. Con tale proposta ci si propone di introdurre delle clausole di sostanziale blocco dei fornitori provenienti da paesi ad alto rischio in ben 18 settori. Ovviamente si mira alla Cina.

Si tratta di una proposta per molti versi suicida. Intanto ad essa il paese asiatico reagirà ovviamente con contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che l’UE non si potrebbe permettere, vista anche la difficile situazione in cui versa la sua industria, in posizione di lotta contro tutti, avendo tra l’altro chiuso i ponti con la Russia per l’energia e trovandosi infine in un conflitto di fondo con gli Stati Uniti; la misura vedrebbe inoltre ritardare le produzioni e le tecnologie per combattere la crisi climatica. La Camera di Commercio cinese nell’Unione Europea ha effettuato uno studio con la società di consulenza e revisione KPMG da cui risulta che tali misure avrebbero un costo per i paesi dell’UE di ben 368 miliardi di euro in cinque anni.

Intanto il Commissariato francese per il Piano propone di tassare tutte le esportazioni cinesi al 30%.

Non mancano poi le azioni di disturbo dei singoli paesi dell’Unione, come quella da parte del governo italiano contro gli azionisti di controllo cinesi di Pirelli o ancora quella del governo olandese contro gli azionisti sempre cinesi di Nexperia. E anche da parte di Bruxelles va ricordato il duro accanimento contro la Nuctech.

Per altro verso, va ricordato che, secondo un rapporto dell’Organizzazione Metereologica Mondiale della fine dell’aprile 2026 riguardante il cambiamento climatico, l’Europa è l’epicentro del riscaldamento globale. Questo continente è quello che si riscalda più velocemente tra tutti, due volte di più della media mondiale. L’inazione molto costa più cara dell’azione.

Invece di cercare, come sarebbe ragionevole, un grande accordo con il paese asiatico e un piano di dimensioni adeguate per lo sviluppo delle nuove tecnologie nel nostro continente, unico mezzo per permettere lo sviluppo di una strada favorevole per tutti, un settimanale autorevole come The Economist, sottolinea che le probabilità di una guerra commerciale tra l’UE e la Cina sono ora molto più alte di quanto la gran parte degli europei pensano e che l’Europa si trova ormai vicina ad un punto di non ritorno.

Ma, per altro verso, all’interno dell’UE ci sono profonde divisioni sulla questione.

Emmanuel Macron in una intervista al Financial Times del dicembre 2025 ha affermato che se le cose non cambiavano l’Europa non avrebbe avuto altra scelta che quella di adottare delle misure protezioniste. Ma il discorso tedesco appare diverso. Per affrontare la concorrenza cinese il governo di tale paese preferisce invece affermare la necessità per l’Europa di diventare più competitiva (Malingre, 2026). Sino a quando le due potenze principali dell’Unione Europea saranno in profondo disaccordo la situazione rimarrà almeno parzialmente bloccata.

Conclusioni

Si sta sviluppando una nuova ondata di esportazione di prodotti cinesi, questa volta in settori per la gran parte tecnologicamente avanzati, in particolare, anche se non solo, in quelli che servono a combattere una crisi climatica incombente. Tale ondata sembra provocare il panico qua e là nel mondo, in particolare in Occidente.

Alla fine, comunque, lo shock cinese non è una cosa che ci si può permettere di respingere, in una situazione in cui la scadenza per ottenere un mondo decarbonizzato appare non negoziabile. Ma i paesi dell’UE, che si trovano tra l’altro al centro del riscaldamento globale, privi di una guida politica adeguata, invece di cercare un accordo con il paese asiatico sono fortemente tentati di entrare in conflitto con esso, conflitto che potrebbe danneggiare fortemente la già difficile situazione dell’area.

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