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Lorenzo Feltrin 27 Maggio 2026
Le navi paralizzate sullo Stretto di Hormuz al centro delle trattative di questi giorni tra Usa e Iran sono una testimonianza tangibile e potente del nesso tra idrocarburi e agricoltura
L’aggressione di Stati uniti e Israele contro l’Iran ha confermato i rischi di una matrice energetica globale che dipende ancora significativamente dai combustibili fossili. Ma non solo. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha messo in crisi anche le filiere di approvvigionamento dei fertilizzanti chimici, scuotendo un sistema agricolo già sottoposto a molteplici stress, dagli impatti del cambiamento climatico a una preesistente tendenza all’aumento dei costi di produzione.
Fertilizzanti chimici e combustibili fossili sono a loro volta intrecciati da stretti legami. L’agricoltura convenzionale moderna dipende fortemente da input esterni di tre nutrienti chiave: azoto, fosforo e potassio. Per quanto riguarda i fertilizzanti azotati, il gas naturale è utilizzato sia come fonte energetica che come materia prima per la produzione di idrogeno, combinato con l’azoto atmosferico per la sintesi dell’ammoniaca. Lo zolfo è invece necessario per la produzione di acido solforico che, unito al fosfato, genera acido fosforico. Se una volta lo zolfo veniva estratto dai giacimenti di pirite o dalle solfatare siciliane, oggi la stragrande maggioranza dell’output mondiale di zolfo si dà come sottoprodotto della raffinazione di petrolio e gas. Ammoniaca e acido fosforico sono i prodotti intermedi alla base dei fertilizzanti complessi che vengono sparsi nei campi di tutto il mondo da macchine spandiconcime trainate da trattori a diesel.
Le navi paralizzate sullo Stretto di Hormuz sono una testimonianza tangibile e potente del nesso tra idrocarburi e agricoltura. Al livello globale, un terzo dei fertilizzanti commerciati via mare passava attraverso Hormuz, prima che Trump e Netanyahu decidessero di bombardare il principale paese che si affaccia su questo strategico collo di bottiglia.Attraverso lo stretto transitavano anche importanti porzioni di materie prime e intermedie necessarie alla produzione di fertilizzanti altrove: circaun quinto del gas naturale e dell’ammoniaca e ben lametà dello zolfo sui mercati globali. Anche se lo stretto riaprisse nei prossimi giorni, ci vorrà del tempo per assorbire lo shock. In assenza di miracoli improvvisi, l’incipiente aumento del costo dei fertilizzanti contribuirà a una nuova ondata d’inflazione alimentare.
I fertilizzanti non sono dunque un mero input agricolo, sono anche una risorsa critica nascosta nel cuore dei conflitti globali, nel ruolo sia di bottino di guerra che di arma strategica. Non si tratta tuttavia di un fenomeno recente. In realtà, fertilizzanti, imperialismo e guerra si sono intersecati in una trama dir oltre un secolo. Si veda anche l’imperialismo e il fascismo italiano. Infatti, i fertilizzanti sono stati uno dei molteplici fattori che hanno contribuito a plasmare l’espansione coloniale, l’economia politica e anche le strategie militari della prima metà del XX secolo.
L’ascesa dei fertilizzanti chimici
Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale in espansione nel Nord globale spingeva una porzione sempre più ampia della forza lavoro dai campi alle officine, le miniere, i cantieri e l’economia dei servizi. Come nutrire crescenti masse di persone che non producevano il proprio cibo divenne una questione di estrema urgenza, come dimostrato dall’interesse di Marx per l’opera del chimico agrario Justus von Liebig. Ciò diede inizio a una corsa per l’accaparramento delle materie prime necessarie alla produzione di fertilizzanti.
Il guano, ricco di fosforo e azoto, veniva estratto dalle isole peruviane per essere esportato nel Nord globale. Negli anni Sessanta dell’Ottocento, il tentativo della Spagna di strappare tale tesoro all’egemonia britannica sfociò nella Guerra Ispano-Americana, un chiaro esempio di scontro intra-imperialista per le risorse naturali. Tuttavia, dopo mezzo secolo di estrazione incessante, le riserve di guano si esaurirono quasi completamente. L’approvvigionamento di azoto fu quindi garantito dalle miniere di nitrati del Cile, per le quali gli interessi britannici fomentarono la Guerra del Pacifico (1879-84) tra Cile, Bolivia e Perù. Di questo conflitto tratta il consigliatissimo film Caliche sangriento (1969) di Helvio Soto, poi bandito dalla dittatura di Pinochet.
All’inizio del XX secolo, lo scienziato tedesco Fritz Haber – ricordato anche come il padre della guerra chimica – dimostrò come sintetizzare industrialmente l’azoto a partire da idrogeno e aria fresca. Il fosforo, invece, doveva essere ricavato tramite l’estrazione di rocce fosfatiche. Mentre le isole del guano peruviane restavano quasi esauste e le miniere cilene di nitrati venivano abbandonate alla rovina, nel tardo Ottocento furono aperte tre «frontiere del fosfato»: il sud-est degli Stati uniti, il Nord Africa e il Pacifico meridionale. È così che abbiamo cominciato, sostanzialmente, a nutrirci degli scheletri di plesiosauri, mosasauri, megalodonti, squali e altre creature marine – forse meno carismatiche – che in milioni di anni la natura ha trasformato in riserve di fosfato. E così, nei decenni seguenti, emerse anche uno dei grandi paradossi di azoto e fosforo: da un lato servono a stimolare la crescita degli esseri viventi, dall’altro servono a ucciderli – tramite la produzione di esplosivi (lettrici e lettori ricorderanno la detonazione del nitrato d’ammonio che ha devastato Beirut nel 2020) e armi chimiche (come le bombe incendiarie al fosforo che Israele ha utilizzato per fare terra bruciata in Libano).
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La febbre del fosfato
Tra il XIX secolo e l’inizio del XX, la Francia acquisì il controllo di importanti riserve di fosfato grazie al suo dominio coloniale su Tunisia, Algeria e Marocco. L’Italia, arrivata tardi alla costruzione di un impero, temeva di rimanere indietro. La stampa nazionalista iniziò così a promuovere l’idea che la Libia possedesse enormi ricchezze minerali. Politici, industriali e banche furono attratti dalla prospettiva di un «El Dorado del fosfato». Quest’idea divenne parte integrante della più ampia campagna politica per l’invasione della Libia nel 1911.
Per decenni, governi e aziende italiane finanziarono costose spedizioni geologiche nel deserto libico, inseguendo il «miraggio dei fosfati». È in questo contesto che il generale Rodolfo Graziani commise un genocidio in Cirenaica per isolare i ribelli guidati dal leggendario Omar al-Mukhtar, immortalato anche dal film Il leone del deserto (1981) di Moustapha Akkad, censurato in Italia fino al 2009. Eppure, una missione dopo l’altra, le tanto agognate scoperte di fosfati si rivelarono deludenti.
Parallelamente, le compagnie italiane ottennero l’accesso diretto all’estrazione di fosfati in Tunisia (a Kalaa Djerda) e in Egitto (a El Qoseir), paesi che erano però rispettivamente sotto il controllo francese e britannico. Anche in queste miniere vigevano i regimi lavorativi fortemente gerarchici e razzializzati tipici dell’estrattivismo nei contesti di occupazione coloniale. Tutti i posti dirigenziali erano occupati da europei. Lo stesso valeva per i tecnici, i supervisori e gli operai specializzati, principalmente agordini a El Qoseir – spediti direttamente dalle Alpi al Sahara – e sardi (dalla zona mineraria del Sulcis-Iglesiente) a Kalaa Djerda. Gli arabi erano praticamente tutti impiegati come manodopera «dequalificata». I documenti d’archivio mostrano sistemi salariali esplicitamente discriminatori, in cui i lavoratori arabi ricevevano una retribuzione significativamente inferiore rispetto agli europei. Il fosfato a buon mercato contribuì a ridurre i costi alimentari in Europa, ma il sistema si fondava sul super-sfruttamento della manodopera e l’appropriazione delle risorse delle colonie.
Fascismo, agricoltura e impero
Durante il ventennio, i fertilizzanti chimici acquisirono un’importanza ancora maggiore. Com’è noto, Mussolini si era spianato la strada al potere anche reprimendo il movimento contadino per la riforma agraria scoppiato nel Biennio Rosso. Nel 1925, il regime lanciò la Battaglia del Grano, un’ambiziosa campagna per incrementare la produzione italiana di grano e ridurre la dipendenza dalle importazioni. Il colosso minerario e chimico Montecatini ampliò enormemente la produzione di fertilizzanti, mentre marketing e propaganda si fondevano per incoraggiare gli agricoltori a adottare tecniche agricole ad alti input esterni. I manifesti dell’epoca raffigurano contadini che, col sorriso, raccolgono enormi spighe di grano legate in fasci che riproducono il simbolo del partito.
Questi processi ricordano molto l’analisi di Harry Cleaver sulla Rivoluzione Verde del Secondo Dopoguerra, interpretata come uno sviluppo tecnologico funzionale a contenere le lotte di classe contadine nel Sud Globale. La «Rivoluzione Verde fascista» riuscì ad aumentare la produzione di grano, ma con essa si accrebbe anche il bisogno italiano di fosfati importati. C’era quindi una contraddizione fondamentale in quella che divenne poi la politica autarchica fascista: il regime affermava di volersi liberare dalla dipendenza estera, ma incrementava strutturalmente la propria dipendenza dalle catene di approvvigionamento di minerali dalle colonie.
Questa situazione divenne sempre più pericolosa nella misura in cui la stessa avanzata del nazi-fascismo spingeva sempre più il mondo verso una nuova grande guerra. In una lettera indirizzata ai governatori della Tripolitania e della Cirenaica e contrassegnata come segreta – probabilmente scritta dal generale Pietro Gazzera nel 1932 – si legge: «Il Ministero della Guerra ha prospettato, nel quadro generale del problema del rifornimento della Nazione in guerra, il problema particolare del rifornimento delle fosforiti e, in vista delle difficoltà di assicurarsi altri centri di produzione cui avevasi pensato, e dietro suggerimento del Ministero dell’Agricoltura, ha espresso l’avviso che sia utile riprendere gli studi e ricerche di giacimenti di fosforiti in Tripolitania e Cirenaica».
L’ultimo incaricato della lunga e fallimentare serie di esplorazioni fu Italo Balbo, dal 1934 governatore di tutta la Libia, che nel 1936 istituì l’Ufficio Geologico Minerario della colonia per rilanciare le ricerche. Tuttavia, nel giugno del 1940, quando lo stivale sferrò i primi calci nel conflitto globale, in Libia non erano ancora state scoperte riserve sfruttabili. Le spedizioni di Balbo non andarono oltre, poiché – com’è noto – nel primo mese di guerra il suo aereo fu abbattuto dal fatale fuoco amico, segno rivelatore della reale preparazione del fascismo al glorioso appuntamento con la Storia.
Non appena l’Italia entrò in guerra, il Regno Unito requisì le miniere di El Qoseir in Egitto. Con gli sconvolgimenti bellici delle rotte commerciali del Mediterraneo, il paese rimase tagliato fuori anche dalle importazioni di fosfati tunisini. Il sogno fascista dell’autarchia si rivelò così essere anch’esso un miraggio. La produzione di fertilizzanti crollò, l’output agricolo si contrasse drasticamente e la penuria alimentare si fece sempre più grave. Le difficoltà economiche giocarono un ruolo non indifferente nell’erosione del controllo fascista su contadini e operai, e nella scelta di molti di unirsi alla Resistenza.
Ecologia e guerra
Alla luce di quanto detto, il fosfato può essere visto come un minerale critico per l’Italia della prima metà del Novecento, anche se all’epoca questa terminologia non era utilizzata nei circoli governativi del paese. Ciononostante, il concetto di «minerale critico» affonda le proprie radici nella Prima guerra mondiale, quando le grandi potenze belligeranti iniziarono a stilare elenchi dei «materiali bellici» necessari per combattere un conflitto pienamente industrializzato. In tale contesto, minerali critici erano quelli considerati essenziali per la sicurezza nazionale (concetto tutt’altro che neutrale) ma la cui fornitura poteva essere compromessa. A causa di questo nesso tra sicurezza e fragilità, le potenze mondiali ritennero che l’approvvigionamento di minerali critici non potesse essere lasciato ai normali meccanismi di mercato; era piuttosto necessario mettere in atto ulteriori misure «extraeconomiche» per garantire i rifornimenti, dall’attivismo diplomatico all’invasione tout court. Questa «politicizzazione della natura» può ancora essere considerata un tratto distintivo dei minerali critici.
Negli anni 2010, oltre alla sicurezza nazionale e alla fragilità dell’approvvigionamento, è emersa una terza dimensione, ovvero la criticità per la «transizione ecologica». Tuttavia, negli ultimi anni, la preparazione alla guerra ha acquisito una rinnovata centralità. Infine, l’amministrazione Trump ha accantonato ogni ambizione green, quindi la definizione originale di minerali critici rimane la più rilevante. Infatti, litio, cobalto e terre rare – per citare gli esempi più noti – non sono necessari solo per le energie rinnovabili, ma anche per le tecnologie digitali avanzate e i sistemi d’armamento all’avanguardia.
Thea Riofrancos ha suggerito che, storicamente, «etichettare risorse come ‘critiche’ ha giustificato il sostegno governativo all’estrazione e all’accesso, la deregolamentazione delle salvaguardie e la preferenza per forzature a scapito della cooperazione». In altre parole, la politicizzazione della natura che accompagna la criticità sostiene l’impiego di ulteriori pressioni extraeconomiche rispetto a quelle già presenti nelle normali relazioni di mercato; la minaccia della violenza è una dimensione implicita della genealogia del concetto di minerale critico. Infatti, conflitti armati legati ai minerali critici si sono recentemente verificati – ad esempio – nella Repubblica Democratica del Congo, in Myanmar e in Ucraina.
Come tragicamente confermato dal genocidio a Gaza, le guerre non riguardano solo energia e armi, ma anche il cibo. Dietro l’agricoltura moderna si cela una vasta infrastruttura, organizzata gerarchicamente, di minerali critici, fonti energetiche, siti estrattivi, rotte marittime e industrie chimiche. La logica imperialista che oggi sottende la divisione internazionale del lavoro – e che struttura queste reti produttive globali – presenta spiccate analogie con la realtà di un secolo fa, sotto forma di profonde disuguaglianze internazionali. La tendenza dei governi di estrema destra a trascinare il mondo in guerre che non sono in grado di controllare è altrettanto familiare, con conseguenze di enorme portata.
*Lorenzo Feltrin è ricercatore all’Università Ca’ Foscari di Venezia (Marie Skłodowska-Curie Actions Postdoctoral Fellowships, G.A. n. 101103735) e si occupa di lavoro ed ecologia. È autore del libro Workers and the World: Fighting Ecological Crisis from Within (Verso, 2026
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