Il regime? È ancora lì

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Marina Misaghinejad 26 Maggio 2026

Doveva essere la guerra che avrebbe “liberato l’Iran”. Ce l’hanno raccontata così per mesi con bombe intelligenti, sanzioni chirurgiche, il regime degli ayatollah in agonia. Bastava un’ultima spinta, ci dicevano, e il castello di carte sarebbe crollato. Le immagini delle proteste passate venivano mescolate con quelle dei bombardamenti e il prodotto finale era una storia semplice, quasi rassicurante: noi occidentali colpiamo il male, e il bene – il popolo iraniano, naturalmente – ringrazierà. Peccato che la realtà abbia la brutta abitudine di non adeguarsi alle sceneggiature, sceneggiature che conoscevamo già e che si sono nuovamente materializzate.

Oggi, dopo mesi di bombardamenti, sanzioni e propaganda sulla “liberazione”, gli Stati Uniti stanno trattando nuovi accordi con la stessa Repubblica Islamica che giuravano di voler distruggere. Tregue. Riapertura dello Stretto di Hormuz. Alleggerimenti economici. Il nemico assoluto, il miglior nemico – quello che doveva essere spazzato via dalla storia – è tornato a essere un interlocutore. Ci si siede attorno a un tavolo. Si discute. Si negozia. Domanda dunque: a cosa è servita la guerra? A cosa è servita se si poteva arrivare a un tavolo di trattative anche prima, come molti, dentro e fuori l’Iran, avevano suggerito. Perché mai bombardare per mesi? Perché distruggere infrastrutture, uccidere civili, affamare un popolo che già soffriva, se poi l’esito è lo stesso che si sarebbe potuto ottenere senza una sola bomba?

La risposta è ovvia e banale. La guerra non aveva come obiettivo la liberazione delle persone iraniane. Aveva altri obiettivi – controllo delle rotte marittime, contenimento di un nemico regionale, rassicurazione degli alleati del Golfo, spettacolo di potenza in campagna elettorale. L’Iran, il suo popolo, le sue sofferenze erano solo lo scenario. Il fondale. E quando il fondale non serve più, lo si cambia. Si passa alla scena successiva.

La guerra ha avuto anche il grande compito di rafforzare ulteriormente la Repubblica Islamica. I Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione che dovevano essere decapitati dal conflitto, sono usciti più forti di prima. Perché funziona così, con le dittature e dovremmo saperlo bene. Quando arriva una minaccia esterna, la prima cosa che fanno è chiudere i ranghi. La seconda è usare quella minaccia come giustificazione per reprimere ogni opposizione interna. Il dissenso diventa tradimento. La protesta diventa spionaggio. Lo sciopero diventa sabotaggio in tempo di guerra.

E i Pasdaran sono maestri in questo gioco. Hanno usato ogni bomba caduta sul territorio iraniano come una prova che “loro avevano ragione”, che il nemico è reale, che non ci si può fidare dell’Occidente, che l’unica protezione è il regime. Hanno consolidato il proprio potere economico, militare e politico più di quanto avrebbero mai potuto fare in tempo di pace. E dentro i confini, la repressione non è diminuita. È aumentata. Arresti di massa. Esecuzioni. Carcerazioni. Tortura. Tutto giustificato con la scusa della sicurezza nazionale. La guerra è stata la miglior propaganda “gratuita” per il regime.

Intanto, il popolo iraniano ha pagato il conto. Milioni di persone hanno perso il lavoro. Aziende chiuse, fabbriche distrutte, catene di approvvigionamento interrotte. La stabilità economica, già precaria dopo anni di sanzioni devastanti, è crollata del tutto. L’inflazione – che era già un mostro – ha mangiato ciò che restava dei risparmi. I beni essenziali – cibo, medicine, carburante per riscaldarsi d’inverno – sono diventati un lusso per molti. Non numeri, non statistiche: madri che non possono comprare il latte per i figli. Anziani che muoiono perché i farmaci non arrivano più. Giovani che vedono il futuro chiudersi davanti come una porta sbattuta in faccia.

E le infrastrutture? Distrutte. Ospedali, strade, ponti, scuole, porti. Tutto ciò che permette a un paese di funzionare, tutto ciò che permette a una persona di vivere con dignità, è stato trasformato in macerie. La guerra non ha distrutto il sistema di potere, quello è rimasto intatto, anzi rafforzato. Ha distrutto ciò che stava intorno al sistema. Ha distrutto la vita quotidiana di chi quel sistema lo subisce ogni giorno.

Internet, poi, è stato oscurato e controllato. Non solo dal regime – che già lo faceva – ma anche dalle bombe che hanno distrutto le infrastrutture di telecomunicazione. La guerra ha tolto agli iraniani anche l’ultimo spazio di discussione, l’ultima piazza virtuale dove si poteva ancora provare a dire la propria. Non c’è stata “liberazione digitale”. Non c’è stata connessione con il mondo. C’è stato solo un silenzio ancora più fitto, rotto dal boato dei bombardamenti e dal rumore delle catene.

Allora facciamo un bilancio. Prima della guerra: regime al potere, Pasdaran forti, sanzioni in atto, economia a pezzi, repressione sistematica, opposizione interna debole ma viva. Dopo la guerra: regime ancora al potere, Pasdaran più forti di prima, sanzioni in via di alleggerimento (ma solo perché gli Usa devono giustificare l’accordo), economia ancora più a pezzi, repressione più dura che mai, opposizione interna ridotta al silenzio.

La guerra ha tolto al popolo iraniano l’ultima speranza di cambiare le cose dal basso. Perché chi voleva costruire un’alternativa democratica, non violenta, autonoma, ora è stato incarcerat3, costretto alla fuga o semplicemente mess3 a tacere dal rumore delle bombe. E quando il rumore cesserà – come sta cessando adesso, con gli accordi – si troverà davanti a un deserto. Un paese più povero, più isolato, più vulnerabile. E un regime più forte di prima.

Ancora una volta, gli imperi parlano di libertà mentre trattano sulla pelle dei popoli. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Ancora una volta, chi vive sotto dittatura viene sacrificato – letteralmente sacrificato – sull’altare di un gioco sporco.

Un Iran libero non nascerà dalle bombe statunitensi. Questo dovrebbe essere ormai chiaro a chiunque abbia un minimo di memoria storica. E non nascerà dalla repressione degli ayatollah, questo è altrettanto evidente. Nascerà – se mai nascerà – da un movimento interno, autonomo, paziente, faticoso, che costruisce spazi di libertà dal basso, senza aspettare che nessun impero li consegni. Un movimento che in questa guerra ha perso terreno, voce, forza, speranza.

Chi oggi celebra questa guerra come una vittoria dovrebbe guardare la realtà in faccia. Senza filtri. Senza ideologia. Senza bandiere. Il regime è sopravvissuto. I Pasdaran sono più forti. La repressione è peggiorata. Le prigioni sono piene. Le esecuzioni continuano. Il popolo iraniano – quello che dicevano di voler liberare – è più povero, più isolato, più vulnerabile, più solo di prima.

Missione compiuta? Sì. Per i peggiori.


Marina Misaghinejad, antropologa italo-iraniana, si occupa di Iran, diaspore, movimenti transfemministi e islamofobia. Pubblica alcuni suoi articoli sulla piattaforma Substack.com.

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