Dal blog krisis.info
| di Giulia Contini | mer 27 mag, |
«Raccolta delle olive», dipinto da Vincent van Gogh nel 1889. Wikimedia Commons. Licenza Public Domain
La pulizia etnica tramite lo sradicamento dei simboli di un popolo: il caso degli uliveti palestinesi
Dal 1948 a oggi, la distruzione dei terreni olivetati emerge come fenomeno economico, territoriale e metaforico. Tra estirpazione delle piante, restrizioni all’accesso alle terre e violenze dei coloni, l’analisi ricostruisce l’impatto materiale di tali pratiche, evidenziandone anche il valore identitario e culturale. Per i palestinesi, l’albero millenario diventa così il punto di intersezione tra sopravvivenza e appartenenza, al centro di un conflitto che si gioca anche sul controllo dello spazio e dei suoi emblemi.
IN BREVE
Politiche di sradicamento Il ministro israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato l’abbattimento di 3.000 ulivi in Cisgiordania, per distruggere «l’idea di uno Stato palestinese».
Devastazione a Gaza I bombardamenti nella Striscia hanno raso al suolo oltre l’80% dei campi coltivabili, riducendo gli ulivi a circa 150.000 e compromettendo i frantoi.
Economia e sussistenza Prima della guerra, fra Gaza e Cisgiordania,la coltivazione olivicola interessava il 45% delle terre palestinesi, garantendo il sostentamento a 100.000 famiglie.
Identità & sumud L’ulivo simboleggia la resilienza culturale, detta sumud. E lega il popolo palestinese alla propria terra, attraverso la tradizione della raccolta.
Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Giulia Contini. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire il rigore scientifico e la coerenza con i nostri standard editoriali.
«Stiamo costruendo la Terra di Israele e distruggendo l’idea di uno Stato palestinese». Con queste parole inequivocabili, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato, il 7 maggio 2026, lo sradicamento di 3.000 ulivi piantati dai palestinesi nel Nord della Cisgiordania, vicino a Jenin, per la creazione di nuovi insediamenti di coloni. Il 18 maggio i bulldozer israeliani sono entrati nella città di Azzun, a Est di Qalqilya, distruggendo un’area coltivata di circa 500 metri quadrati intorno all’insediamento illegale di Ma’ale Shmron.
Nonostante la stagione del raccolto delle olive sia ormai giunta al termine, la violenza dei coloni israeliani sui palestinesi prosegue. All’interno del rapporto Ohchr, il 2025 è stato definito «il più violento mai registrato»: dal solo primo ottobre si contano 167 attacchi da parte dei coloni su 87 villaggi, prendendo di mira sia contadini sia attivisti per i diritti umani, solamente a partire dal primo ottobre, in concomitanza della raccolta delle olive.
In un altro rapporto Ohchr del 21 ottobre 2025, già a metà dell’anno si contavano 757 attacchi da parte dei coloni, un aumento del 13% rispetto al 2024, con cifre ben tre volte superiori rispetto agli anni precedenti. Nella Striscia di Gaza durante gli attacchi sono stati distrutti più dell’80% dei campi coltivabili, toccando il 90% per il Nord della Striscia.
Prima dell’inizio del conflitto, la Striscia contava circa due milioni di ulivi dislocati su 5.000 ettari (50.000 dunum). Oggi si stima la sopravvivenza di appena 150.000 alberi su una superficie ridotta a 450 ettari, su un totale di 4.000 ettari rimasti coltivabili in tutta la Striscia.
Inoltre, come riporta la Palestinian Press Agency, i bombardamenti hanno distrutto 34 dei 40 frantoi, con soltanto quattro stabilimenti per la lavorazione delle olive ancora in funzione. Tuttavia, a causa della difficoltà nel reperire il carburante, anche questi ultimi rischiano l’interruzione dell’attività.
Non si tratta di un fenomeno recente: dal 1948, con la distruzione dei villaggi palestinesi durante la Nakba, molti degli uliveti andarono perduti, espropriati o incorporati in parchi nazionali. Secondo un rapporto dell’UNCTAD del 2015, dal 1967 al 2011, con l’occupazione illegale della Cisgiordania da parte di Israele, circa 2.5 milioni di alberi sono stati sradicati, di cui 800.000 ulivi. Molti campi, anche se non sono stati distrutti, sono impossibili da coltivare: per riuscire a oltrepassare i posti di blocco, c’è bisogno di un lasciapassare rilasciato dalle autorità militari israeliane, che viene negato sempre più spesso, lasciando incolti 9.600 ettari di terra.
La costruzione del muro da parte di Israele in Cisgiordania nel 2002 (dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2004) costituisce un ulteriore ostacolo per i contadini, essendo stato eretto per l’86% su territorio palestinese. Secondo un rapporto Onu del 2011, il muro separa circa l’80% dei proprietari originari dai propri campi, data la difficoltà nell’ottenere un permesso da «visita», soprattutto a partire dal 2023 dopo l’invasione della striscia di Gaza, come testimoniato da Al Jazeera.
Sotto pressione delle Nazioni Unite, lungo il tracciato del muro sono stati predisposti dei varchi per consentire il transito dei coltivatori. Ciononostante, ben 44 su 66 varchi sono aperti solamente durante la stagione della raccolta, precludendo le necessarie attività agricole nel resto dell’anno. Nel 2023 96.000 dunum (9.600) sono stati lasciati incolti, provocando una perdita di 10 milioni di dollari per i palestinesi, mentre nel 2024, la cifra ha superato i 22 milioni e mezzo di dollari.
Con i trattati di Oslo del 1993, la Cisgiordania venne divisa in tre zone: la zona A ad amministrazione palestinese; la zona B ad amministrazione civile palestinese e controllo militare israeliano e la zona C sotto amministrazione israeliana. Nonostante fossero intese come misure temporanee, divennero lo status quo. La zona C, va evidenziato, comprende circa il 60% della Cisgiordania e rappresenta anche l’area più fertile e con le maggiori risorse idriche dei territori palestinesi.
Durante la Seconda Intifada, nel 2000, Israele distrusse il 20% delle terre coltivabili della Striscia di Gaza. Per concludere l’elenco, tra il 2010 e il 2023 altri 278.000 ulivi sono stati distrutti o danneggiati, a cui vanno aggiunti ulteriori 19.000 distrutti nel 2023. Qual è il motivo dietro la distruzione degli uliveti da parte di Israele? Per rispondere alla domanda, bisogna prima capire che significa l’ulivo per i palestinesi.
L’ulivo rappresenta un elemento centrale della vita palestinese, a livello sia simbolico sia pratico. Prima della guerra a Gaza, circa il 45% del terreno coltivabile era utilizzato per le olive, che davano sostentamento a circa 100.000 famiglie tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. L’industria olearia rappresentava il 70% della produzione fruttifera locale e contribuiva per il 14% all’economia locale.
Inoltre, dal 1967 in avanti gli ulivi avevano assunto anche un valore di natura strategica a protezione delle terre palestinesi. Con l’occupazione israeliana, molti terreni erano stati requisiti in quanto incolti. Richiedendo poca acqua ed essendo relativamente facili da coltivare, gli uliveti si sono rivelati una scelta perfetta per mantenere la proprietà dei terreni.
Poiché molti erano stati piantati secoli prima della nascita di Israele, gli uliveti hanno rafforzato il sentimento di appartenenza dei palestinesi alla loro terra e sono diventati uno dei simboli più rappresentativi della risolutezza (sumud, صمود) di un intero popolo. Oggi gli ulivi rappresentano la resistenza del popolo palestinese che, nonostante le sfide che deve affrontare, continua a coltivare e proteggere la propria terra e la propria cultura.
Il concetto di sumud è un elemento chiave dell’identità palestinese. Si tratta di una strategia elaborata dopo la Guerra dei sei giorni ed è ancora praticata ai giorni nostri, come dimostra la scelta del nome Sumud Flotilla (la flotta della resilienza). Il concetto di resistenza può essere declinato in modo dinamico, attraverso la creazione di istituzioni alternative e resistenza attiva, o statico, con la protezione della cultura e stile di vita palestinese.
La resilienza statica prevede proprio l’azione di ripiantare gli alberi una volta distrutti o estirpati. Ogni anno, per far fronte alle violenze israeliane, vengono ripiantati 10.000 nuovi ulivi in Cisgiordania, anche grazie al contributo di varie organizzazioni internazionali.
L’analogia tra la resilienza palestinese e le radici dell’ulivo e, quindi, l’appartenenza e la permanenza dei palestinesi nella propria terra, rappresenta una figura ricorrente in molte poesie e quadri. Ad esempio, la raccolta delle olive è un tema ricorrente all’interno quadri dell’artista Sliman Mansour.
L’ulivo figura anche nel poema di Raja Shehadeh del 1982. «A volte, quando cammino per le colline… ammirando inconsciamente il tocco della terra dura sotto i miei piedi, il profumo del timo e delle colline e degli alberi intorno a me, mi ritrovo a guardare un ulivo» scrive il poeta. «E mentre lo guardo, si trasforma davanti a me nel simbolo dei samidin (resiliente, colui che resiste ndr), della nostra lotta e delle nostre sconfitte. E proprio in quel momento vengo privato dell’albero: al suo posto c’è uno spazio vuoto, dove scorrono rabbia e dolore».
Le foglie dell’ulivo sono rappresentate anche all’interno della kefiah, il copricapo tradizionale del Levante,come simbolo di forza, resistenza e perseveranza.
Gli ulivi vengono sentiti come membri della famiglia e, di conseguenza, il loro sradicamento diventa un lutto personale [1]. Rappresenta, inoltre, una sintesi della Nakba. Non solo una violenza a livello fisico, ma soprattutto a livello identitario: perdendo le proprie radici, i palestinesi sentono di perdere il proprio posto nel mondo. È anche questo un tema presente in molte poesie, in particolare nei versi di Mahmoud Darwish:
Oltre al significato politico e culturale, l’ulivo è considerato un albero benedetto all’interno del Corano, in particolare nella Surah An-Nur (24:35): «Allah è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella di una nicchia in cui si trova una lampada, la lampada è in un cristallo, il cristallo è come un astro brillante; il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco».
Il legame religioso, però, è sentito anche dalle comunità cristiane palestinesi. Non a caso, l’albero, l’olio e le olive compaiono molto spesso all’interno della Bibbia (la preghiera di Gesù al monte degli Ulivi, l’entrata di Gesù a Gerusalemme con rami di ulivo) e all’interno delle liturgie (la Domenica delle palme e l’Unzione durante i sacramenti).
Le città di Betlemme, Beit Sahour e Beit Jala, a maggioranza cristiana, sono famose in tutto il mondo per l’artigianato di oggetti religiosi in legno di ulivo, una tradizione risalente al IV secolo. Il più antico ulivo in Palestina, soprannominato Al-Badawi (il nomade), si trova nel villaggio di Al-Walaja, vicino a Betlemme, a soli 20 metri dal Muro, e si ritiene che abbia più di 5.500 anni.
L’età degli alberi non è un fattore secondario: dimostra l’infondatezza dello slogan propagandistico «una terra senza popolo per un popolo senza terra», secondo cui la Palestina sarebbe stato un luogo disabitato prima dell’arrivo degli ebrei. Gli ulivi connettono le vecchie generazioni a quelle future, come una sorta di eredità e speranza per il futuro in una cosa sola. E le generazioni più giovani si sentono in dovere di preservare il «dono» delle generazioni precedenti. Questo sentimento si può semplificare con il detto palestinese «Gharasu fa-akalna wa-naghrosu fa-yaekolun» (loro [gli antenati] li hanno piantati così che noi mangiassimo, così noi li piantiamo così che loro [i discendenti] mangino).
Tradizionalmente la raccolta delle olive, mawsim al-zaytoun, avviene tra ottobre e novembre. Il momento è sentito come una celebrazione del proprio legame con la terra. Non a caso, durante la prima Intifada, le scuole palestinesi (dalle università alle scuole di primo grado) cominciarono a sospendere le lezioni durante il periodo della raccolta, per permettere a tutti di parteciparvi [2].
È un lavoro che coinvolge l’intera comunità, che canta canzoni tradizionali, come l’Ala Dalouna. Il pranzo della raccolta viene celebrato come una festa, dove si mangia cibo tradizionale palestinese come focacce, hummus, labneh e maqloubeh. Una volta pressato l’olio, viene «assaggiato» prima della filtratura, il zeyt ifghish, su pane tabouna fresco. Le feste più particolari sono quella di Betlemme, al centro della città, e quella di Jenin, sui terrazzamenti attorno alla città.
Le olive ancora oggi vengono raccolte manualmente, seguendo metodi tradizionali. Le raccolta si svolge in tre modi differenti: la raccolta manuale, l’uso dei teloni oppure la battitura degli ulivi con un bastone (chiamato matraq o falqa). Questa scena compare anche nelle prime pagine del romanzo Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa. «Si girò a guardare Hassan e Darwish, i loro pettorali rigonfi sotto le vesti a ogni colpo di bastone che faceva cadere le olive» scrive l’autrice palestinese. «I miei figli! Il cuore si riempì d’orgoglio».
Una volta raccolte le olive, queste vengono smistate e ripulite manualmente dai contadini. Dopo la selezione, avviene il processo di molitura per estrarre l’olio attraverso presse a pietra oppure presse idrauliche.
Che cosa significa distruggere gli ulivi, quindi? Nel suo aspetto più pratico, significa negare l’autosufficienza economica a circa 100.000 palestinesi. Inoltre, secondo alcune denunce, con il completo controllo delle risorse idriche da parte di Israele e la campagna di pesticidi tossici viene negata loro anche l’autosufficienza alimentare. Come sottolineato da The Ecologist, alcuni studiosi utilizzano la categoria di un ecocidio per descrivere la devastazione ambientale nei territori, ipotizzando una correlazione strutturale tra la distruzione degli ecosistemi e la pulizia etnica [3].
Oltre agli aspetti pratici, si tratta anche di una guerra di simboli. Vista l’importanza politica (soprattutto a partire dal 1967), religiosa e culturale e simbolica dell’ulivo, le politiche di Israele risultano chiare: la distruzione degli uliveti non avviene solo per compromettere l’autosufficienza economica e alimentare dei palestinesi, ma per eliminare il legame che hanno con la loro terra.
Durante la Nakba, molti degli alberi autoctoni sono stati sistematicamente sradicati e sostituiti con pini europei, inadatti al clima Mediterraneo e inclini a incendi, oppure con piante da frutto non autoctone, come le banane. Il tema è stato affrontato qualche anno fa da Meron Benvenisti, politologo e giornalista israeliano, in un’intervista a Haaretz. «Andai al Kibbutz Rosh Hanikra negli anni Cinquanta» ha detto il sostenitore dei due Stati, «e provai la sensazione trascendente di lavorare nei bananeti senza accorgermi che per piantare i banani stavo sradicando gli ulivi millenari di un villaggio palestinese».
[1] Nazzal, Rehab. (2019). The Olive Tree and the Palestinian Struggle Against Settler-Colonialism in “Canada and Beyond: A Journal of Canadian Literary and Cultural Studies”, p. 88.
[2] Nasser Abufarha (2008) LAND OF SYMBOLS: CACTUS, POPPIES, ORANGE AND OLIVE TREES IN PALESTINE, Identities: Global Studies in Culture and Power, p.358.
[3] Pinar Dinc & Necmettin Türk (2025) Roots of destruction: exploring the genocide-ecocide nexus through the destruction of olive trees in occupied Palestine and Rojava, The International Journal of Human Rights, p.8.
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Giulia Contini Nata nel 2002. È studentessa al secondo anno del corso magistrale di Scienze storiche all’Università degli Studi di Milano. Laureata con una tesi in Geografia storica dal titolo «Piani di divisione territoriale per la Bosnia ed Erzegovina dal 1991 al 1995, tra nazionalismi contrapposti e intervento internazionale».