Le necessità del colonialismo spaziale e il valore dimenticato della scienza

Dal blog https://www.lafionda.org

28 Mag , 2026|Francesco Paolo Panei

Poco più di un mese fa, la NASA ha portato a termine una missione storica riportando 4 astronauti in orbita lunare dopo 54 anni. La loro emozione è tangibile nei molteplici messaggi riferiti alla lontana Terra, rilasciati da migliaia di chilometri di distanza.

“In all of this emptiness […] you have this oasis, this beautiful place that we get to exist together […] This is an opportunity for us to remember where we are, who we are and that we are the same thing and that we got to get through this together.”                                     V. Glover, pilota della missione

The thing that changed for me, looking back at Earth, was noticing not only the beauty of Earth, but how much alike we are, how the same thing keeps every single person on planet Earth alive: we evolved on the same planet, and we have some shared things about how we love and live that are just universal.”                                                                                                    C. Koch, membro dell’equipaggio

Nonostante tutti questi messaggi di amore universale,fatti risonare su tutti i canali mediatici dell’occidente, tutte le foto meravigliose, la missione Artemis non è una né una missione prettamente scientifica, né tantomeno pacifica e umanitaria. Si iscrive in un programma ben più ampio del quale è importante sottolineare gli aspetti commerciali e paramilitari, volti ad avvantaggiare il blocco geopolitico e industriale guidato dagli Stati Uniti e dalle sue aziende big tech sul suo grande rivale, la Cina.

La natura economica del rinnovato interesse lunare

La prima domanda che sorge spontanea è: “perché stiamo andando sulla Luna, di nuovo?”. Perché inviare esseri umani nell’orbita lunare dopo più di mezzo secolo di assenza? E perché questa assenza?

Dopo l’ultima missione del programma Apollo del 1972, non è cessato l’interesse per la Luna, ma si è amplificato quello relativo all’esplorazione del resto del sistema solare e, più generalmente, dello spazio profondo. Alla luce dei campioni rocciosi riportati sulla Terra dall’ultima missione dell’era Apollo, era infatti credenza generale che la Luna fosse un satellite secco ed arido, privo di risorse particolarmente interessanti. In questa ottica, una volta guadagnato il prestigiodi avervi messo piede e piantata la bandierina, i costi della presenza umana divennero ingiustificati e le missioni lunari sospese.

L’esplorazione spaziale remota è stata quindi affidata alla cibernetica: l’assenza di funzioni vitali rende infatti sonde e robot operai molto più vantaggiosi di un essere umano in un ambiente extra-terrestre. I risultati sono stati straordinari. Su Marte, ad esempio, i rover Curiosity e Perseverance hanno confermato la presenza passata di acqua liquida e identificato molecole organiche complesse nel suolo.

La sonda Galileo ha rivelato che Europa, luna di Giove, nasconde un oceano liquido sotto la sua superficie ghiacciata, identificando uno degli ambienti considerati oggi più promettenti per la ricerca di vita extraterrestre. Le sonde Voyager hanno attraversato il confine oltre il quale l’influenza del Sole cede spazio alle altre stelle, trasmettendo per la prima volta misurazioni dirette dello spazio interstellare. Senza metterci piede, l’essere umano ha accumulato conoscenza sullo spazio extra-terrestre e ha sviluppato tecnologia via via più avanzate a tale fine.

Le necessità del colonialismo spaziale e il valore dimenticato della scienza

Figura 1. Alcune immagini spaziali degli ultimi anni: la superficie di Marte con il rover Perseverance (alto), le spaccature nella superficie ghiacciata di Europa (basso a sinistra), un’immagine della nebulosa Trifida.

In questo processo di ricerca verso mondi lontani, è rientrata in gioco la nostra vicina Luna. A partire dagli anni ’90, infatti, una serie di dati e campioni raccolti da sonde spaziali ha permesso di effettuare le prime mappature della composizione geologica lunare. Tali mappature, con precisione sempre maggiore, hanno rivelato una estrema ricchezza ed eterogeneità dellacomposizione lunare di cui la comunità scientifica era ignara. In particolare, sono stati individuati giacimenti molto concentrati di metalli preziosi e di terre rare, fondamentali elementi della filiera tech contemporanea, oltre che delle batterie elettriche e delle energie rinnovabili.

La vera chiave di volta arrivò all’inizio del nuovo millennio, quando la sonda indiana Chandrayaan-1 riscontrò la presenza di acqua allo stato solido nelle zone polari della Luna, intrappolata in sedimenti all’ombra della luce del Sole da miliardi di anni. Molteplici missioni successive confermarono questa scoperta e identificarono con precisione dei veri e propri pozzi contenenti un totale stimato di circa 600 milioni di tonnellate di ghiaccio. Inoltre, analizzando i detriti sollevati da esplosioni di componenti missilistiche, venne scoperta la presenza di acqua intrappolata in agglomerati vetrosi presenti su tutta la superficie lunare.

Questa sorprendente presenza, stimata a un totale 270 miliardi di tonnellate, è stata attribuita ad un vero e proprio ciclo dell’acqua lunare: ioni di idrogeno trasportati dal vento solare impattano con la superficie lunare ricca di ossigeno formando molecole d’acqua che, per via del raffreddamento notturno, viene intrappolata in “perle vetrose” per poi essere liberata dal calore del giorno successivo o dall’impatto di altri asteroidi[1].

Le necessità del colonialismo spaziale e il valore dimenticato della scienza

Figura 2. Mappatura dettagliata della composizione geologica lunare, realizzata dalla Chinese Academy of Science nel 2024.

L’acqua cambiò definitivamente le carte in tavola: la sua presenza non solo facilita il sostentamento umano sulla Luna, ma anche la produzione locale di propellente a idrogeno per i razzi spaziali, riducendo molto significativamente il peso dei razzi da far partire sulla Terra e, di conseguenza, il costo[2]. In quest’ottica, rientrò in gioco anche e soprattutto l’abbondante elio-3, già noto dagli anni ’60 come potenziale candidato per la fusione nucleare senza residui radioattivi. La scoperta della ricchezza lunare ha quindi permesso di pensare di poterne estrarre le risorse e di utilizzarle in modo continuato, nell’ottica di realizzare delle vere e proprie stazioni spaziali permanenti sulla superficie della Luna. Questa pratica, denominata In-Situ Ressource Utilisation (ISRU), ha come prospettiva lo sviluppo di competenze e tecnologie volte all’insediamento umano nello spazio.

Ecco come, nel processo di costruzione e, soprattutto, di gestione di infrastrutture minerarie e produttive, la presenza umana torna ad essere fondamentale. A prescindere dalla quantità delle risorse minerarie nei corpi celesti, infatti, l’elemento più attrattivo è l’assenza di competizione geopolitica in-loco per il loro accesso. Oltre alla capacità logistica e di adattamento a condizioni esterne impreviste più efficace di cui si possa disporre, far arrivare sulla Luna esseri umani comporta anche la possibilità di dettare le regole del gioco, a patto che arrivino per primi.

Analisi geopolitica dell’esplorazione spaziale: la gara a chi arriva prima

A monte, c’è un problema geografico: nonostante l’ingente quantità di risorse lunari discussa, l’effettiva possibilità di installare delle basi di estrazione operative sulla Luna si limita a poche aree di qualche kilometro quadrato: i poetici “picchi di luce eterna”, la cui morfologia permette di avere accesso costante alla luce solare (e quindi all’energia), e allo stesso tempo agli ampi giacimenti polari di acqua sotterranei.

La recente missione Artemis II è da inquadrare in quest’ottica: oltre ad essere una missione di ricerca scientifica, è una missione di validazione tecnologica e biologica della possibilità concreta di una permanenza umana nello spazio. O meglio, essendo coordinata dalla NASA di una permanenza statunitense. Parte degli accordi Artemis siglati nel 2020 dalla prima amministrazione Trump, la recente missione rientra in un piano esplicitamente finalizzato all’esplorazione e l’estrazione mineraria della Luna.

L’aspetto più significativo di questi accordi è la loro struttura amministrativa: tutti i Paesi aderenti, tramite le rispettive agenzie spaziali governative, firmano una convenzione bilaterale con la NASA, senza direttamente accordarsi tra di loro. In questo modo, gli Stati Uniti mantengono un controllo prioritario sugli sviluppi e le modalità della missione e detengono, di fatto, la leadership delle operazioni.

Le necessità del colonialismo spaziale e il valore dimenticato della scienza

Figura 3. Mappa della geopolitica spaziale (trovata su Reddit):
in viola i paesi firmatari degli accordi Artemis,
in arancione i membri del progetto IRLS di stazione spaziale a guida cinese.

Come si può immaginare, nonostante il proclamato carattere internazionale degli accordi, di fatto i Paesi firmatari coincidono con il blocco atlantico della NATO sommato ai paesi disposti ad accettare il ruolo egemonico statunitense. È quindi importante contestualizzare la trionfante narrativa mediatica che ha accompagnato il viaggio spaziale di Artemis II con la consapevolezza che esiste una controparte geopolitica, del tutto competitiva da un punto di vista strategico e tecnologico: la Cina.

Seppur in sordina rispetto ai riflettori della stampa occidentale, Pechino ha infatti investito negli ultimi venti anni moltissime risorse nell’industria aerospaziale e contribuito alle principali scoperte relative alla comprensione delle risorse minerarie della Luna. Tanto più che, almeno sulla Terra, è la Cina a detenere il primato del mercato di terre e metalli rari. Dalla parte della Cina, nell’ambito di un programma parallelo di realizzazione di stazione spaziale lunare, c’è un residuo del blocco ex-sovietico guidato dalla Russia, oltre che il Sudafrica e l’Egitto.

La Luna è quindi diventata a tutti gli effetti di nuovo la frontiera di quello che Trump stesso, in risposta a dei test cinesi di distruzione satellitare, ha definito un dominio di combattimento tra due blocchi geopolitici. Il settore aerospaziale, ed in particolare l’industria satellitare, è infatti intrinsecamente legato all’utilizzo militare.

Servendo al posizionamento, alla navigazione e alla temporizzazione, i satelliti permettono il coordinamento tattico delle truppe, dei droni e la gestione integrata del campo di battaglia. Inoltre, permettono di monitorare costantemente le forze avversarie, lanciare allarmi, identificare bersagli ovunque sul globo e valutare i danni in tempo reale tramite sensori ottici e radar. Il controllo lunare e, in particolare, dello spazio tra l’orbita terrestre e la superficie del nostro satellite, è la nuova frontiera dell’estensione del dominio geopolitico.

Tale polarizzazione in due blocchi, che fa ricadere il mondo in uno scenario simile a quello già vissuto durante la Guerra Fredda, è drammaticamente esasperata dalla totale assenza di un regolamento internazionale per quanto riguarda l’utilizzo delle risorse extra terrestri. L’unico trattato multilaterale in vigore è l’Outer Space Treaty(OST)delle Nazioni Uniteche data il 1967: la Luna e più in generale lo spazio sono riconosciutiinternazionalmentecome “un bene comune, la cui esplorazione ed uso devono essere condotti a beneficio e nell’interesse di tutti i paesi […] e devono essere provincia dell’intera umanità”.

Nonostante le buone intenzioni, e il diretto divieto di potersi attribuire la proprietà di un territorio extra-terrestre, l’OST era stato pensato per essere completato da accordi posteriori che non sono mai stati realizzati. In particolare, il Moon Agreement del 1979, che prevedeva più specificatamente l’equa divisione dei benefici economici ricavati dalle attività lunari, non fu firmato da nessuna delle grandi potenze competenti.

In mancanza di un quadro regolatorio sui principi dell’esplorazione spaziale, la collaborazione internazionale, che è stata al centro delle politiche governative globali post Unione Sovietica, ha mostrato tutte le sue ipocrisie e criticità. In questo senso, la parabola della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) è esemplificativa: essa fu costruita grazie alla collaborazione tra USA e Russia per dichiarati fini di ricerca scientifica.

Ai tempi della sua costruzione, nel 1998, la Cina era lontanissima dall’essere una potenza spaziale: il primo astronauta cinese, Yang Liwei, avrebbe lasciato l’atmosfera terrestre solo nel 2003. Eppure, nel nuovo millennio avrebbe intrapreso un’ascesa tecnologica ed economica senza precedenti nella storia, diventando la seconda economia mondiale per PIL nominale e la prima per parità d’acquisto.

Nonostante l’interesse mostrato a seguito di questo sviluppo, la Cina non è mai stata inclusa nel programma dell’ISS e, tramite l’emendamento Wolf approvato dalla Casa Bianca sotto la presidenza Obama nel 2011, alla NASA è stata formalmente vietata ogni collaborazione con la corrispettiva agenzia cinese.

Le necessità del colonialismo spaziale e il valore dimenticato della scienza

Figura 4. Una vignetta estratta da Tex Willer, il cowboy della Bonelli Editore,
scelta per simboleggiare un atteggiamento su cui si fonda la storia diplomatica
degli Stati Uniti d’America.

Proprio così: una legge statunitense, e non un trattato condiviso, esclude unilateralmente la seconda più grande potenza spaziale mondiale da una stazione nominata appunto “internazionale”. Ecco che il teatrino della collaborazione scientifica internazionale cede il passo alla competizione, mostrando come l’ISS sia fondamentalmente stata mantenuta perché, al momento della sua costruzione, nessuna potenza mondiale aveva risorse e capacità sufficienti per poter contrapporsi all’egemonia degli Stati Uniti.

Nessuna tranne la Cina oggi, che in appena dieci anni dal 2011 ha reso operativa la propria stazione spaziale Tiangong. Dopo la caduta dell’URSS, la Russia possedeva una avanzatissima tecnologia di lancio, mentre gli USA possedevano le maggiori risorse economiche.  Questo ha tenuto in piedi il sodalizio dell’ISS finché la guerre di Crimea e Ucraina, sommate all’avanzamento tecnologico statunitense, hanno progressivamente allontanato la Russia avvicinandola alla Cina, culminando nell’esplicito rifiuto di Mosca di sottoscrivere gli accordi Artemis in quanto “completamente opposti a qualsiasi principio di cooperazione internazionale”.

La Stazione Spaziale Internazionale cesserà le sue attività nel 2031, e non esiste alcun piano trasversale di sostituirla: le varie potenze stanno concentrando gli sforzi su infrastrutture autonome e, soprattutto, sull’allunaggio. Nel frattempo, ci ritroviamo a quasi 60 anni di distanza dall’unico trattato multilaterale sull’utilizzo dello spazio senza un impianto normativo adattato alla consapevolezza del corrente stato dei rapporti geopolitici di forza e, in particolare, delle potenzialità minerarie della Luna. In uno scenario del genere, si sta letteralmente facendo la gara a chi si aggiudicherà per primo le migliori postazioni lunari, lasciando drammatici dubbi su come possa evolvere questo conflitto in posti così lontani dagli occhi di tutti.

Costi e benefici economici dell’esplorazione spaziale

Siamo di fronte ad un classico paradosso di conflitto tra scienza e tecnologia. La scienza, grazie soprattutto alla diffusione e collaborazione internazionale dei risultati, ha permesso la scoperta e fornito la consapevolezza del valore dei materiali presenti sulla Luna: ha tracciato una vera e propria “mappa del tesoro”. Un tesoro che, prima del suo valore commerciale, ha un enorme valore scientifico: la Luna, essendo priva di atmosfera, è infatti ricoperta di detriti cosmici accumulati in miliardi di anni e costituisce un incredibile museo geologico della storia del sistema solare, soprattutto per quanto riguarda il ghiaccio seppellito nei crateri polari.

Allo stesso tempo, un tesoro che, in mancanza di regolamenti internazionali, è a disposizione solo di quegli attori che hanno la potenza economica di spingere il proprio sviluppo tecnologico al punto da poterlo raggiungere.

Per dare un’idea dei costi delle operazioni di esplorazione spaziale, nel solo 2025, sono stati spesi 137 miliardi di dollari pubblici. Sebbene queste cifre possano sembrare ridicole (meno dell’1% del PIL globale annuo) il tasso di crescita degli ultimi 20 anni è impressionante, con proiezioni in crescita per i prossimi anni. Non è infatti una novità che l’industria aerospaziale, ed in particolare quella satellitare, rappresenti una delle economie più rilevanti del pianeta, dal valore di 630 miliardi di dollari nel 2023 e stimata raggiungere nel suo complesso il valore di 1800 miliardi di dollari entro il 2035.

A monte di queste spese pubbliche, quali sono le entità che hanno accesso al profitto di tale valore di mercato?

Limitandosi all’esempio di Artemis, finanziata dal governo degli Stati Uniti per un totale (al momento) di 93 miliardi di dollari, si può indagare il ruolo del vero dominatore dello spazio: il settore privato. Fin dall’inizio del nuovo millennio, infatti, le agenzie private costituiscono il vero trampolino di lancio dell’innovazione tecnologica dell’industria aerospaziale occidentale, con cui le agenzie governative stipulano contratti ultramilionari per la prestazione di servizi.

Si è obbligati a parlare anche qui di Elon Musk, indiscussa figura chiave del settore: la sua azienda SpaceX detiene attualmente 10.280 satelliti attivi, corrispondenti a circa il 65% (!) dei totali funzionanti in orbita. In particolare, SpaceX ha sviluppato uno dei sistemi di lancio più avanzati del mondo che la NASA ha appaltato per la modica cifra di 2.9 miliardi di dollari.

Le necessità del colonialismo spaziale e il valore dimenticato della scienza

Figura 5. Un razzo Falcon 9 di SpaceX lanciato il 15 gennaio 2025 dalla stazione di cape Canaveral in Florida.

Inoltre, in virtù di un decreto legislativo firmato nel 2015 sempre dall’amministrazione Obama, entità private statunitensi possono possedere e commercializzare le risorse estratte nello spazio, sfruttando la vaghezza dell’OST sulla proprietà dei corpi celesti rispetto alla proprietà di quello che ne viene estratto. A titolo di esempio, lo scorso 4 Maggio, la NASA ha annunciato un contratto di 7 milioni di dollari con la start-up Interlune, fondata dall’ex direttore di Blue Origin di Jeff Bezos, per l’estrazione dell’elio-3 lunare nelle future missioni.

In questo quadro, i governi occidentali, tra cui il nostro, stanno quindi assorbendo i costi e i rischi non sostenibili da entità private al fine di costruire infrastrutture fondamentali per la loro monetizzazione dello spazio, in una vera e propria dinamica di socializzazione del rischio e privatizzazione del profitto. In cambio, ci assicurano, lo sviluppo tecnologico porterà indirettamente degli enormi vantaggi sociali.

Ma se è indubbiamente vero che ogni missione Apollo produceva innovazioni tecnologiche che si sono diffuse nell’economia civile, ad oggi gli investimenti si concentrano principalmente sull’ottimizzazione delle logistiche di lancio con il fine di ridurre costi e tempi nei limiti del possibile. Il risultato netto è quindi, piuttosto, quello di ricevere in cambio tecnologie all’avanguardia per il primato strategico-militare, finanziando un settore che comporta guerra, distruzione, morte alle stesse persone che lo alimentano.

Teleologia del capitalismo spaziale: il futuro di quale umanità?

Nelle dinamiche descritte finora relative all’ “esplorazione spaziale”, c’è dunque qualcosa che va ben oltre l’indagine e la comprensione scientifica. Se la scienza è conoscitiva, cooperativa e critica, quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio gioco di potere finalizzato allo sfruttamento attivo e al profitto. Non ci stiamo limitando a esplorare lo spazio, ma lo stiamo piegando ai nostri bisogni: lo stiamo colonizzando, esportandovi il sistema capitalista terrestre.

Questa distinzione non è né scontata né sottile in quanto c’è una sottesa sovrapposizione di questi menzionati bisogni di colonizzazione con le necessità dell’intera umanità. Nella nostra particolare parte del mondo, c’è una implicita identificazione del genere umano con i rappresentanti del mondo occidentale, soprattutto statunitense.

Un fenomeno culturale amplificato da una compattissima macchina mediatica che associa ineluttabilmente l’iconografia immaginifica del futuro all’espansione umana extra-terrestre. Elon Musk stesso non ha mai nascosto di voler a tutti i costi facilitare l’espansione della specie umana al di là della Terra, per avere un piano B che ne garantisca la sopravvivenza a lungo termine. Allo stesso modo, la voce narrante in prima persona degli audio e dei post Instagram della NASA trasmessi durante la missione Artemis II non lascia dubbi: “Stiamo tornando sulla Luna”.

“Stiamo”.

Tutti insieme. No?

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Figura 6. Immagini sviluppate dall’European Space Agency per presentare il progetto del Moon Village.

Le future infrastrutture lunari stanno essendo pianificate in modo molto più concreto di quanto si possa immaginare: veicoli per la mobilità lunare, reattori nucleari per la produzione di energia, una rete satellitare orbitale per le telecomunicazioni, stampa 3D in regolite per le abitazioni. Il costo di un “pernottamento lunare” si stima elevarsi fino a 300.000 dollari a persona nella fase pioneristica, per scendere verso gli anni ’40 sui 100.000 dollari.

La NASA, così come la Cina, prevede un modulo abitativo permanente da lanciare negli anni ’30. L’ESA progetta la costruzione di un Moon Village, una base stabile per la ricerca scientifica, l’esplorazione, l’uso delle risorse lunari e, potenzialmente, il turismo spaziale. Quest’ultimo è forse il fenomeno più esemplificativo del paradosso che emerge tra le righe: oltre agli astronauti, sostenuti dai governi, gli unici attori che avranno accesso a tali meraviglie, per un tempo al momento non quantificabile, è un club di ultramiliardari, che vanno a fare un giro nello spazio come se fosse una passeggiata di salute.

Eppure, la vita umana non si è evoluta per resistere nello spazio. Il fisiologico funzionamento dei processi biologici del corpo umano è strutturato sulla presenza di una forza di gravità costante e di molto maggiore alla condizione di microgravità dei viaggi spaziali o della Luna stessa. Inoltre, il campo magnetico terrestre e gli spessi strati atmosferici formano un vero e proprio scudo delle radiazioni solari più nocive alla vita, differentemente da Marte spesso identificato come il primo potenziale pianeta da colonizzare. In assenza di tali condizioni, il corpo umano vede insorgere molteplici problemi: danni permanenti alla vista, una riduzione ossea tra l’1 e il 2% al mese, difficoltà cardio-respiratorie e riduzioni permanenti di fertilità, per citare solo alcuni dei problemi noti e non delle complicanze psicologiche, pressoché sconosciute. Insomma, per quanto esaltata nell’immaginario collettivo, la prospettiva dei viaggi spaziali è estremamente pericolosa e sicuramente da calibrare sulla volontà di preservare la specie umana.

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Figura 7. Rappresentazione diagrammatica (presa da PubMed) dei problemi di salute
principali attribuiti alla permanenza prolungata nello spazio.

A corollario di questo umanesimo para-scientifico, c’è un impatto terrestre dell’industria aerospaziale mai troppo menzionato che ricadrà sul 99.9999% della popolazione che resterà sulla Terra almeno per il prossimo secolo, al quale va aggiunta la popolazione animale e vegetale. In primis, l’impatto ambientale dato dalla somma degli effetti dei lanci missilistici. Oltre le onde di pressione acustica emesse in partenza e alle componenti intrise di sostanze cancerogene rilasciate negli oceani, il problema maggiore riguarda l’inquinamento atmosferico: i razzi sono infatti l’unica fonte di gas serra rilasciata nella stratosfera[3] e i residui della combustione in assenza di precipitazioni possono levitare per anni, arrivando ad avere un impatto radiativo almeno 500 volte maggiore al rilascio a terra. Inoltre, gli attualmente utilizzatissimi combustibili idrocarburici rilasciano sostanze in grado di sciogliere l’ozono, andando a impattare il faticoso recupero di questa essenziale molecola messo in atto dal protocollo di Montreal del 1987. All’impatto ambientale terrestre, poi, va aggiunta una considerazione su quello orbitale: se è vero che i satelliti attivi sono dell’ordine 10.000, gli oggetti spaziali in orbita sono almeno più del triplo, tra residui e satelliti non più in funzione. L’orbita terrestre è quindi piena di spazzatura che viaggia a velocità dell’ordine di 20 mila chilometri all’ora. In queste condizioni, un frammento di 1 grammo ha la stessa energia cinetica di un proiettile e può tranquillamente danneggiare oggetti metallici, come i satelliti funzionanti scatenando un effetto a cascata che mette a repentaglio il funzionamento dell’infrastruttura satellitare stessa. Se ad oggi, gli effetti dei lanci missilistici sono contenuti, il tasso di incremento degli oggetti lanciati in orbita (pari al 46% tra il solo 2024 e 2025) rende la potenzialità dell’impatto negativo dei lanci missilistici un rischio sempre più concreto.

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Figura 8. Illustrazione della scena dell’Orlando Furioso in cui Astolfo
viaggia sulla Luna per recuperare il senno di Orlando, Gustave Doré (1877).

La Luna è uno degli elementi più distintivi dell’immaginario collettivo e, finché è stata concretamente irraggiungibile, in un certo senso, si è sempre preservato un sentimento poetico e letterario nei suoi confronti. Ciononostante, la pervicacia nel suo raggiungimento, nel costruire dei veri mezzi di trasporto spaziale, non deve stupire: l’essere umano ha sempre cercato di allargare il suo orizzonte, di andare domani oltre ciò che è possibile oggi. Come sottolineato anche ingenuamente dai messaggi in apertura, l’esplorazione spaziale ci offre l’occasione davvero di guardare da lontano la nostra casa comune e di poter relativizzare il nostro comportamento. Di riflettere sulle conseguenze delle pratiche e dei costumi che mettiamo in atto. E anche, più concretamente, di sviluppare tecnologie energetiche al momento inaccessibili e potenzialmente benefiche per tutta l’umanità.  O di capire l’evoluzione dell’universo.

Il problema, nel momento storico del suo raggiungimento ai fini dello sfruttamento commerciale, è la discrepanza con quello che la Luna rappresenta e il suo ruolo nell’immaginario collettivo. Ben oltre il racchiudere, come fantasticava Ariosto, le speranze e i sogni di tutta l’umanità, essa è oggi un clamoroso esempio di tragedia dei beni comuni: sebbene “provincia dell’intera umanità”, il profitto dato dall’utilizzo delle sue risorse riguarda le compagnie private che gestiscono i satelliti e che opereranno materialmente l’estrazione dei materiali lunari, mentre i costi economici e ambientali saranno condivisi dall’intero ecosistema terrestre.

Al di là del giudizio morale sull’incapacità umana di convivere con risorse terrestri (la cui insufficienza è dettata fondamentalmente dalla nostra scelta di non ridimensionare i nostri bisogni), il problema più grande legato a tutto questo è quello di confrontare lo sforzo economico, industriale, politico e scientifico che si sta mettendo nello spingere il colonialismo spaziale rispetto all’impegno nel contrastare le problematiche contemporanee del nostro pianeta. In quest’ottica, la ricerca di un pianeta B si evidenzia per la sua paradossale miopia:ammantando le operazioni di esplorazione di una retorica parascientifica sul destino dell’umanità, si evita di analizzare i problemi endemici del pianeta A nella prospettiva di replicarli non solo sul pianeta B, ma su tutto quello che riusciremo a colonizzare senza porsi il problema del successivo esaurimento.

Le necessità del colonialismo spaziale e il valore dimenticato della scienza

Figura 9. Immagine generata con l’intelligenza artificiale a fini provocatori.

Siamo di fronte all’impossibilità del capitalismo di realizzare profitto senza un ambiente esterno, da conquistare ed integrare, già stata identificata da Rosa Luxembourg ne L’accumulazione del capitale del 1913. In un pianeta sull’orlo del collasso, lo spazio vergine, privo di sovranità e potenzialmente ricco di risorse, è l’ultima frontiera rimasta: l’ “esterno definitivo” verso cui il capitale si dirige non tanto per scelta ideologica, quanto per necessità strutturale.

Su questa necessità, urge un ultimo invito all’attenzione: concentrare ingenti risorse terrestri verso questo esterno, alimenta implicitamente la retorica che la devastazione del pianeta A sia inarrestabile. Questo è falso e, a monte delle enormi tensioni geopolitiche e degli impatti ambientali esplorati, alimenta la devastazione stessa. In questa resa acritica per alcuni e interessata per altri, l’attuale evoluzione del capitalismo spaziale è lontana dall’apportare i benefici che l’esplorazione spaziale potrebbe generare. Piuttosto, è l’ennesimo verificarsi storico di un processo per cui la cultura scientifica, invece di stimolare l’indagine cooperativa per la risoluzione di problemi globali, è strumento di competizione tecnologica e di accentramento di potere geopolitico, sfruttato per mascherare da soluzione un profitto di natura oligarchica.


[1] Tale abbondantissima presenza non deve trarre in inganno sulla facilità di sfruttamento : la quantità è integrata su tutta la superficie lunare con una densità media di 100-400 microgrammi ogni grammo di terreno.

[2] Ad oggi, si stima che portare 1kg di carico utile fuori dall’atmosfera terrestre abbia un costo compreso tra i 1.500 e i 34.500 $ a seconda del tipo di missile usato. 

[3] La stratosfera è il segmento di atmosfera terrestre compreso tra i 15 e i 50 km di altitudine.

“Il Cannocchiale” è una rubrica di Francesco Paolo Panei.
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