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15 Giugno 2026 Agostino Petrillo
Va considerata la peculiarità della città nord-irlandese, con la sua lunga storia di violenze intercomunitarie. La risposta da parte dei presidi democratici
Era dal 1992 – dai tempi in cui, nella Germania post-riunificazione, i neonazisti davano fuoco ai centri per gli Asylanten, immigrati richiedenti asilo – che non si vedevano in Europa immagini così violente. A Belfast, nella notte di martedì 9 giugno, c’è stato un vero e proprio pogrom con attacchi a case di immigrati e a singoli passanti, identificati sbrigativamente come “migranti” in base al colore della pelle.
Una vera e propria caccia all’uomo su base razziale, condotta da gruppi di incappucciati al grido di “Foreigners out!”. I violenti disordini sono scoppiati nella zona nord della città, storicamente lealista e protestante, dopo che un uomo è stato gravemente ferito in un accoltellamento, e un migrante sudanese è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio.
Gli agitatori dell’estrema destra britannica, da Nigel Farage a Tommy Robinson, non si sono lasciati scappare la ghiotta occasione per rinfocolare l’odio anti-migranti, già abbondantemente fomentato, nelle settimane precedenti, con la campagna White Lives Matter.
Sui social, hanno parlato di “fallimento della politica migratoria del Labour e dei Tories” e di “ennesimo attacco degli invasori contro la nostra gente”, aizzando gli abitanti inferociti a scendere in strada e sfogare la loro rabbia, dando persino le indicazioni su dove concentrarsi.
Purtroppo sono stati in molti a dare loro ascolto. Diverse case sono state incendiate, i commercianti sudanesi hanno dovuto chiudere in tutta fretta i negozi, e alcune famiglie sono state costrette a fuggire per salvarsi. In tutta la città sono stati istituiti blocchi stradali, che, secondo quanto riferito dalla stampa, sarebbero stati pattugliati da vigilantes “lealisti”.
Le attività commerciali di proprietà di migranti sono state bloccate, alcune date alle fiamme. Alle persone che cercavano di recarsi al lavoro, o di tornare a casa, è stato impedito di muoversi. Per chi vive a Belfast si è trattato di un brusco ritorno al passato, all’epoca in cui erano le case della minoranza cattolica a venire bruciate dai protestanti.
L’Irlanda del Nord, infatti, ha conosciuto una lunga stagione di violenze legate al settarismo e all’odio tra le due comunità, cattolica e protestante. Mentre la componente cattolica voleva l’adesione alla Repubblica irlandese, i protestanti volevano rimanere all’interno del Regno Unito, di qui l’appellativo di “unionisti”. Tra il 1960 e il 1998, negli anni dei disordini noti come i Troubles, circa cinquantamila persone furono costrette ad abbandonare le loro case nel corso di una sorta di pulizia etnica su scala cittadina, che ridisegnò i quartieri in base alle appartenenze.
Le violenze dei giorni scorsi non possono non richiamare alla memoria quelle che si conclusero ufficialmente con gli accordi di pace del venerdì santo del 1998. Sebbene la storica disuguaglianza di potere, tra protestanti e cattolici, sia stata in molti modi risolta grazie al processo di pace, quella dell’Irlanda del nord rimane, per alcuni aspetti, una società segregata. Permangono problemi legati alla mancanza di un’istruzione integrata, e si vive ancora all’ombra di barriere fisiche che serpeggiano per la città, dividendola in diversi settori per mantenere le due comunità separate: sono i cosiddetti “muri della pace”.
Man mano che la società nord-irlandese si è allontanata dal suo passato conflittuale, ha però cercato di aprirsi e diventare più cosmopolita, pluralista e diversificata. Ma il retaggio è pesante: c’è una storia di violenza collettiva che rimane importante.
Anche perché i gruppi paramilitari protagonisti del trentennale conflitto sono stati ufficialmente smantellati, ma i singoli membri di questi gruppi sono spesso ancora vivi, e, in contatto tra loro, hanno tramandato i loro odi per via familiare o di realtà di quartiere. In molte zone permane un vigilantismo di fondo, che assume la forma di una sorta di cittadinanza autonoma.
Un vigilantismo giustizialista, che prevede la minaccia dell’utilizzo della forza da parte di gruppi di privati cittadini, con lo scopo dichiarato di garantire la sicurezza negli spazi presidiati. Una rete organizzata, che di certo non è stata estranea agli eventi.
Al di là di questo tipo di fattori, che sicuramente hanno contato nell’esplosione del pogrom antiimmigrati, ha giocato un ruolo non indifferente anche la diffusione dell’odio online.
Lascia per lo meno perplessi sentire il miliardario Elon Musk che incita alla rivolta sui media da lui controllati, mostrando tutta la tossicità di piattaforme come TikTok, Instagram e soprattutto X. Il suprematismo bianco guadagna spazio sui social, e trova sempre più risonanza in rete, grazie al sostegno di figure importanti come lo stesso Musk, per non parlare di alcune esternazioni in questo senso di figure dell’entourage presidenziale americano, come Peter Hegseth, e dello stesso Trump.
A cui si somma l’impressione suscitata in tutto il mondo dalla caccia al migrante irregolare, scatenata negli Stati Uniti con l’ausilio delle improvvisate milizie dello Ice.
La violenza contro i migranti e i folli slogan sulla re-migrazione, che si diffondono in tutta Europa, fanno parte, come abbiamo più volte constatato, di una più ampia deriva a destra a livello globale. In Irlanda del Nord, la ricaduta di questa onda sembra ormai evidente, principalmente in alcune componenti della comunità lealista.
Pare comunque che siano stati in prevalenza giovani e giovanissimi a causare le violenze, anche se sarebbero stati visti all’opera membri della disciolta Ulster Volunteer Force, formazione paramilitare lealista. Unica nota in controtendenza, la formazione nei quartieri, a prevalenza cattolica, di improvvisati presidi per difendere i migranti, organizzati dalla sinistra socialista e dai sindacati degli inquilini, a riprova che ci si può opporre alla violenza del suprematismo bianco, anche quando è mascherato da rivolta popolare e assume le forme di una reazione “spontanea” di cittadini “preoccupati” per la violenza subìta da uno di loro. Il messaggio che ne viene fuori è chiaro e inequivocabile.
Belfast deve superare l’ombra del suo passato violento, rifiutare il razzismo e rimanere una città aperta, tollerante e accogliente per tutti.
Tra l’altro, sull’episodio scatenante, rimane il riserbo da parte degli inquirenti, dato che, a quanto pare, la vittima aveva precedenti per droga, e che qualcuno avesse già tentato di assassinarla anni fa, quando abitava nei pressi di Glasgow. Si potrebbe quindi trattare di un regolamento di conti per questioni di stupefacenti, piuttosto che dell’attacco di un fanatico religioso o di un pazzo. Il che nulla toglie alla gravità dell’evento, ma in un certo senso lo ricondurrebbe in una dimensione di criminalità ordinaria.
Intanto, però, mentre le condizioni di vita in tutto il Regno unito sono in continuo peggioramento, e la crisi morde soprattutto i ceti più deboli, c’è chi soffia sul fuoco, alimentando un fermento reazionario senza precedenti. Alla manifestazione indetta dal suprematista Tommy Robinson, lo scorso 17 maggio a Londra, hanno preso parte quasi diecimila persone, mentre il leader inneggiava all’inizio della “battaglia d’Inghilterra”.
Sullo sfondo un Paese attraversato da una crisi profonda, in cui povertà e malessere sociale dilagano, mentre nubi minacciose si addensano. Sugli storici bus rossi a due piani di Londra campeggia una scritta a caratteri cubitali, che la dice lunga sulla situazione: “Unemployed? The Army is enrolling” (“Sei disoccupato? L’esercito sta arruolando”).