L’Albania non è in vendita

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Boiken Sinaj 17 Giugno 2026

Dai fenicotteri di Valona, e dal movimento fragile eppure ramificato e diasporico che ne è emerso, emergono le crepe del capitalismo globale

Forse non è un caso che i murales di Chico Mendes si trovino proprio lì, sulle pareti dell’ex fabbrica di Soda tra Valona e il paesino di Zvërnec, vicino alla laguna di Narta. Mendes, sindacalista e ambientalista brasiliano assassinato nel 1988 dagli interessi economici che stavano divorando l’Amazzonia, sosteneva che «l’ambientalismo senza lotta di classe è soltanto giardinaggio». A pochi metri da quel murale si trova anche il volto di Lekë Gjiknuri, autore del primo articolo sulla tutela dell’ambiente nella Costituzione albanese. Nemmeno questo è un caso. Perché ciò che sta accadendo oggi tra Narta, Zvërnec e Valona non riguarda soltanto una laguna, una foresta costiera o una colonia di fenicotteri. Riguarda il potere, il territorio e il modello di sviluppo che ha dominato l’Albania negli ultimi quindici anni.

I media vicini al governo hanno cercato inizialmente di minimizzare la mobilitazione, riducendola a una protesta locale o a una questione ambientalista. In realtà, i fenicotteri sono soltanto il simbolo più visibile di un malcontento molto più profondo. La vera domanda che emerge dalle piazze è semplice: chi decide il futuro dell’Albania e nell’interesse di chi?

Valona non è una città qualsiasi per l’Albania

Che questa protesta sia nata proprio a Valona non sorprende. Valona è il luogo in cui venne proclamata l’indipendenza dell’Albania nel 1912, nel 1920 guidò l’insurrezione contro l’occupazione italiana e nel 1997 divenne l’epicentro della rivolta popolare che seguì il collasso degli schemi finanziari piramidali. Nella storia albanese, Valona compare spesso quando l’ordine esistente entra in crisi. 

L’insurrezione del 1920 conserva ancora oggi un valore simbolico straordinario. A quella lotta parteciparono contadini, lavoratori, patrioti e volontari provenienti da tutto il paese. Ma quella vicenda ebbe anche una dimensione internazionalista spesso dimenticata. Il 25 e 26 giugno 1920, ad Ancona, bersaglieri, ferrovieri, anarchici e lavoratori si ribellarono contro l’invio di truppe italiane in Albania. Al grido di «Via da Valona!» costruirono barricate e bloccarono i convogli militari destinati a sostenere l’occupazione coloniale italiana. Come raccontano Marco Rossi e Luigi Balsamini nel volume I ribelli dell’Adriatico, quella straordinaria solidarietà tra lavoratori italiani e insorti albanesi contribuì direttamente alla fine della guerra e al ritiro delle truppe italiane.

A Valona la difesa del territorio fa parte della memoria collettiva. Oggi quella memoria riemerge in forme nuove.

Il modello Rama

Per comprendere la protesta bisogna guardare oltre Valona e la sua laguna di Narta e Zvërnec. Negli ultimi anni l’Albania è stata presentata come una storia di successo. Crescita economica, boom turistico, digitalizzazione, investimenti stranieri, nuovi aeroporti, torri, resort e grattacieli.

Dietro questa narrazione esiste però una realtà più complessa. L’economia albanese continua a dipendere in misura crescente dall’edilizia, dalla rendita immobiliare e dal turismo. Intere porzioni della costa vengono trasformate in destinazioni esclusive. Gli spazi pubblici si restringono. Le comunità locali vengono progressivamente marginalizzate. Le giovani generazioni continuano a emigrare. L’Albania perde ogni anno decine di migliaia di persone, mentre il governo continua a presentare il turismo come la principale risposta alle fragilità strutturali del paese.

Nel frattempo Tirana è diventata una delle città più inaccessibili d’Europa per l’acquisto di una casa in rapporto ai redditi. La capitale albanese figura infatti tra le città europee in cui acquistare un appartamento è più difficile per un residente medio.

Economisti, giornalisti investigativi e organizzazioni internazionali segnalano la presenza di enormi flussi finanziari opachi nel settore edilizio albanese. Il riciclaggio di capitali provenienti dall’economia criminale viene indicato come uno dei fattori che contribuiscono a gonfiare il mercato immobiliare e a scollegarlo completamente dalla capacità economica reale della popolazione. La cornice macroeconomica è ormai basata su questo ingranaggio, e se questo si ferma, l’economia del paese si fossilizza. Così l’Albania cresce, ma la maggioranza degli albanesi non è invitata a beneficiarne. 

Da Tirana a Gaza: la geografia del potere

La protesta albanese nasce in un momento in cui il governo Rama appare sempre più inserito nelle grandi reti del potere economico e geopolitico contemporaneo. Spesso l’Albania viene presentata come una sorta di frontiera vergine del capitalismo europeo: una terra ancora relativamente poco costosa, con una legislazione flessibile, senza sindacati e con istituzioni deboli, un patrimonio naturale straordinario e una popolazione sempre meno numerosa a causa dell’emigrazione. Una combinazione ideale per attrarre grandi capitali alla ricerca di nuove aree di valorizzazione.

In questo contesto si inserisce la figura di Jared Kushner e i progetti che coinvolgono l’isola di Sazan e la costa meridionale albanese, espressione di una precisa idea del territorio: non più spazio vissuto da comunità, ma asset finanziario da inserire nei circuiti globali della rendita.

Dietro l’operazione troviamo una struttura nebulosa composta da società registrate all’estero, veicoli finanziari con sede nei Paesi Bassi e una rete di interessi che collega capitali provenienti da paesi arabi, investitori israeliani e soggetti economici che operano lontano dagli occhi dell’opinione pubblica albanese. Le decisioni vengono prese altrove, le comunità locali scoprono il proprio destino a giochi fatti. Narta e Zvërnec diventano così il punto d’incontro tra la periferia balcanica e i grandi flussi del capitale globale a seguito della decisione di Kushner di ritirarsi da un altro mega progetto a Belgrado.

La mobilitazione per i fenicotteri mette di fronte due visioni opposte del territorio e dello sviluppo. Da un lato residenti, pescatori, giovani costretti a emigrare e cittadini che rivendicano la tutela della natura quale bene comune da preservare e tramandare. Dall’altro fondi d’investimento, oligarchi regionali e globali, intermediari finanziari, società offshore e grandi gruppi immobiliari che guardano alla costa albanese come a una delle ultime frontiere del Mediterraneo, misurandone il valore in ettari edificabili, opportunità speculative e rendimenti futuri. In questo passaggio la questione ambientale assume inevitabilmente una dimensione politica.

Ma il quadro va oltre il real estate. Negli ultimi anni Tirana ha intensificato in modo significativo la cooperazione con Israele nei settori della tecnologia, della sicurezza e della difesa, trasformandosi progressivamente in uno dei partner più affidabili dello Stato ebraico nei Balcani. Il caso più emblematico (quasi un derivato degli accordi di Abramo) è probabilmente quello di Smart Albania, mastodontico progetto di sorveglianza digitale che vede coinvolta l’emiratina Presigh AI nata nel 2021 da una joint venture tra la società israeliana Rafael Advanced Defense Systems controllata dallo Stato israeliano, e il gruppo tecnologico emiratino Group 42. 

Ma non si tratta di un caso isolato. Dopo il memorandum d’intesa firmato nel 2023, la cooperazione tra Albania e Israele ha conosciuto una crescita senza precedenti attraverso gli accordi con Elbit Systems per l’acquisto di dispositivi militari, la realizzazione di un impianto per l’assemblaggio di droni e sistemi d’artiglieria Made in Albania, la riapertura dell’Academia dell’aviazione a Valona, l’apertura di un data centre sino al primo Albania-Israeli Cyber Summit tenutosi a maggio 2026 a Tirana che ha visto la partecipazione di circa quaranta aziende israeliane operanti nei settori della sicurezza informatica, protezione delle infrastrutture critiche e sorveglianza digitale. Un evento passato quasi inosservato, ma che fotografa con chiarezza la direzione strategica intrapresa dal governo Rama orientata a rafforzare i propri rapporti politici, economici e militari con Israele mentre Gaza viene rasa al suolo sotto gli occhi del mondo. 

Questa è una scelta di campo che riflette un preciso posizionamento politico dell’attuale classe dirigente albanese: stare accanto ai centri del potere globale, indipendentemente dal costo umano, sociale o morale.

Lo stesso schema emerge nel rapporto privilegiato costruito con il governo Meloni attraverso l’accordo sui migranti. L’accordo, oltre a trasformare il territorio albanese in uno strumento di esternalizzazione delle frontiere europee, dimostra la cultura politica di una parte delle élite albanesi contemporanee secondo le quali il riconoscimento internazionale passa attraverso la subordinazione ai centri di potere occidentali. In questo senso, la relazione privilegiata costruita da Rama con Meloni evoca pagine storiche che l’Albania non ha mai realmente elaborato fino in fondo: quelle dei governi collaborazionisti insediati pre e durante l’occupazione fascista italiana.

Colpisce pertanto l’attitudine a promuovere una narrazione dei rapporti italo-albanesi che enfatizza la vicinanza, la modernizzazione e l’integrazione, rimuovendo completamente il carattere coloniale dell’occupazione italiana e trasformando una storia di dominazione e resistenza in una rassicurante storia di amicizia e complementarità.

Un sistema senza credibilità

La forza della mobilitazione deriva anche dalla crisi dell’intero sistema politico. L’opposizione guidata da Sali Berisha non rappresenta un’alternativa credibile. Per gran parte della società albanese, il problema non è semplicemente chi governa, ma l’intera architettura politica costruita durante la transizione post-comunista. Dopo oltre trent’anni, molti dei protagonisti sono ancora gli stessi. Cambiano le alleanze, cambiano le sigle, ma i nomi continuano a ripresentarsi ciclicamente sulla scena pubblica.

La crisi di credibilità dell’opposizione è altrettanto profonda. Sali Berisha continua a guidare il Partito Democratico (destra) nonostante le vicende giudiziarie che lo coinvolgono e nonostante una stagione di governo segnata da scandali, privatizzazioni controverse e rapporti con gruppi economici che hanno contribuito alla formazione dell’oligarchia albanese contemporanea. Ancora più emblematica è la parabola di Ilir Meta (attualmente detenuto), ex alleato e poi avversario tanto di Berisha quanto di Rama, il cui spettacolare arricchimento personale e familiare rappresenta il simbolo stesso del trasformismo politico della transizione. 

A completare il quadro vi sono le indagini che hanno coinvolto il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, attualmente detenuto in attesa di giudizio. Una vicenda che ha ulteriormente alimentato la percezione di una sostanziale continuità tra governo e opposizione all’interno di un sistema di potere fondato sull’intreccio tra politica, oligarchie economiche e reti clientelari, oggi giudicato illegittimo dai giovani albanesi.

I fenicotteri parlano di molto altro

Alla luce di tutto questo, ridurre la mobilitazione a una questione ambientalista significa non comprenderne la natura. Si tratta certamente di una mobilitazione ecologista. Ma è anche una mobilitazione sociale, democratica, antielitaria e profondamente politica. Perché il modello che oggi minaccia Narta e la comunita di Zvërnec è lo stesso che produce gentrificazione a Tirana, spopolamento nelle periferie, precarietà per i giovani e concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.

Per questo la protesta parla una lingua che va oltre l’Albania. Parla alle comunità che si oppongono alla privatizzazione dei territori. Parla ai movimenti che contestano la subordinazione della politica agli interessi economici. Parla a chi rifiuta l’idea che la natura, la cultura e la vita collettiva possano essere ridotte a semplici opportunità di profitto.

Non è un caso che la diaspora albanese si sia mobilitata rapidamente a Bruxelles, Londra, Parigi, New York, Barcellona e in numerose città italiane. Perché molti emigrati riconoscono nelle ragioni della protesta le cause profonde che li hanno spinti a partire: salari bassi, assenza di prospettive, concentrazione della ricchezza, distruzione degli spazi comuni e progressiva trasformazione del paese in un luogo sempre meno abitabile per chi vive del proprio lavoro.

Il movimento resta fragile. È eterogeneo, contraddittorio e ancora privo di una struttura consolidata, ma rappresenta senza dubbio qualcosa di nuovo. Dopo anni di rassegnazione, una parte della società albanese ha ricominciato a occupare lo spazio pubblico e a mettere in discussione il racconto dominante. 

I fenicotteri sono soltanto il simbolo. La vera battaglia riguarda il diritto di decidere quale Albania verrà costruita nei prossimi decenni: un paese trasformato in una piattaforma per il turismo di lusso, la speculazione immobiliare, l’industria della sorveglianza e gli interessi delle élite globali, oppure una società capace di difendere i propri territori, le proprie comunità e il proprio futuro.

Per questo la protesta albanese non parla soltanto albanese. Parla la lingua delle mobilitazioni che negli Stati uniti hanno contestato la concentrazione del potere economico e politico dietro lo slogan «No Kings». Parla la lingua degli studenti e degli insegnanti di Valencia che si sono opposti ai tagli e alla progressiva mercificazione dell’istruzione pubblica. Parla la lingua dei giovani di Bruxelles che rifiutano città sempre più costose, privatizzate e inaccessibili. Parla la lingua delle comunità indigene della Bolivia che difendono le proprie terre dall’estrattivismo, delle popolazioni africane che vedono le proprie risorse trasformate in profitti per altri, delle mobilitazioni che da Gaza a Manila, da Nairobi a Buenos Aires, denunciano un ordine economico e geopolitico che concentra ricchezza, potere e tecnologia nelle mani di pochi.

Naturalmente ogni contesto ha la propria storia ma il meccanismo è simile: territori trasformati in merci, città consegnate alla rendita, natura sacrificata al profitto, comunità espulse, giovani costretti a partire e una ristretta élite che continua ad accumulare ricchezza e influenza. È per questo che la mobilitazione dei fenicotteri va ben oltre i confini dell’Albania. 

È questo il messaggio che oggi arriva da Valona: in un sistema mondiale che continua a trasferire sulle periferie i costi sociali, ambientali e democratici della propria espansione, non sorprende che siano proprio le periferie a dare vita alle prime forme di resistenza.

* Boiken Sinaj è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa. Attivo per anni nelle organizzazioni della diaspora albanese in Italia, ha lavorato tra ricerca, formazione universitaria e cooperazione allo sviluppo nei Balcani occidentali, con particolare attenzione alle questioni ambientali e territoriali incluso nell’area di Vjosa-Narta (Valona). Attualmente vive a Bruxelles, dove si occupa di progetti di cooperazione accademica tra l’Unione Europea e i Balcani occidentali.

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